Pogacar
, 11 Marzo 2024

Il migliore scatto di Pogacar


Pogacar alla Strade Bianche 2024 è entrato nella leggenda.

Quando è scattato - se di scatto si può parlare: ha accelerato dalla testa del gruppo, piantando sul posto tutti gli altri - chi ama e segue il ciclismo ha subito capito. "Sta per succedere una cosa!", il pensiero che ha affollato le menti, citando le parole nobili di Franco Bragagna mentre commentava in diretta tv sulla Rai la concretizzazione dell'incredibile successo della staffetta 4x100 alle Olimpiadi di Tokyo in quell'irripetibile agosto del 2021.

Sabato 2 marzo 2024, pochi minuti dopo le 14.30, è successo qualcosa: la follia si è mischiata con l'epica per scrivere qualcosa di destinato a entrare negli annali dello sport. Anche la scenografia era perfetta: un attimo fotografato, dipinto, segnato fra il fango dello sterrato di Monte Sante Marie - una delle tante mulattiere in salita di cui è ricca la Toscana - all'improvviso, dopo un acquazzone infinito, si è aperto uno squarcio nel cielo. I raggi di sole hanno iniziato a illuminare il ciuffo ribelle di Tadej Pogacar, la vertigine che usualmente sfonda le aperture del caschetto indossato da quello scricciolo biondo con il motore di una fuoriserie. Così forte da annichilire gli avversari, che pure avevano promesso battaglia: è partito a ottantuno chilometri dal traguardo e tutti gli altri l'hanno rivisto soltanto all'arrivo, quando lui era già sul podio a festeggiare.

La Strade Bianche 2024, la "classica del Nord più a Sud del mondo", ci lascia un'impresa che riconcilia con il ciclismo e, più in generale, con lo sport, sempre più scientifico, ingabbiato da tatticismi esagerati e meno avvezzo a lasciare spazio a imprese che rasentano la follia. L'appuntamento che ha fatto entrare nel vivo la nuova stagione delle due ruote ha definitivamente scritto ciò che per molti - ormai - sembrava ovvio, scontato. Ora c'è la certificazione per tutti, anche per chi magari non è un suo tifoso: lo sloveno è fra i più grandi di sempre di questa antica disciplina. Forse, in un futuro neanche troppo lontano, verrà anche ricordato come uno dei più grandi atleti della prima parte del ventunesimo secolo.

Come Chris, come Marco

Come se non bastassero già tutte le vittorie conquistate a ripetizione nel corso della sua ancora brevissima carriera (cinque anni da sogno, roba che basta per più di un'intera carriera: da neopro, nel 2019, sorprese già tutti conquistando il terzo posto alla Vuelta mentre l'anno successivo, grazie alla straordinaria cronoscalata a La Planche des Belles Filles, superò il connazionale Primoz Roglic andando a vincere il Tour de France, perla massima finora di un palmares che vede fra i tanti successi il bis in Francia del 2021 ma anche un Giro delle Fiandre, una Liegi-Bastogne-Liegi e le ultime tre edizioni del Giro di Lombardia), il leader della UAE Emirates ha fatto qualcosa che, in precedenza, personalmente ho visto solo due volte.

Pogacar tour 2022
(Foto: REUTERS/Christian Hartmann)

Mi ha fatto rimembrare Chris Froome, il fortissimo "frullatore" anglo-keyota che nel 2018, dopo un Giro d'Italia corso da favorito e da animale ferito causa imprevisti e cadute, decise di scrivere la più bella impresa della carriera, scattando sullo sterrato del Colle delle Finestre a ottantatré chilometri dal traguardo per prendersi vittoria di tappa e - soprattutto - maglia rosa. E ciò che ha fatto Pogacar sulle colline senesi fa tornare alla mente pure quel tentativo - folle, bellissimo e forse troppo sottovalutato nel racconto della sua vita sportiva - di Marco Pantani che nel Tour de France del 2000, dopo essersi destato dallo choc mai definitivamente superato di Madonna di Campiglio e aver duellato ad armi pari con il marziano Lance Armstrong, provò a far saltare il banco scattando già al via della tappa di Morzine: un sogno sfumato causa cattive compagnie nella fuga e, soprattutto, per quel maledetto mal di pancia causato da una cattiva alimentazione durante il pazzo e convulso affondo.

Un attacco per entrare nella leggenda

Si scatta per vincere: Tadej, invece, è scattato per entrare nella leggenda. Partire a ottantuno - ottantuno! - chilometri dal traguardo quando tutti, a partire dai bookmaker, davano Pogacar per principale favorito è roba che si è vista raramente. Poteva attendere, aspettare gli ultimi chilometri, selezionare il gruppo dei favoriti e magari andarsene con qualche rivale sulle rampe finali di Siena, prima del traguardo di piazza del Campo, per poi provare a far valere il suo spunto veloce in uno sprint ristretto. Invece Tadej Pogacar ha fatto semplicemente tutto ciò che noi, appassionati di questo sport che il tempo ha fatto diventare desueto, desideravamo: mettere su strada tutto se stesso per testarsi nella sua prima uscita stagionale.

Dimostrando la sua follia, la voglia non solo di vincere ma di far palpitare il cuore di chi - fra le affollatissime strade toscane e gli schermi collegati in diretta da tutto il mondo - lo stava osservando. Ci è riuscito, confermando anche le sue aspettative: nel pre-gara, infatti, aveva annunciato di essere pronto ad attaccare sul Monte Sante Marie, su quello sterrato che il nuovo percorso delle Strade Bianche ha allontanato dal traguardo dopo esser stato decisivo per tante edizioni e che sembrava rappresentare soltanto una scalata interlocutoria in attesa della fase clou.

Sembrava una battuta, una provocazione, una cosa detta tanto per dire, magari per stuzzicare qualche avversario. Nessuno lo ha ascoltato. Hanno fatto male: partito nel punto più duro della scalata senza asfalto, in poche pedalate ha guadagnato i primi trenta secondi. Nei chilometri successivi si è costruito un vantaggio più che rassicurante sugli "umani" che - parola dei protagonisti - immediatamente hanno capito che erano solo gli altri piazzamenti sul podio. Pogacar ha mulinato forte sui pedali, giocando anche d'astuzia, approfittando del mancato accordo degli inseguitori per tirare un po' il fiato nei tratti senza pendenze e spingere forte, sempre più forte, sugli ultimi sterrati.

Nessuno gli ha creduto: hanno fatto male. Ci sono i numeri - impossibili da smentire - a descrivere l'entità della sua impresa: il secondo classificato, il lettone Toms Skujins, ha superato la linea d'arrivo dopo due minuti e quarantaquattro secondi; il terzo, il belga Maxim Van Gils, è arrivato a due primi e quarantasette; Tom Pidcock, il crossista inglese campione olimpico di Tokyo e trionfatore della precedente edizione, è giunto sul traguardo dopo 230 secondi. Quasi quattro minuti. Una tattica vincente che ha trasformato il suo attacco in roba da ciclismo d'altri tempi: dal secondo Dopoguerra in poi, infatti, si contano sulle dita di una mano le corse in linea in cui il battistrada è arrivato ad avere un margine del genere sugli altri favoriti alla vittoria.

Bisogna scomodare i grandissimi, come Johan Museeuw alla Parigi-Roubaix del 2002 (il belga, nel velodromo della cittadina francese in cui si conclude “l'inferno del Nord”, arrivò con 3 minuti e 4 secondi di vantaggio sul tedesco Steffen Wesemann). O come, viaggiando ancor di più a ritroso nel tempo e scomodando il più grande, tante vittorie di Eddy Merckx. E la grandezza del suo tentativo riuscito è certificata pure dalle statistiche: dal 2005, anno in cui fu istituito il World Tour, quella specie di Champions League delle due ruote che racchiude le più grandi corse del mondo a cui possono partecipare solo le squadre più accreditate, mai era arrivata una vittoria dopo una fuga di ottantuno chilometri in una corsa di un giorno.

Le nuove sfide

Follia e epica mischiate per diventare leggenda. Tutto perfetto. A distanza di giorni, infatti, restano ancora negli occhi le immagini del traguardo di Siena in cui Tadej festeggia tra la folla delirante, nel cuore di piazza del Campo, alzando la sua bicicletta al cielo. Un gesto che mai si vede fra gli atleti della strada, una consuetudine per chi invece si applica nelle gare sullo sterrato. Poco prima, negli ultimi metri prima della linea d'arrivo, si era fatto un piccolo regalo: aveva rallentato, si era preso qualche attimo in più per godersi il momento e dare il cinque a chi lo attendeva dietro le transenne.

Quelle immagini fanno sembrare Pogacar qualcosa di diverso rispetto a un "semplice" ciclista: sembra quasi un fantino che, nel giorno dell'Assunta, conquista il Palio. La differenza, però, è sostanziale: la vittoria di Pogacar non ha mandato in estasi soltanto la sua contrada. Ha fatto godere davvero tutti. E ora i suoi sostenitori si sfregano le mani. Perché il progetto di Pogacar per il 2024 è tutto un equilibrio sopra la follia: a maggio parteciperà al Giro per conquistare la prima maglia rosa della carriera. L'ha annunciato in pieno inverno, nei giorni della presentazione del percorso.

Il suo sbarco in Italia ha sortito immediatamente un effetto e tutti gli altri atleti, pur tentati dal misurarsi nella lotta per la classifica generale, hanno fatto un passo indietro. Hanno passato la mano: con Tadej nella mischia, si rischia davvero di lottare per le posizioni di rincalzo. Sarà soltanto la prima parte della sua missione folle. Nel cuore dell'estate, infatti, sarà ai nastri di partenza del Tour per duellare ancora una volta con un altro marziano, il danese Jonas Vingegaard, l'unico che, finora, sembra rappresentare una sorta di kriptonite per il Superman sloveno.

Ci proverà lo stesso, per sfatare uno dei pochi tabù che gli sono rimasti e per tentare quella storica doppietta centrata per l'ultima volta da Marco Pantani. Era il 1998: il Pirata, dopo aver trionfato in Italia al termine del bellissimo scontro con il russo Pavel Tonkov, piegò il tedesco Jan Ullrich sul Galibier, con un folle attacco a tantissimi chilometri dal traguardo e sotto una pioggia battente. Vinse ed entrò nella leggenda. Proprio come Pogacar nell'ultima Strade Bianche.


  • Nasce a Salerno nel giorno di una volata al Tour de France vinta da un tedesco e del trionfo della Germania sull'Argentina al Mondiale di Italia '90, scrive per lavoro di ciò che accade nel mondo e per necessità di ciclismo e altre cose varie.

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