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Bayern Lazio
, 5 Marzo 2024

Bayern-Lazio (3-0) - Considerazioni Sparse


Kane apre e chiude un ritorno di Champions League in cui il Bayern ha fatto il Bayern e la Lazio non ha fatto la Lazio.

Im Namen der Stadt: nel nome della città scrivono gli ultrà del Bayern Monaco prima dell'ottavo con la Lazio, in una coreografia raffigurante una figura a metà tra un dissennatore e Nicolas Eymerich. Forse proprio al personaggio reso celebre dalla penna di Valerio Evangelisti bisogna guardare per capire la stagione dei bavaresi. Una squadra alla ricerca di un ordine da ristabilire a tutti i costi, contro l’eresia Leverkusen che sta ribaltando il mondo e la crisi di vocazione all’interno del proprio ordine. Un Bayern incrinato nelle proprie certezze, parlare di crisi è troppo facile, ma certamente vulnerabile: così si presentava la vigilia di questo ottavo di finale. Proprio qui ha provato a collocarsi la Lazio, abile a prendersi con merito il vantaggio, seppur minimo, nella sfida d’andata. Maurizio Sarri, perfettamente conscio della situazione, aveva avvertito: solo non facendosi intimidire dal vecchio gigante l’impresa era possibile.

Questa vulnerabilità bavarese è nella filigrana dei primi 25 minuti del match: il Bayern attacca, spinge con tanti uomini, tira verso Provedel però non ha quella qualità che ti aspetti da loro. Non dà la sensazione di ineluttabile, che prima o poi il gol arriverà: solo alcune figure che si distinguono. Leroy Sané si muove a tutto campo e sparigliava la difesa laziale con strappi di prepotenza fisica, Musiala gli è sempre vicino e Guerreiro a sinistra accompagna l’azione con continuità. Di contro la Lazio è sul pezzo e approccia bene la gara: Felipe Anderson riparte sempre e a spron battuto, Luis Alberto cerca di dare quello spunto tecnico negli ultimi 30 metri, Marusic e Pellegrini partecipano all’azione e soprattutto c’è Mattéo Guendozi. Il giocatore francese ha impiegato poco per entrare nel cuore dei tifosi: ha quel temperamento che piace, che ispira fiducia e sa essere trascinante. I primi minuti del match sono tutti suoi.

Non a caso quando comincia ad allontanarsi dal gioco, in entrambe le fasi, la Lazio diventa troppo compassata e finisce per spegnersi. Zaccagni non ripiega a sufficienza, lasciando troppo isolato Pellegrini contro la costruzione del Bayern, molto efficace a destra, Vecino è un fantasma, Romagnoli comincia a perdere i riferimenti su Kane che comincia a cucire i pezzi messi insieme dai compagni. Il primo gol dell’inglese è qui: nella sua capacità di abbassarsi, ricevere palla, attirare la linea difensiva che concede quel minimo di profondità da attaccare sull’esterno destro per poi ributtare la palla al centro dove tornerà proprio da Kane. E quando la palla è lì difficilmente sbaglia, i suoi numeri parlano chiaro: 33 gol in 33 partite in questa stagione.

Molto si potrebbe dire sugli episodi, sulla chance sprecata da Immobile giusto un minuto prima e sul raddoppio tedesco all’ultimo secondo del primo tempo. Però non renderemmo giustizia alla vera storia di questo match: quello di un Bayern che non ha trovato grandi ostacoli. La Lazio si è rassegnata abbastanza presto, ancora prima che l’avversaria le desse i colpi d’incontro decisivi. Non ha creduto nelle sue possibilità e l’ha dimostrato soprattutto nella ripresa, dove ha continuato a recitare la parte della comparsa senza accennare a una reazione. Nemmeno la peggiore, eccezion fatta per un fallo di frustrazione di Cataldi. Il tiro, smorzato, di Luis Alberto al minuto 72 è l’unica nota di cronaca di tutta la ripresa. Peggio che niente.

Il terzo gol sarebbe quasi inutile se non fosse che negherebbe il vero grande spunto della sfida: Aleksandar Pavlovic. Nell’azione che porta alla doppietta di Kane sono due suoi movimenti a smarcarsi, e relativi passaggi, a sbloccare lo stallo della difesa schierata. Nell’azione del primo gol è suo il cambio gioco sulla destra che smonta la difesa laziale. Al centro della mediana c’è lui: gioca e manovra a tutto campo, trova sempre il modo per sviluppare il gioco nella maniera giusta. Guardandolo sembra assorbire le caratteristiche dei suoi compagni più illustri, da Müller a Kimmich a Goretzka. Rimanendo però sempre se stesso. Con due piccoli dettagli: l’età, 20 anni da compiere a maggio, e le partite in Champions in carriera, prima di stasera solo uno spezzone contro il Copenhagen. Un piacere vederlo, speriamo che duri a lungo perché è facile innamorarsi del suo talento.

  • Mille cose e contemporaneamente nessuna. Tra le altre collabora con Radio Onda d'Urto e SalernitanaLive

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