copertina blue saturday Serie A
, 26 Febbraio 2024

Il Blue Saturday della Serie A


Un malinconico sabato di Serie A in compagnia di Sassuolo-Empoli, Salernitana-Monza e Genoa-Udinese.

Avremmo voluto dire, come cantava Sergio Caputo, che il 24 febbraio ha assunto i contorni di un “sabato qualunque, un sabato italiano”. Uno di quei sabati spensierati, in cui a farla da padrone c’è l’aria frizzantina e l’ottimismo frenetico - che si arresta tutto d’un tratto allo scoccare della domenica alle 23.00 circa - di poter svestire i propri panni da lavoro per dedicarsi ad altro. Un giorno che, come da italica tradizione, spalanca le porte ad un’altra giornata di calcio e che permette di rinnovare ogni settimana la passione di milioni di tifosi. Ma, ahinoi, di questo sabato non possiamo dirlo con lo stesso entusiasmo di sempre. Almeno per quello che, sulla carta, ci ha riservato il calendario della Serie A.

La serie A, dopo che la partita del venerdì sera ha certificato il ritmo Champions del Bologna a discapito del Verona, è ripresa come da calendario sabato alle 15.00 con Sassuolo - Empoli, per poi proseguire alle 18.00 con Salernitana - Monza e quindi terminare col calcio d’inizio di Genoa - Udinese alle 20.45. Un giorno dal calendario anonimo, senza nessuna big inserita nel prospetto di giornata, anche per via degli impegni nelle coppe europee da poco riprese.

L’aver concentrato tre scontri da parte destra della classifica in uno dei quattro turni che compongono la giornata, senza quindi alcuna big, di per sé non è certo un problema: il blasone o la posizione in classifica non è indicatore di spettacolo in campo. Se non altro, l’interesse generale è più portato verso una big che verso una squadra di bassa-media classifica. Fosse anche solo per criticare le modalità di gestione di uno o dell’altro allenatore. Dal gioco/non-gioco di Allegri, al turnover selvaggio di Pioli contro il Monza, oggetto di numerose critiche in tutti i talk show calcistici.

Jupp Heynckes, durante la sua esperienza al Bayern Monaco, a questo proposito disse che “Soltanto un mestiere è più complicato di quello di allenatore del Bayern: fare il Cancelliere.” Un adagio che può esattamente calarsi nella realtà italiana. Basta sostituire “Bayern” con il nome di 5/6 squadre (a cui ovviamente va aggiunta la prestigiosa panchina della Nazionale) e, se si vuole essere precisi fino in fondo, cambiare il titolo istituzionale per avvicinarlo a quello della Repubblica Italiana. Il succo rimane intatto. È anche, forse soprattutto, per questo tipo di pressioni mediatiche che gli allenatori delle grandi squadre ricevono lauti compensi, ma anche perché sono stati eletti su una platea di 59 milioni di candidati.

Con questo, ovviamente, non si vuole dire che le squadre meno blasonate o meno forti in questo periodo storico non abbiano pari dignità rispetto alle big (considerate che chi scrive segue più il campionato di serie B che quello di Serie A). La verità, anche un po’ triste se vogliamo, è che il calcio va ben oltre i 90 minuti, avendo ormai assunto a tutti gli effetti un ruolo di industria dello spettacolo.

Fiumi di inchiostro e di parole vengono spesi settimana dopo settimana per soddisfare l’appetito dei lettori o telespettatori e i dibattiti, anche giustamente, si concentrano sugli argomenti di maggiore interesse per la platea. Il pubblico, in sintesi, ha bisogno di essere costantemente solleticato ed è per questo motivo che gradisce il dibattito polarizzato: ha bisogno, cioè, di capire se schierarsi con l’Adani o l’Allegri di turno. È evidente che il focus si sia allargato e non comprenda più solo le dinamiche di campo, che anzi sembrano esser passate in secondo piano nella narrazione mainstream.

Il più grande dibattito mediatico degli ultimi anni

Detto sinceramente: al di là dei tifosi e di qualche appassionato - tendente al fanatismo - di fantacalcio, chi è tanto audace da lasciarsi ammaliare da tre scontri salvezza, nell’arco di poche ore di distanza, quando con lo stesso telecomando si può vedere qualche incontro di Premier League, di Bundesliga o di Liga spagnola? O, addirittura, di qualche altro sport ancora più coinvolgente e ritmico? E non tanto per un impulso esterofilo, quanto per una maggiore probabilità di assistere a gare che, sulla carta, potrebbero avere più spunti di intrattenimento. Mettetela così: ammesso che voi non siate tifosi di una delle squadre citate, “sacrifichereste” a priori (quindi senza conoscere il risultato) qualche ora di sabato pomeriggio per dedicarvi a Sassuolo-Empoli se non per tenerla come sottofondo di una sana pennichella post-prandiale?

Si è anche parlato spesso dei nuovi ragazzi e delle nuove ragazze che si approcciano al calcio come appartenenti alla “generazione highlights, a una fascia d’età, cioè, che preferisce guardare solo i momenti in cui all’interno di una partita ci sono azioni salienti (e che anche per questo ha fatto nascere la nostra rubrica "Anche Cose Buone"). Momenti che, di fatto, coincidono con le emozioni che il calcio - sport già molto frammentato di suo – regala nei canonici 90 minuti di gioco. Di fronte alla scelta di vedere solo alcuni spezzoni, racchiusi in 3/4 o al massimo 5 giri d'orologio di video facilmente reperibili su YouTube, ci sono infinite alternative di intrattenimento, peraltro tagliate su misura per il singolo utente. Non si è più “costretti”, insomma, a guardare quel contenuto perché è l’unico che passa la tv.

È in questo contesto che nasce il “Blue Saturday” della Serie A, omologo calcistico del “Blue Monday” per il calendario gregoriano. Si tratta, con molta probabilità, del giorno più malinconico della Serie A 2023/2024 e non tanto – ripetiamo – per le squadre in sé, quanto per l’appeal che queste partite hanno nei confronti di chi non è direttamente coinvolto come tifoso. A rendere questo sabato di calcio "blue", come se non bastasse, ci ha pensato anche il clima uggioso che ha investito la maggior parte della penisola. Ma mentre per noi italiani potrebbe essere normale voler tenersi aggiornati sul campionato nostrano – anche per una sorta di tenera affezione che ci lega a questo – siamo davvero sicuri che queste partite possano essere catchy per un pubblico estero che vuole approcciarsi alla Serie A? Onestamente, saremmo in grado di biasimare uno straniero appassionato di calcio che non ha guardato una delle tre partite di questo sabato di Serie A e che ha preferito virare su altri campionati?

Questo sabato italiano ha coinvolto solo la metà destra della classifica e quindi, in alcuni casi, squadre che devono rimanere aggrappate alla Serie A con le unghie e con i denti. Mai, come in questo caso, ciò che conta è il risultato e davvero poco importa – giustamente – che il bottino arrivi su un episodio o grazie a delle trame di gioco elaborate. Entra in gioco non solo l’aspetto tecnico-tattico, ma anche e soprattutto l’aspetto psicologico delle squadre: è abbastanza ragionevole aspettarsi partite tirate, dove la maniacale attenzione nell’evitare di sbagliare porta spesso a partite chiuse e sgradevoli dal punto di vista estetico – come poi, in realtà, non sono state. Giocare con una spada di Damocle addosso, certamente, è un fattore da considerare. Chiariamo: sono partite che comunque si sarebbero dovute giocare, ma forse distribuirle diversamente avrebbe contribuito a rendere questo sabato meno malinconico, considerate anche le delicate posizioni di classifica in cui stazionano queste squadre.

Il tema dell'appeal del calcio italiano non è certo nuovo. Anzi, proprio in questi mesi sono nate le ingegnose ricette finalizzate a rendere più fruibile il calcio italiano, che ormai annovera tra i suoi competitors non solo i campionati stranieri ma anche i vari canali di entertainment. La prima trovata sarebbe quella di poter disputare una giornata di Serie A in Arabia Saudita, come se bastasse allontanare la Serie A dai confini nazionali per far magicamente aumentare lo spettacolo o per far sentire nostalgia ai tifosi del prodotto nazionalpopolare per eccellenza.

Lo stadio di Riyadh vuoto in occasione della Supercoppa Italiana
Anche se l'ultimo esperimento, in questo senso, è stato un flop.

Esattamente lo stesso concetto che c’è dietro all’export della Supercoppa Italiana, un trofeo di cui – detto fra noi – non importa granché alle tifoserie italiane e, sotto sotto, probabilmente neanche alle stesse società che se lo contendono, se non fosse che comunque si tratta pur sempre di un trofeo da inserire nel palmarès e che vale la pena festeggiare. Con tutta la buona fede possibile, l’Arabia Saudita, scegliendo di ospitare la Supercoppa Italiana, è come se ciclicamente comprasse la Fontana di Trevi messa in vendita da Totò: un prodotto che non si può vendere. Il tutto senza toccare l'argomento diritti umani, perché lì ci sarebbe da aprire un capitolo a parte.

La seconda trovata, anche più recente in termini cronologici, riguarda la riduzione delle squadre della Serie A da 20 a 18, nell’ottica di aumentare la competitività del campionato. Così facendo, le società più “piccole” dovrebbero attrezzarsi fin da subito di roster più competitivi, di modo così da battersi fin da subito e con ogni avversario per guadagnare l’agognata salvezza. I benefici di questa riduzione sarebbero comunque da dimostrare, visto che non si tratta di una formula matematica, e non è escluso che possa scatenarsi l’effetto opposto e cioè aumentare ancora più il divario tra le squadre di punta e le “medio-piccole”.

L’idea che per ritornare ai vecchi fasti della serie A – a cavallo tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000 – siano necessarie meno squadre è probabilmente frutto di un paragone che potrebbe non reggere per via della crescita esponenziale anche degli altri campionati. In ogni caso, per ora il progetto sembra essere stato archiviato per via dell’opposizione di 16 squadre su 20. Sebbene ancora non ci sia una soluzione definitiva a questo “problema”, ci si sta comunque muovendo per trovarla: questa continua ricerca ci porta a pensare che tutti siano d’accordo nell’ammettere che nel calcio italiano c’è qualcosa che non va.

Alla fine nei tre impegni di giornata sono stati realizzati 9 gol cumulativamente e, per quanto i gol non siano necessariamente sinonimo di spettacolo, non si può certo parlare di partite avare di emozioni. Ma questo lo avevamo già detto: la caratura delle squadre non è sinonimo di più o meno spettacolo in campo, posto che prendere in considerazione i soli gol realizzati non è il migliore indicatore per definire il livello di una partita. Annibale Frossi – ex giocatore e poi giornalista – aveva teorizzato che il risultato perfetto fosse lo 0-0 perché voleva dire che nessuna squadra si era macchiata di errori durante una partita. Un'affermazione forte e che non è certo in linea con i nostri tempi, ma, se non altro, ci aiuta a comprendere come sono molti e diversi i fattori che generano hype attorno a una partita.

Banalmente, uno di questi fattori potrebbe essere un tipo di gioco esaltante di una delle due squadre che si affrontano. Basta prendere come esempio il Bologna di Thiago Motta che, al di là degli ottimi risultati, gioca un calcio pieno di spunti tattici e che mette in luce qualità nascoste dei suoi giocatori. Fino a qualche tempo prima dell'avvento di Motta e Sartori, la squadra felsinea – negli ultimi anni – era uno degli oggetti misteriosi del campionato di Serie A. Con l'avvento del nuovo ciclo, anche gli spettatori non direttamente coinvolti guardano con piacere queste gare. Se la stessa Bologna - Verona si fosse giocata un venerdì sera di qualche anno fa, difficilmente avrebbe avuto così tanta attenzione mediatica.

Le tre partite messe in calendario lo scorso sabato, già solo per il fatto che fossero scontri salvezza non potevano che generare una sorta di malinconia. Se si aggiunge che nessuna delle squadre coinvolte gioca un calcio particolarmente gradevole e che molte di queste sono anche quelle che generano meno ascolti, ecco che ci sono tutti gli ingredienti per il primo Blue Saturday della Serie A. Dell'appetibilità del nostro campionato – specialmente verso l’estero – se n'è discusso e se ne discuterà a lungo a tutti i livelli, ma questo Blue Saturday, probabilmente, non farà altro che rinvigorire il dibattito.

  • Classe 1996. È ancora convinto che Chinaglia non può passare al Frosinone. Gli piace l'odore delle case dei vecchi. Considera il 4-3-3 simbolo della perfezione estetica.

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