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Copertina Turnover Inter Milan
, 28 Febbraio 2024

La sfida sul turnover tra Inzaghi e Pioli


Inter e Milan hanno mostrato di avere due concezioni del turnover radicalmente opposte. Con risultati altrettanto diversi.

Il prepotente ritorno delle coppe europee con le fasi ad eliminazione diretta ripropone ancora una volta il tema del turnover e della gestione delle energie da parte delle squadre impegnate su più fronti, Inter e Milan su tutte.

Il problema del calendario intasato coinvolge quasi tutte le big del nostro campionato, ma le scelte recenti degli allenatori e gli ultimi risultati delle due squadre hanno posto al centro del dibattito le scelte di Inzaghi e Pioli, entrambi alla difficile ricerca del compromesso vincente tra campionato e coppe. Ognuno però con strategie diverse. E risultati diversi.

Pioli e il turnover che non funziona

Domenica sera. Monza-Milan. Per i rossoneri c'è l'occasione di superare la Juventus, fermata sul pari dal Verona il giorno prima, e issarsi al secondo posto in classifica. C'è anche però il playoff di Europa League contro il Rennes, di cui il Milan ha appena vinto 3-0 l'andata e deve disputare il ritorno in Francia. Fatte le dovute valutazioni, Stefano Pioli sceglie di mandare in campo la seguente formazione: Maignan; Theo, Gabbia, Thiaw, Florenzi; Adli, Bennacer; Okafor, Loftus-Cheek, Chukwueze; Jovic. Una mezza rivoluzione rispetto alla formazione tipo del Milan 2023/24, rivoluzione che nei fatti non paga, dato che il Milan si trova sotto 2-0 al termine del primo tempo. Pioli, nel tentativo di recuperare, si trova a inserire molto presto in partita i giocatori tenuti a riposo tra i due match europei, che riescono ad agganciare un faticoso pareggio, poi svanito nei minuti finali. Quattro giorni dopo, con il rientro di diversi titolari, il Milan perde anche a Rennes, subendo altri 3 gol. Un caso isolato e sfortunato? Non proprio.

Nelle ultime due stagioni - dunque successivamente all'ultimo scudetto dei rossoneri - abbiamo individuato undici partite in cui Stefano Pioli ha fatto ricorso al turnover, lasciando a riposo in blocco una fetta consistente dei suoi titolari. Di questi 11 match il Milan ne ha vinti 4 - con un grosso asterisco da accostare alla vittoria di Marassi contro il Genoa, arrivata nel finale dopo aver fatto ricorso ai titolari in panchina - ne ha pareggiati altrettanti e ne ha persi 3, compreso quello contro il Monza di due settimane fa. I gol realizzati in queste sfide sono stati 16, ma 11 di questi sono concentrati in due partite contro il Cagliari (Serie A e Coppa Italia 2023/24) e in quella sempre contro il Monza della scorsa stagione, mentre le reti subite ammontano a 12. Lo score, tradotto in punti, è di 16 punti in 11 partite, che equivalgono a 1,45 punti di media per ogni match. È il ritmo disastroso che sta tenendo il Napoli in questa stagione.

Il Milan ha impiegato molte energie a Monza, uscendone comunque con zero punti.

Tra le partite prese in considerazione ce ne sono alcune diventate emblematiche delle difficoltà di Pioli nel gestire il turnover e che da circa un anno infestano gli incubi dei tifosi rossoneri. Si può tornare ad esempio al doppio pareggio con Empoli e Bologna della scorsa primavera nelle settimane del confronto europeo contro il Napoli di Spalletti. Contro i toscani Pioli decide di lasciare fuori Leão, Giroud, Brahim Diaz e Krunic, sostituiti da Pobega, Rebic, Origi e Saelemaekers. Il risultato è uno 0-0 in cui i rossoneri non riescono a concretizzare il grande volume di occasioni prodotto. La settimana successiva il Milan è ospite al Dall'Ara e in campo vanno Vranckx, Pobega, Ballo-Touré, Saelemaekers, De Ketelaere, Rebic e Origi, ovvero 7/11 diversi rispetto ai due match di Champions League con il Napoli. Anche in questo caso arriva un pareggio, in una partita caratterizzata dall'evanescenza dell'attacco rossonero.

Ci sono anche i due scontri con una Cremonese poi retrocessa a fine stagione, terminati entrambi in pareggio e in cui Pioli decide di fare a meno - l'una o l'altra volta - di Leão, Giroud, Tonali e Theo Hernandez, oppure il match con lo Spezia dello scorso maggio, sacrificato sull'altare del turnover per concentrare le energie della sua squadra sul doppio derby di Champions League, poi perso rovinosamente. Ma non sono solo le partite finite male a mostrare le difficoltà di Pioli in un utilizzo efficace del turnover. Abbiamo citato in precedenza la pazza vittoria dello scorso ottobre contro il Genoa, in una partita durata più di 100 minuti e finita con Olivier Giroud nei panni inediti del portiere. In quell'occasione il Milan, reduce dal pareggio di Dortmund, schiera il tridente Okafor-Jovic-Chukwueze, oltre ad Adli, Musah e Florenzi. La partita però non si sblocca e quattro dei giocatori tenuti a riposo sono costretti ad entrare per portare a casa il risultato, scenario analogo a quello accaduto a Monza nel recente passato. In entrambi i casi il turnover è così risultato inutile, visto il consistente minutaggio in fasi intense di partita avuto dai "titolari".

È evidente, dunque, che il Milan abbia un problema nell'utilizzo del turnover e questo problema nasce anche dalle mancanze in fase di costruzione della rosa, oltre che - ovviamente - dai difetti nella gestione del parco giocatori a disposizione. Pur considerando i numerosi infortuni, i rossoneri mancano di profondità in alcuni settori della rosa, vedasi l'atavico cruccio del sostituto di Giroud, o in quello dei centrali di difesa e dei mediani. Non è una mancanza strettamente numerica, ma è più l'assenza di un numero sufficiente di giocatori adatti ad entrare nelle rotazioni senza che il gioco ne risenta particolarmente. Ci sono stati sì giocatori rivelatisi inadeguati - vedi Ballo-Touré - o giocatori inadatti al sistema di gioco del Milan - vedi Pobega - ma il problema risiede soprattutto nel plotone di giocatori che nel corso dei due anni non si è amalgamato con il blocco dei "titolari" e rende in modo inferiore alle aspettative.

Introducendo questo argomento ci collochiamo in una delle classiche situazioni di "cane che si morde la coda". Perché le seconde linee non rendono quando vengono chiamate in causa, rendendo molto difficile un turnover efficace? Proprio perché sono trattate quasi come se fossero componenti di una Squadra B, rispetto alla formazione tipo, e vengono schierate quasi sempre in gruppo, avendo poche occasioni di affinare l'intesa in campo con chi solitamente calca il campo dal primo minuto. Un esempio che si può fare a riguardo è quello di Noah Okafor. Ci si aspettava che lo svizzero potesse dare di più al Milan 2023/24, anche per le premesse con cui arrivava in rossonero, ma è anche vero che Pioli lo ha schierato titolare solo nelle già citate partite contro Cagliari, Genoa e Monza, condividendo il campo con il solo Pulisic - e solo a Cagliari - tra i componenti del reparto offensivo tipo.

Le tre partite di questo campionato in cui Pioli ha fatto turnover, nonché le uniche tre da titolare di Okafor. (Transfermarkt)

Lo stesso discorso può essere applicato anche a Chukwueze, partito spesso dal primo minuto proprio assieme ad Okafor, oppure - tornando alla stagione precedente - a De Ketelaere. Appurato che il belga in Serie A può starci eccome, la sua annata interlocutoria, se non addirittura deludente, in rossonero con il senno di poi è anche figlia dell'utilizzo che ne ha fatto Pioli in questi meccanismi di rigida divisione tra le prime e le seconde linee. Dopo un inizio di stagione da vero e proprio titolare, prima della fine di ottobre De Ketelaere era già stato relegato al ruolo di comparsa, finendo poi per giocare titolare solo nella sciagurata partita persa 2-5 con il Sassuolo - in una trequarti formata anche da Rebic e Saelemaekers - nella sfida con la Fiorentina in cui Brahim Diaz era assente e nei già citati mega turnover contro Bologna e Cremonese di fine campionato.

Dopo la partita con il Monza, Pioli ha preso le distanze dalla parola turnover, parlando di semplice gestione di un gruppo che deve affrontare impegni ravvicinati e di scelte fatte di volta in volta in base alla condizione dei giocatori. Semplice rotazione degli uomini a disposizione, dunque. I fatti, come abbiamo visto, non sembrano però dare ragione a Pioli, che per provare ad ottenere risultati più efficaci dalla variazione dell'undici titolare dovrebbe evitare di ricorrere al lancio in blocco dei giocatori meno utilizzati e a non applicare in modo sistematico e quasi cieco questa modalità a ridosso di quasi ogni appuntamento importante.

Inzaghi e un modello vincente

Se la sconfitta di Monza ha acceso, ancora una volta, i riflettori sulle lacune gestionali di Pioli, il 4-0 rifilato dall’Inter ai danni della Salernitana fanalino di coda è stato invece indicativo di un modo completamente opposto e speculare di intendere il concetto di turnover, quasi contro intuitivo. Del resto, i presupposti erano praticamente gli stessi: anche l’Inter si trovava di fronte un avversario ampiamente alla portata e anche l’Inter avrebbe dovuto affrontare da lì a pochi giorni un impegno europeo fondamentale. Anzi, considerando il vantaggio di giocare in casa, di affrontare una squadra allo sbando tecnico e tattico come la Salernitana, di avere una situazione in classifica salda e sicura e di dover preparare un ottavo di finale di Champions League contro l’Atletico Madrid del Cholo Simeone, Inzaghi alla vigilia aveva ragioni ben più fondate e impellenti rispetto a quelle di Pioli per decidere di affidarsi ad un ampio turnover nella sfida con i campani. In molti davano per certo l’utilizzo di elementi come Klaassen, Bisseck e Arnautovic e c’era chi addirittura prevedeva un’insperata quanto nostalgica titolarità del redivivo Stefano Sensi. La formazione iniziale schierata invece dal tecnico piacentino è stata invece quella titolare a tutti gli effetti, ad eccezione dei due quinti di centrocampo e di De Vrij al posto dell’infortunato Acerbi, per la delusione di quella (larga) parte della tifoseria nerazzurra che da sempre contesta a Inzaghi una scarsa capacità di gestione della rosa, soprattutto in prossimità degli impegni europei. Se l’ampia vittoria contro la povera Salernitana non ha sorpreso nessuno, la prova totale e dominante offerta da quegli stessi undici contro l’Atletico Madrid in Champions, un’avversaria e un palcoscenico decisamente più impegnativi, ha fatto ricredere più di qualche critico. L’Inter ha sfoderato una prestazione di altissimo livello sul piano del gioco e dell’intensità, dominando e meritando per tutti i 90’ e giocando con una freschezza e un’aggressività estremamente rare in un periodo di trasferte e calendari intasati come questo. Inzaghi è riuscito quindi ad uscire da questo importante crocevia stagionale con due vittorie nette e a porta inviolata, che hanno permesso all’Inter di allungare in classifica sulla Juventus e ad indirizzare il doppio confronto con i Colchoneros. Tutto ciò senza fare turnover, potrebbe dire qualcuno. Ma sarà vero?

In realtà no, anzi. In piena armonia con la fluidità tipica della sua idea di calcio, il turnover messo in atto dal tecnico piacentino va ben oltre ciò che ci può indicare la semplice lettura delle formazioni titolari. Diamo un’occhiata al dato dei minuti giocati: tra Salernitana e Atlético gli unici tre giocatori di movimento ad aver giocato tutti i 180 minuti sono stati Barella, Pavard e De Vrij, mentre tutti gli altri titolari, da Lautaro (149’) a Calhanoglu (155’) passando per lo stachanovista Mkhitaryan (che ha giocato solo 130’) hanno potuto godere di un certo riposo pur partendo sempre da titolari. L’andamento della partita del venerdì sera del resto ha aiutato: il risultato della gara, dopo aver concluso il primo tempo sul parziale di 3-0, non è mai stato in discussione, lasciando al tecnico la libertà di procedere con le sue turnazioni mirate e programmate.

Il turnover secondo Inzaghi si muove dunque su linee direttrici ben diverse rispetto a quello proposto ormai da tempo da Pioli. Se il Milan decide di alternare una squadra A e una squadra B, l’Inter opta per una strategia diversa, in cui ad alternarsi sono al massimo tre o quattro titolari per partita (di solito i quinti di centrocampo, un centrocampista e un braccetto), mentre si cerca in maniera costante e scientifica il controllo della partita e il controllo delle energie, due concetti da tenere necessariamente distinti.

Da un lato, controllare la partita significa deciderne ritmo e andamento, a seconda delle esigenze della squadra: l’Inter aggredisce le partite con grandissima foga e intensità, cercando di trovare la rete del vantaggio il prima possibile (non a caso è la prima squadra per gol segnati nei primi 15’, 9 in totale) per poi ricercare rapidamente la rete del raddoppio (è la prima squadra per reti segnate anche nella terza frazione del primo tempo, 13) e limitandosi a gestire e ad amministrare nel corso della ripresa. In questo modo, la squadra di Inzaghi finisce quasi sempre per essere in controllo di una gara già decisa e messa in ghiaccio, di cui bisogna amministrare solo i ritmi. Controllare il ritmo della partita permette poi una gestione più lucida e strutturata delle energie: come accaduto già più volte (non a caso in prossimità di impegni europei o in Supercoppa) contro Udinese, Monza, Salernitana e Lecce, dopo essersi portato in vantaggio di tre o più reti attorno al 60’ Inzaghi procede alla girandola dei cambi, inserendo le seconde linee senza paura di perdere il controllo della gara ed essere rimontato.

È evidente come una strategia del genere sia possibile solo se l’Inter decida di schierarsi sempre con la migliore formazione possibile, quella più in grado di annichilire al meglio la resistenza avversaria e di indirizzare fin da subito il risultato. Il dato sulle titolarità è abbastanza eloquente: su 25 partite totali, solo 11 giocatori hanno collezionato almeno 13 presenze da titolari mentre è sorprendente notare come Bisseck o Carlos Augusto siano stati schierati dal primo minuto più volte di elementi come Frattesi o Arnautovic. La necessità d’Inzaghi, anche quando bisogna attuare le turnazioni, è quella di attaccare e segnare il più possibile ma soprattutto il prima possibile e per questo c’è bisogno fin da subito dei giocatori migliori. Solo dopo anche i titolarissimi potranno riposarsi.

La classifica delle presenze da titolare in Serie A per FBref.

Ciò porta con sé un’altra conseguenza importante: guadagnare subito e saper amministrare il vantaggio significa anche un minor rischio di ritrovarsi ad inseguire a partita in corso e di conseguenza una minore necessità di spendere ulteriori energie alla ricerca del gol del pareggio o della vittoria. I 104 km percorsi dall’Inter nella vittoria contro la Salernitana sono molti di meno rispetto ai 115 km percorsi dai nerazzurri nella sconfitta casalinga contro il Sassuolo o nell’incredibile gara contro l’Hellas Verona. L'esatto opposto insomma di ciò che è accaduto al Milan nella trasferta a Monza.

Insomma l’idea d’Inzaghi è abbastanza chiara. Il concetto di turnover non può limitarsi semplicemente alla scelta della formazione iniziale, come spesso invece accade nel caso del Milan. È un approccio alla gestione delle risorse da sviluppare lungo l’arco di tutta la gara e che si propone di coniugare energie e risultati. Che senso avrebbe schierare la squadra B, con tutti i rischi del caso, per poi ritrovarsi a dover chiedere ai titolarissimi uno sforzo fisico ancora più intenso e importante del normale per cercare di vincere o rimontare?

Certo, per la verità lo staff tecnico nerazzurro ha dovuto fare di necessità virtù. A ben guardare è evidente come Inzaghi si fidi poco di alcune delle riserve a sua disposizione, soprattutto di quelle in attacco. La sfiducia, peraltro non del tutto immotivata, verso Arnautovic e Sanchez (17° e 19° giocatore più impiegato della rosa) porta il tecnico ad una loro gestione con il contagocce e ad un loro impiego dal primo minuto solo in caso d’infortunio di Lautaro o Thuram, come accaduto contro Genoa o Lecce. Un discorso simile si potrebbe fare anche a centrocampo, ma lo scarso impiego di Frattesi e Asllani è più dovuto alle straordinarie prestazioni che il terzetto titolare è in grado di offrire. È per questo che raramente l’Inter ha deciso di schierarsi con un undici titolare totalmente inedito. È accaduto sostanzialmente due volte, contro il Benfica a Lisbona e contro il Lecce in Salento, soprattutto per far fronte agli infortuni di titolari come Sommer, Calhanoglu e Thuram, e in entrambi i casi l’Inter ha mostrato come quest’approccio resti fuori luogo rispetto alla natura della squadra, con errori difensivi grossolani e perdita dei punti di riferimento del gioco.

Le due facce della squadra B dell'Inter.

Una sfida già decisa?

Sul tema del turnover, forse più che su tanti altri, l’Inter e il Milan mettono in mostra le loro profonde differenze tattiche e gestionali. La stagione è ancora molto lunga ed è difficile adesso dire quale modello sia quello migliore e più corretto rispetto all’altro. Sarà soprattutto il modo in cui le due squadre riusciranno a conciliare l’andamento in campionato col percorso europeo che le vedrà protagoniste a decidere l’ennesima contrapposizione, questa volta concettuale tra Inzaghi e Pioli. A ben guardare però il campo ha restituito il suo verdetto già alla fine della scorsa stagione. A trionfare nell’Euroderby in Semifinale di Champions, del resto, è stata la squadra migliore anche nella gestione delle energie e che ha saputo vincere senza mai snaturarsi.


  • Classe '99, pugliese come il panzerotto, studia a Bologna e soffre per l'Inter. Ama farneticare di calcio e cinema. Ha sul comodino la foto con Barbero e l'autografo di Mcdonald Mariga.

  • Classe '99, fervente calciofilo e tifoso dell'Udinese, alla sua prima partita allo stadio vede un gol di Cesare Natali e ne resta irrimediabilmente segnato. Laureato in scienze politiche a Padova e in un corso dal nome lunghissimo che finisce per "media" a Bologna, usa la tastiera per scrivere di calcio e Formula 1 e il mouse per fare grafiche su Canva.

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