Charles De Ketelaere
, 29 Febbraio 2024

Ode a Charles De Ketelaere


Dopo un anno sciagurato al Milan, De Ketelaere è rinato nel sistema di Gasperini.

C'era una volta un cucciolo di koala bagnato e spaurito, che giocava nel Milan e scivolava al primo tentativo di dribbling o protezione di palla. Così timido che sbagliava i gol da pochi metri, col portiere già spiazzato, e con la palla sul piede forte; così depresso da non far trasparire neanche rabbia per la sua condizione angosciante. La sua figura era diventata spettrale, come se la divisa da gioco non contenesse che un mucchietto di ossa piene di inedia. Senza sentimenti.

«Non c’è una ragione» diceva il nostro protagonista nella prima dichiarazione a un giornale belga dopo l'arrivo in Italia: ormai fatalista, arreso allo scorrere delle cose sotto il suo viso docile di ragazzino. «Un nuovo ambiente, un livello di calcio più alto. Occorre adattarsi a molte cose».

No, non è l'incipit di una favola scritta da Apuleio o dai fratelli Grimm. Anche se la storia dell'ultimo anno di Charles De Ketelaere ha qualcosa di miracoloso, come se lontano da San Siro il suo talento sia stato ritrovato da Gian Piero Gasperini, nel contesto più tenue dell’Atalanta, sotto due dita di polvere, in una cassapanca di cianfrusaglie dove si accumulano le cose vecchie, inutili – o semplicemente inutilizzate.

Sono passati pochi mesi da quando giudicavamo De Ketelaere inadatto alle pressioni del mondo del calcio, un povero e spaesato contadino arrivato in città, come un boomer alle prese con l’uso degli smartphone. Lo guardavamo allacciarsi gli scarpini e varcare la linea laterale, con la lavagnetta che indicava il numero 90, con i suoi occhi che già si gonfiavano di strazio, preoccupati per ciò che poteva accadere nei pochi minuti che gli venivano concessi.

Quando si dice: la paura di calciare in porta.


Il passaggio all’Atalanta doveva essere la conferma che qualcosa in lui non funzionava. Non solo perché, dopo una sola stagione, veniva preso e mandato a farsi le ossa in un club di rango inferiore, con meno pressioni, ma soprattutto per la scelta dell’Atalanta. Una squadra entrata già nella storia del calcio italiano per la sua proposta verticale, le marcature uomo su uomo e l’intensità fuori scala.

L’esatto opposto dei tocchi cullati di De Ketelaere, uno di quegli esseri umani che considera il contatto fisico una scollatura della realtà, una sua piega triste. Non c’era niente di buono all’orizzonte nello scontro con un allenatore brutale come Gian Piero Gasperini per una mezzapunta che, se potesse, giocherebbe chiuso in una teca di vetro per non toccare nessun altro corpo se non il pallone.

Le cose sono andate diversamente, per fortuna.

«È il miglior Charles da inizio stagione» lo ha coccolato il tecnico prima di Milan-Atalanta. Suonano strane queste carezze per De Ketelaere, che alimenta il suo impatto sulla partita attraversando ampie ondate di discontinuità. Negli anni abbiamo fatto il callo al carattere burbero di Gasperini: nessuno fa eccezione, all’Atalanta, nella gestione mentale e nell’accettazione degli errori in campo. Quest’anno, però, a De Ketelaere viene perdonato anche qualche giro a vuoto. «Ha ancora margini di miglioramento» ha continuato Gasperini in conferenza.

È il 21’ e a Genova la foschia invade il campo: per l’Atalanta, che indossa la maglia bianca da trasferta, distinguere un compagno dall’altro deve essere stato difficile. O almeno sembra così per Mario Pasalic, quando non serve lo scatto in verticale di De Ketelaere alle spalle di Vogliacco, nonostante il belga gli avesse dettato il passaggio.

Dopo qualche secondo, Pasalic ferma la sua conduzione orizzontale: carica con l’esterno un passaggio al corpo, dosato sul piede sinistro di De Ketelaere.

In quel momento della stagione Charles De Ketelaere, è strano dirlo, sembra unto dalla provvidenza: ogni controllo orientato, finta di corpo, o banale tiro in porta è pericoloso. Ha già fornito sei assist e segnato cinque gol in Serie A, più di quanti il pubblico – e forse anche quello atalantino – si sarebbe aspettato da lui, da questo talento sgraziato e sbrandellato che dimostra di avere.

La palla gli atterra sul sinistro e lui non ci pensa due volte: la uncina nell’atmosfera uggiosa del Marassi e, anche se non dovrebbe essere possibile, anche con la palla all’altezza del ginocchio De Ketelaere mantiene il suo classico ordine razionalista.

Spesso è stato accusato di giocare in maniera troppo semplice, di essere stato forgiato con radicalità dallo spirito in un certo senso fordista della scuola mitteleuropea. Anche al Bruges, nei suoi tempi abbacinanti, era difficile capire a fondo le sue giocate: avevano qualcosa di estetico nella loro normalità, forse anche nella bruttezza. Un attaccante – così si è definito lo stesso De Ketelaere qualche settimana fa, ma ci arriveremo – alto e smunto, che provava a pettinare il pallone con sensualità ma senza il gusto da dandy. Prolifico eppure non quanto ci si aspetta da un centravanti; fantasioso ma non abbastanza per un numero dieci; capace di sterzare sui corpi degli avversari e farli sentire birilli stupidi, e non veloce abbastanza per giocare esterno.

Tutti i dubbi su Charles De Ketelaere erano leciti: dove voleva andare con questo fisico lento, asciutto fino a diventare rachitico, spostato dai difensori con una facilità umiliante?

Tra l’aggancio del pallone in aria e il tiro di collo esterno col mancino che si è incastonato come una gemma nell’angolo sinistro della porta del Genoa non sono passati più di tre secondi. La dimostrazione che il tempo è relativo, possiamo concludere, ma anche che per renderlo tale servono squarci di onnipotenza.

De Ketelaere esulta restando in piedi, come un simulacro, mentre si porta le mani alle orecchie e sembra dire: Come? Non vi sento, potete ripetere? Il pacco sono io o siete voi?

Una foto che vale più di tante parole.

È giusto però ricordare che invece quello è un gol di De Ketelaere, delle sue peculiarità, del fatto che potrebbe sparire dalla partita in pochi centesimi di secondo e ricomparire sulla scena con un tiro del genere in altrettanti. Esagero, ma pochissimi giocatori del nostro campionato avrebbero osato girarsi e calciare di controbalzo con quell’agilità felina, pur essendo alti più di un metro e novanta. De Ketelaere che segna un gol à la De Ketelaere: forse non eravamo ancora pronti per vederlo, per riconoscergli qualcosa che non abbia a che fare con la negatività.

Questo pezzo esce dopo Milan-Atalanta, questo discorso può sembrare paradossale. Ha di nuovo giocato male a San Siro, si dirà, è la prova che certe pressioni non le regge. E, insomma, è anche vero: è stato sostituito all’intervallo per Lookman, sul punteggio di 1-1, come se per Gasperini fosse inutile tenerlo in campo.

Anche i dati coincidono con questa idea: nel primo tempo De Ketelaere ha toccato 15 volte il pallone, completando solo 4 passaggi – su 7 tentati – e ha calciato 2 volte, di cui una fuori. Ha perso 4 volte il possesso, costringendo l’Atalanta a correre all’indietro in una giornata già di per sé difficile, alla fine svoltata grazie all’episodio del rigore procurato da Giroud per un calcio a Holm.

Sarebbe però sconclusionato e disonesto pretendere da De Ketelaere l’estraneità al contesto di squadra. Il suo talento non è onnisciente, e se il contesto intorno a lui fatica a mantenere il pallone, a stabilizzarsi nella trequarti avversaria, il gioco di De Ketelaere diventa bypassabile. Ha bisogno di toccare la palla, e anche di sbagliar in modo plateale: non sarà mai un animale da transizioni o da uno contro uno puro con il marcatore.

Con l’infortunio di Lookman e la presenza-assenza di un altro attaccante dalle prestazioni instabili come Scamacca, Gasperini gli ha ritagliato il ruolo di punta di sinistra del 3-4-1-2. «Questa posizione mi dà più forza» ha confessato De Ketelaere dopo Atalanta-Salernitana – partita in cui ha fatto un gol e un assist. «Io non sono un giocatore che può correre 12 km, ma posso dare molta intensità».

Parte da sinistra, ma il suo compito è quello di svariare in tutti i corridoi dell’attacco per ricevere palla, portarsela sul sinistro e creare qualcosa. In alcune partite la sua influenza sulle catene laterali dell’Atalanta è stata impressionante.

Contro la Lazio, ad esempio, ha effettuato il cross da cui è scaturito il gol in mischia di Pasalic con un attacco alla linea da sinistra; e nella stessa partita ha raccattato un appoggio sbagliato di Scamacca in transizione sulla fascia opposta, prima di dribblare Pellegrini e beffare Provedel con un fendente rasoterra sul primo palo.

Per i tifosi del Milan è una cosa che si avvicina a uno scherzo del destino: perché hanno mandato via un brutto anatroccolo e si vedono quasi ogni settimana rimpiangere non un cigno, ma quantomeno un pavone così bello da vedere? Al debutto con l’Atalanta lo hanno visto decidere la vittoria di Sassuolo con un colpo di testa goffo, quasi imbarazzante per la sua casualità, e già si sprecava il rimpianto. Poi per qualche mese, prima del gol superfluo alla Salernitana, aveva sbagliato altri gol impossibili – tra cui uno da due passi contro il Milan, uno dal limite dell’area piccola contro il Cagliari: insomma, se vogliamo continuare si fa lunga.

Sono tante le cose che sa fare De Ketelaere in campo, molte neanche appariscenti. Gasperini ne ha lodato il coraggio nelle scelte, che è aumentato di pari passo con la fiducia che ha sentito dall’allenatore: «Prova le giocate non semplici, perde pochi palloni e li recupera anche. Nel calcio si va sempre avanti, lui sta diventando un punto di riferimento per la squadra».

A volte si muove con la lentezza di un elefante, come se i ritmi del calcio contemporaneo fossero troppo alti. Si fa recuperare dal difensore qualche metro o sbaglia l’ultimo passaggio perché gli escono dal piede palloni masticati, troppo deboli. Da quando è all’Atalanta però ha recuperato la sua presenza in area: ha segnato un altro gol di testa, nel girone di Europa League, contro il Rakow, un anticipo secco sul primo pallo. Ha aggredito la palla con il tempismo di un centravanti, uno dei ruoli che ricopriva nell’anno d’oro al Bruges.

Ora che può ricevere nei corridoi centrali del campo e permettersi di sbagliare, senza l’ansia di 70mila lamentele o fischi dietro l’angolo, Charles De Ketelaere è tornato a splendere. Non gli viene più chiesto di aggredire lo spazio lasciato sguarnito dalla prima punta, la punta nell’Atalanta è lui e anche quando gioca in coppia ha dimostrato di conoscere i tempi: sa quando svuotare e riempire l’area, se anticipare il tiro o scaricare sulla fascia e ricominciare l’azione.

Gasperini lo ha gestito bene, lavorando prima sulle certezze. Gli ha permesso di riprendere confidenza con le responsabilità creative mettendolo a sinistra, sul suo piede forte, in un sistema di intelligenza sparsa, collettiva: in cui ogni giocatore ha compiti precisi.

Da quando è andato via dal Milan anche il suo ex allenatore, Stefano Pioli, ha parlato della questione tattica, sottolineando che a Bergamo sta giocando bene, ma in un altro ruolo rispetto a quello in cui lo vedevamo in rossonero.

Zero gol in una stagione intera sono pochi per ogni posizione offensiva, questo Pioli lo sa. Ed è anche per questo che quando gli chiedono di De Ketelaere il suo tono, con il passare del tempo, è diventato un po’ giudizioso. In tutti gli scenari che potevano essere previsti, il rendez-vous tra De Ketelaere e il Milan è stato il fiasco più grande, l’unica possibilità su 7 miliardi di combinazioni.

Contro il Genoa, girandosi con quella piroetta graziosa e calciando con la palla in aria, ha segnato un gol che non ha spiegazioni. Potrebbe averlo fatto Dennis Bergkamp con la maglia dell’Arsenal in un grigio pomeriggio di Stoke, o ancora Zlatan Ibrahimovic ai tempi del PSG – nella versione più figurativa delle sue performance artistiche in campo.

Invece no, lo ha segnato Charles De Ketelaere e questa è la parte migliore. È il manifesto tecnico di un giocatore lavorato con disciplina da uno dei migliori allenatori di quest’era della Serie A, uno di quei giocatori un po’ pazzi da assentarsi per mesi e ricomparire tra la marea bassa e farti domandare: allora è sempre stato qui?

È persino un po’ emozionante, per chi non ha creduto che De Ketelaere fosse nascosto tutto in quel piccolo koala smorto e schiacciato dalla pioggia, vicino all'estinzione. Charles De Ketelaere è sempre stato qualcosa di più.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle cose più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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