Logo Sportellate
Copertina Lorenzo Pellegrini
, 4 Marzo 2024

Lorenzo Pellegrini è rinato ancora


Sotto De Rossi il capitano romanista è tornato a brillare.

Ci sono tre fotografie che ben descrivono il momento di Lorenzo Pellegrini. La prima è il gol segnato in Europa League contro il Feyenoord.

El Shaarawy stoppa un bel pallone sulla fascia e rientra sul destro, alza la testa e vede il capitano romanista al limite dell’area. Pellegrini per ben due volte, prima ancora di avere il pallone tra i piedi, si guarda indietro per controllare di non avere avversari vicini, poi stoppa e calcia di destro sul secondo palo con potenza e precisione chirurgica. Un gol tanto bello quanto fondamentale, visti i primi 10’ di totale confusione della Roma.

Una scena simile si verifica al Brianteo di Monza poco più di una settimana dopo. Lorenzo Pellegrini raccoglie al limite una sponda quasi miracolosa ma un po’ imprecisa di Lukaku, si accorge del movimento di Birindelli che esce per schermare il tiro e, in un fazzoletto, lo aggira con due tocchetti di destro, poi con il sinistro la piazza bassa sul secondo palo. Sono due reti pensate, prima ancora che realizzate, da grande giocatore. C’è un terzo frame, volto a girare decisamente meno sui social e forse persino già cancellato dalla memoria dei tifosi. Un minuto prima del suo gol dello 0-1 la Roma perde un brutto pallone sulla propria trequarti offensiva.

La squadra è scoperta perché Mancini è salito a supportare l’azione fino a inserirsi in area di rigore e Paredes è uscito sulla fascia sinistra ed è quindi tagliato fuori dalla ripartenza. Alla conduzione c’è Andrea Colpani, uno che probabilmente merita il podio se parliamo di contropiedisti nella nostra Serie A. A rincorrerlo c’è Lorenzo Pellegrini, che a un certo punto nell’accoppiamento diventa suo avversario diretto. Arrivati sulla trequarti romanista, Pellegrini gli fa perdere l’equilibrio con una leggera spallata, Colpani cade in ritardo, l’arbitro non fischia e il pallone è di nuovo dei giallorossi.

Se le grandi giocate e i gol di fattura pregevole gli sono sempre appartenuti, in realtà lo stesso si può dire della generosità. Un aspetto che i suoi primi allenatori, Di Francesco e Ranieri, persino gli rimproveravano per le dosi in eccesso che metteva in campo. Negli anni Pellegrini è riuscito a combinare meglio i due aspetti, ma ci sono stati pochi momenti precisi in cui è riuscito a sprigionarli al meglio entrambi. Fonseca e il primo Mourinho lo avevano trasformato in un trequartista brillante. Il primo ne aveva massimizzato le capacità nell’ultimo passaggio, mentre il secondo lo aveva reso ancor più efficace e presente in zona gol.

Nell’ultimo anno e mezzo, con l’arrivo di Dybala e la partenza di Mkhitaryan, Pellegrini era finito a fare un lavoro più oscuro, di maggiore contenimento, con il compito comunque di innescare eventuali ripartenze veloci. Che in questo periodo sia diventato un giocatore ancor più solido in fase di contenimento è innegabile. Allo stesso tempo, giocare più basso senza però essere davvero nel vivo delle trame offensive ne ha depresso quasi irreversibilmente l’influenza nelle zone pericolose del campo. L’impressione è che la sua versione derossiana ci stia finalmente regalando il box-to-box che Pellegrini minacciava di diventare quando si è affacciato al calcio professionistico. Un progetto che in realtà, se si guarda bene, aveva in cantiere anche Josè Mourinho. Ma è rimasto lì.

Piano incrinato

Lorenzo Pellegrini ha raggiunto con Mourinho forse il momento più alto della sua carriera calcistica, la stagione 2021/22 conclusasi con la Conference League alzata a Tirana – venendo, inoltre, eletto MVP della competizione. Tra i due sembrava esserci un’intesa simbiotica, almeno fino allo scorso autunno.

Nessuno possiede la verità assoluta, figurarsi chi Trigoria la vede solo in fotografia. Si può però fare un tentativo di smussare un po’ gli angoli delle estremizzazioni e riconoscere che qualcosa non funzionasse più come un tempo. Mourinho ha sempre difeso pubblicamente il suo capitano; le ultime volte in cui ne aveva parlato in maniera estesa erano state dopo il Sassuolo e tra Napoli e Juve. Nel primo caso aveva giustificato la scelta di mandarlo in panchina con un fisiologico ritardo di condizione fisica dopo il ritorno da un lungo infortunio, e ne aveva elogiato l’ingresso in campo. Il tutto dopo una partita, quella in casa del Servette, in cui Pellegrini era stato messo sul banco degli imputati proprio per un atteggiamento da subentrato non esaltante, e qualcuno aveva insinuato che la sua assenza dagli 11 contro la squadra di Dionisi potesse essere in qualche modo una scelta punitiva.

Successivamente, dopo il gol contro il Napoli, Mou aveva parlato del modo di allenarsi di Pellegrini, definendolo come uno di quelli che non abbassano mai il livello di concentrazione. Aveva aggiunto però un’annotazione, e cioè che aveva finalmente rivisto una certa fluidità nelle giocate che nel passato recente era mancata. Il perché negli ultimi tempi Pellegrini avesse perso quasi del tutto la fiducia nel suo calcio è difficile da comprendere, ma è probabilmente frutto di una concatenazione di eventi. Nelle 3 stagioni prima di queste il capitano giallorosso non è mai sceso sotto le 40 partite, quasi tutte giocate da titolare.

Lo scorso anno in particolare, per mancanza di una reale alternativa tecnica e per una certa tendenza di Mou a spremere i suoi 13-14 prescelti, Pellegrini è spesso andato in campo sul dolore o senza allenamenti sulle gambe. Una situazione esacerbata dal folle calendario dovuto al mondiale, contemporaneamente allungato dalla pausa centrale (che Lorenzo ha trascorso curando una lesione muscolare) e caratterizzato da un ritmo serrato in stile Regular Season NBA. Un disastro per un calciatore che più di altri, per ruolo in campo e stile di gioco, ha bisogno di essere quantomeno oltre il 50% delle proprie possibilità per rendere al meglio. Nella passata stagione, comunque, Pellegrini è stato in grado di contribuire in maniera un po’ paradossale.

Le statistiche restituiscono il quadro di un giocatore che alle partite apporta cose diverse in base alle necessità e lo fa in quantità consistente. In effetti, al di là degli 8 gol e 9 assist in tutte le competizioni, che comunque restituiscono un bottino discreto, il centrocampista romano è risultato nella top 10 della Serie A per passaggi chiave, grandi occasioni create e cross riusciti, nella top 15 per falli subiti e km percorsi, ed è rientrato nei primi 50 anche per dribbling riusciti e duelli vinti. Tra i giocatori della Roma è stato quinto per intercetti, sesto per palloni rubati e terzo per tackle, statistiche prettamente difensive. Eppure all’aspetto matematico raramente è corrisposta la percezione generale di un grande impatto sul rendimento della squadra. Spesso, nel parlare dei suoi uomini, Mourinho ha infatti accomunato Lorenzo Pellegrini a Dybala. In una rosa composta prevalentemente da gregari, il compito di dare qualità alla manovra e trovare giocate decisive era appannaggio quasi esclusivo di loro due.

A Dybala però, comprensibilmente, Mourinho non ha mai chiesto il lavoro in mezzo al campo di Pellegrini. Ne ha anzi centellinato corse e rincorse senza palla in entrambe le fasi per ottenere di più nella zona calda del campo. Di questo aspetto si è fatta carico il resto della squadra, col capitano in prima fila. Dal canto suo quest’ultimo, come già detto condizionato anche da una situazione fisica non eccellente, ha sacrificato l’attitudine al bello e rischioso in nome della concretezza e di un certo conservatorismo per essere pragmatico, ma anche per canalizzare le limitate energie verso ciò che poteva essere utile alla squadra. Così facendo, però, ha finito per sopprimere i suoi istinti da centrocampista forte, assecondando solo quelli da centrocampista applicato. Quest’anno Mourinho, almeno inizialmente, ha tentato di impostare la Roma in modo diverso.

Le aggiunte di Aouar, Renato Sanches e Paredes a centrocampo e quella di Ndicka insieme al rinnovo del prestito di Llorente in difesa hanno portato maggiore qualità in fase di trasmissione della palla. L’intenzione era anche quella di modificare leggermente lo scacchiere tattico con il passaggio dal 3-4-2-1 asimmetrico a un 3-5-2 più rigido. Una soluzione volta ad avvicinare Dybala al centravanti, in questo caso Lukaku, e ad avere Pellegrini più nel vivo dell’azione sin dal suo sviluppo primario. Un tentativo simile si era già visto sul finire dell’annata scorsa, in particolare nella partita casalinga contro il Bayer Leverkusen, in cui il capitano aveva tenuto una posizione persino più bassa di Bove, impiegato come mezzala dal lato opposto. Per via degli infortuni in serie, prima Aouar, poi Pellegrini stesso e Dybala nel giro di una settimana, Mourinho ha poi abbandonato questa soluzione per affidarsi ad automatismi già assimilati dalla rosa.

La Roma però non è mai riuscita a ritrovare la solidità difensiva che, soprattutto in Europa, l’aveva resa quasi inattaccabile e si è trasformata in una squadra senza una reale essenza, con poca capacità di fare blocco davanti a Rui Patricio e allo stesso tempo poche idee nell’imbastire trame o ripartire in velocità. In questo scenario, Lorenzo Pellegrini ha faticato a divincolarsi da un certo stato confusionale. Ha accusato un problemino muscolare subito dopo la prima partita, con il Verona, ed è andato comunque in campo contro il Milan per via dell’infortunio di Aouar nel primo tempo. Quando sembrava star rientrando in condizione, dopo 80’ con gol contro il Frosinone, col Servette in 10’ ha infilato assist, gol e un nuovo stop muscolare, questa volta abbastanza grave. Una volta tornato, il capitano giallorosso si è ritrovato inserito in un contesto dall’andamento ondivago, e ha anche riscoperto la sensazione di non essere più tanto sicuro della propria titolarità.

Il momento topico

Si è parlato tanto, dall’esonero di Josè Mourinho, di possibili ammutinamenti da parte della squadra. Insinuazioni condite da racconti degni di una serie HBO, o di un film di Peter Jackson. L’anello regalato al tecnico per i suoi 60 anni e restituito dallo stesso con tanto di invito al capitano a “diventare uomo” è ormai storia dell’ambiente romanista. Nei fantasiosi e accesi dibattiti della capitale spesso però si finisce per trascurare la realtà. Innegabili sono due cose, come detto: che tra Pellegrini e Mourinho la fiamma della stima reciproca non bruciasse più come un tempo, e che Pellegrini, già in difficoltà, probabilmente non fosse felice di non essere più un insostituibile. Cose che possono capitare in qualunque spogliatoio.

Quando Mou, dopo Roma-Fiorentina, dice che, una volta sostituito Dybala, la squadra ha perso il pallino del gioco o, dopo il derby di Coppa, confessa di aver percepito la disillusione dei suoi per via del cambio chiesto dalla Joya all’intervallo, implicitamente accusa il suo capitano di non essere in grado di occupare quella casella di guida tecnica e spirituale. Quando lo tiene in campo per 90’ in un disastroso Bologna-Roma, dove Pellegrini ha più di qualche colpa sul gol di Nikola Moro, e una manciata di giorni dopo nel big match contro il Napoli gli preferisce un ragazzo affamato e tutto sommato affidabile come Bove, sta urlando al mondo la sua delusione con la brutale arma del suo insindacabile potere decisionale.

Quando però De Rossi dopo la tripletta di Dybala al Torino parla di un giocatore in fiducia e decide di schierarlo anche a Monza, ignorando la sua storia clinica, risulta difficile non pensare a quanto successo allo Juventus Stadium lo scorso dicembre, quando, in quel caso, Mourinho scelse di insistere con Bove titolare a centrocampo e Pellegrini in panchina nonostante il già citato gol al Napoli, nella speranza, evidentemente vana e francamente irrealistica, di riscoprire in lui forse un Vincenzo Montella o un Luis Muriel.

Vera è invece un’altra cosa. Pellegrini non è tornato a giocare con Daniele De Rossi, ma era un calciatore in ripresa già nell’ultimo periodo con Mourinho. Il gol segnato contro il Napoli è una perla che ha deciso l’unico big match vinto in stagione dalla Roma di Mourinho. La partita di Coppa contro la Cremonese è fatta di un centinaio di minuti di corsa, palloni sprecati dai compagni, ruoli e posizioni cambiate senza fiatare e pure una traversa a metà tra la sfortuna e l’errore grossolano. La partita con l’Atalanta vede il Pellegrini più pimpante della stagione per 45’ e a cui corrispondono, forse, i migliori 45’ della Roma, e solo un liscio clamoroso di Dybala gli toglie assist e copertina. Contro il Milan, da cambio disperato all’intervallo, Pellegrini è l’unico a dare segnali di vita in zona offensiva nonostante un ingresso non eccezionale.

Suo è il rigore guadagnato e poi segnato da Paredes (che è rigorista designato, a differenza di ciò che si è insinuato durante e dopo quella partita), suo è il tiro più pericoloso verso Maignan con una gran giocata al limite dell’area. In mezzo c’è un derby giocato malissimo da tutti, compreso Pellegrini che però in quella partita va in campo in condizioni precarie, come confermato dallo stesso Mourinho.

Il ritorno del re

Se questo processo di ripresa con De Rossi ha subito un’accelerazione è perché evidentemente il gioco proposto da quest'ultimo maggiormente si addice alle caratteristiche di Lorenzo Pellegrini. Messo nel suo ruolo prediletto, cioè quello di mezzala, e con tanti uomini vicini con cui dialogare in una squadra che fa del possesso e del gioco tra le linee il suo manifesto programmatico. Poi c’è tutto il resto. C’è l’amicizia tra i due che dura da quando erano compagni di squadra. C’è la comprensione per ciò che il ruolo di capitano romano e romanista comporta in termini di responsabilità e talvolta anche di qualche malignità di troppo. C’è la complicità nel vedere le cose in maniera simile.

Già la scorso anno del resto, quando ristabilito del tutto fisicamente, Lorenzo Pellegrini aveva dato grandi segnali. Dopo il suo punto più basso in maglia giallorossa, il rigore sbagliato al de Kuip contro il Feyenoord, aveva inanellato una serie di ottime prestazioni fino a fine stagione. Se l’eco è stato minore però, è proprio perché il suo momento positivo si inseriva in un contesto raffazzonato per via dei problemi fisici diffusi e tatticamente votato soprattutto alla difesa.

Appena arrivato, De Rossi ha detto due cose molto semplici su Pellegrini: è un giocatore che ha bisogno di toccare tanto il pallone, ed è un centrocampista che ha un’attitudine al gol molto importante. Due fattori per cui si è cercata un’applicazione tattica immediata. Così Pellegrini non tocca solo il pallone in uscita, spesso spalle alla porta, come faceva con Mou, ma in diverse fasi del gioco si abbassa in impostazione, lasciando che a salire siano i centrali di difesa oppure il terzino sinistro. Quando invece rimane più alto, lo spazio che lascia viene colmato a turno dal difensore in possesso del pallone, da El Shaarawy o persino da Paredes, che ha ritrovato improvvisamente mobilità con la palla al piede. Con la squadra più corta, poi, quando si verticalizza per Pellegrini è più semplice andare a raccogliere le sponde di Lukaku o i cross sul secondo palo.

Nella prima parte di stagione, soltanto due volte Lorenzo Pellegrini è andato oltre i 55 palloni toccati a partita, contro l’Hellas alla prima presenza e contro l’Udinese, al ritorno dall’infortunio, mentre con De Rossi è già successo 4 volte (Torino, Feyenoord, Verona e Salernitana). Discorso simile per i passaggi tentati. Con Mourinho solo in Roma-Udinese ha raggiunto almeno 40 tentativi, mentre con De Rossi è già a quota 3. La fiducia e la costanza nel fare le cose semplici poi porta a giocate come quelle contro Feyenoord e Monza e a un bottino di 5 gol e 3 assist nelle ultime 9 partite. Diventa meno sfiancante anche fare l’assistente di Angeliño su Bellanova o seguire Wieffer come un’ombra in giro per il terreno di gioco. In questo pezzo si è parlato tante volte di una questione fisica. De Rossi sta riservando una certa attenzione a Pellegrini anche sotto questo aspetto.

Tra le tante congetture sul suo rendimento, raramente si considera la possibilità che l’infortunio contro il Servette, dopo 10’ di pura onnipotenza calcistica e in una stagione che doveva essere quella del riscatto, abbia impattato anche psicologicamente sul giocatore. Più di una volta del resto negli anni passati, quando si sono fatte insinuazioni sulla sua fragilità muscolare, Pellegrini è parso quantomeno infastidito. Da quando è arrivato, De Rossi lo ha lasciato in campo per 90’ solo in due occasioni, contro l’Hellas e a Rotterdam. Un modo per tutelarlo in un momento per lui positivo, e allo stesso tempo proteggere la squadra, considerata l’importanza del suo ruolo di equilibratore.

Così, De Rossi può coccolare un giocatore che, numeri alla mano, è una delle migliori mezzali del campionato. Nonostante sia sceso in campo per meno del 50% dei minuti disponibili, infatti, tra i centrocampisti solo Çalhanoglu e Koopmeiners hanno numeri migliori in termini di gol e assist, e in entrambi i casi si tratta di rigoristi designati. Di fronte a un grandissimo della storia romanista, poi, Pellegrini sembra ancor più responsabilizzato come capitano.

Non è una figura appariscente, non è mai stato il suo carattere, ma se ne percepisce la presenza in campo: guida i movimenti difensivi della squadra, dà indicazioni dalla panchina quando viene sostituito, incita i compagni più bistrattati quando si innalza qualche mugugno dagli spalti. Comportamenti in cui raramente è mancato, nonostante gli venga riconosciuto poco, ma che ora sembra mettere in pratica con ancor più convinzione. Dopo Roma-Feyenoord, ormai fuori dal collegamento televisivo, ha preso quasi di peso Lukaku e lo ha trascinato con sé sotto la Curva Sud.

Tra De Rossi e Lorenzo Pellegrini ci sono stati altri due capitani, Florenzi e Dzeko. Dentro Trigoria, però, l’etichetta del predestinato l’ha sempre avuta lui. Un’idea che ha faticato a far breccia nello stesso modo fuori dai cancelli del Fulvio Bernardini, forse anche per l’aspettativa irrealistica costruita dai suoi predecessori. Per far sì che la profezia si compia un po’ romanticamente c’è bisogno innanzitutto di concludere questa stagione nel migliore dei modi. Molto passerà dai piedi di Lorenzo Pellegrini, romano, romanista, capitano della Roma.

  • Romanista e autista del Carro Lorenzo Pellegrini. Bevitrice di Peroni in offerta. Fondamentalista lucana. Noel è il Gallagher superiore.

Ti potrebbe interessare

Khéphren Thuram non è solo un figlio d'arte

Khéphren Thuram non sarà soltanto il sostituto di Rabiot nella Juventus di Thiago Motta

C’eravamo tanto amati

Finisce un’era, irripetibile sotto ogni punto di vista: Ciro Immobile lascia la Lazio

Al ritmo di Enzo Le Fée

Il 2000 francese mostrerà a Roma lo stesso potenziale intravisto a Lorient?

Storia della bromance Eze-Olise

Il trasferimento di Olise al Bayern segna la fine di una delle più belle coppie dell'ultima Premier League.

Dallo stesso autore

Il purgatorio breve del Saint-Étienne

Vincendo uno spareggio al cardiopalma, i biancoverdi sono tornati in Ligue 1 dopo due anni.

Bundesliga 2023/24, la squadra della stagione

La prima senza il Bayern campione.

Lo Stoccarda è tornato a riveder le stelle

Il club tedesco ritorna in Champions League dopo quattordici anni.

Emmanuel Gift Orban va aspettato

E l'Olympique Lyon sembra disposto a farlo.
Newsletter
Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu