Copertina Milan
, 26 Febbraio 2024

Il Milan naviga a vista


La società rossonera sembra non avere obiettivi chiari.

“Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all'altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: "Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene." Il problema non è la caduta, ma l'atterraggio." Questa citazione tratta da “L’Odio”, capolavoro di Mathieu Kassovitz, è una perfetta metafora della stagione del Milan.

Come l’uomo in questione, da inizio anno il Milan sembra precipitare da un piano all’altro, ma a ogni piano superato, confortandosi, si racconta che vada tutto bene, che l’atterraggio sia ancora lontano. Rimane sospeso in una precarietà intontita, convincendosi che, fino all’impatto, sia sempre possibile salvarsi. Lo ha fatto a metà settembre, quando i cinque gol subiti nel derby sembravano un colpo destinato a mettere al tappeto anche il più ostinato dei pugili; da lì il Milan ha inanellato quattro vittorie consecutive, raggiungendo il primo posto. Lo ha fatto dopo Newcastle-Milan, quando anche l’uscita dalla Champions è stata sminuita; d'altronde, ci sono pur sempre la Coppa Italia e l’Europa League, ci si può ancora salvare. Lo ha fatto, ancora, il 10 gennaio, dopo l’uscita dalla Coppa Italia, battezzata come obiettivo primario da ambiente e allenatore. Rimane il campionato: bisogna vincere tutte le partite, sperando che l’Inter possa calare di ritmo.

L’ultimo piano è stato forse superato una settimana fa, quando i quattro gol subiti a Monza hanno sancito una potenziale distanza di quattordici punti tra il Milan e il primo posto. Fino a qui, tutto bene, c’è ancora l’Europa League. Per poco, però, il Roazhon Park di Rennes non si trasforma nel Riazor di La Coruña: il Milan prende tre gol – ormai un’abitudine – ma accede ai quarti grazie al 3-0 dell’andata. Fino a qui, tutto bene.

Se il Milan può permettersi di navigare a vista, cambiando obiettivo stagionale di settimana in settimana, è perché, a inizio stagione, gli obiettivi non sono stati resi chiari. O meglio, ognuno ha espresso il proprio. A inizio anno Pioli indicava lo scudetto come obiettivo primario, oltre al passaggio in Champions; oggi, con un Milan che ha mancato entrambi gli obiettivi a dicembre (l’Inter era già in fuga), pare che l’Europa League, tutto sommato, possa bastare a salvargli la pelle. 

È lo stesso Presidente, Paolo Scaroni, in teoria rappresentante della società ma in pratica voce che sembra smentire di continuo dirigenti e allenatore, a ricordare come l’obiettivo prioritario sia la qualificazione alla successiva Champions. Qualche mese fa, prima di Milan-Atalanta di Coppa Italia, partita indicata da Pioli e dirigenti come decisiva ai fini della conquista di un trofeo divenuto prioritario, Scaroni aveva dichiarato: “Ogni tanto mi chiedo se la Coppa Italia sia necessaria…” Idee chiare, insomma.

Lo stesso senso di precarietà investe le voci sul futuro di Stefano Pioli. In questo caso siamo di fronte a una spaccatura totale tra tifoseria e media giornalistici. I tifosi, ormai è sempre più chiaro, non lo sopportano più; complice la delusione della probabile seconda stella dell’Inter, gli vengono imputati gli stessi errori dell’anno scorso: ecatombe di infortuni, continua involuzione sul piano del gioco, mancato sviluppo delle alte potenzialità della rosa; dall’altra parte, con una contrapposizione che sembra ormai divenuta ideologica, non appena il Milan vince una partita, riprende quota la narrazione miracolistica di un Pioli che starebbe moltiplicando pani e pesci, nonostante i tanti infortuni – di chi è la colpa se non di chi sottoscrive la preparazione atletica? – e un mercato deficitario – il più oneroso della Serie A, con giocatori voluti dallo stesso Pioli. Si è ormai giunti agli eccessi tipici di una visione troppo manicheista: da un lato, il rischio è che Pioli venga utilizzato come unico parafulmine, responsabile di tutti i mali del mondo. Dall’altro, se – nonostante gli insuccessi e i record negativi collezionati negli ultimi due anni – a ogni filotto di due-tre vittorie lo si beatifica, si fa un torto al valore della rosa del Milan.

La verità è che anche sul tema Pioli, il Milan sembra navigare a vista. Dopo il quinto posto – diventato quarto per la penalizzazione della Juventus – dell’anno scorso, la proprietà aveva deciso di confermarlo, sacrificando Maldini e Massara come capri espiatori, e concedendo all’allenatore più poteri in sede di mercato. Alla sua corte sono quindi arrivati più giocatori in grado di dare strappi e corse palla al piede, come da lui richiesto. Spesso si parla della mancanza di caratteristiche difensive a centrocampo, ma di chi è stata la scelta, se non dello stesso Pioli?

In estate, mentre il Fenerbahçe premeva per portarlo in Turchia, Pioli individuava in Krunic il perno equilibratore di un centrocampo d’assalto. Solo due mesi dopo, Krunic era già stato messo fuori rosa e al suo posto era diventato titolare Yacine Adli, a cui lo stesso Pioli aveva consigliato di fare le valigie a inizio ritiro. Se oggi si è arrivati all’idea che il Milan – citando il suo allenatore – “debba pensare a fare un gol in più degli avversari”, perché tanto un paio li subisce, è per via di scelte avallate dal suo allenatore. La narrazione che tenta di dipingerlo come vittima è quindi impropria: questo Milan è lo specchio delle idee di calcio del suo allenatore, ed è stato costruito e puntellato a sua immagine e somiglianza. Di fronte ai risultati di quest’anno, è giusto che gli vengano attribuite le dovute responsabilità. 

Se però, nonostante gli obiettivi dichiarati a inizio stagione (Scudetto e ottavi di Champions), la sua permanenza appare ancora possibile, è perché nel Milan sembra regnare, ancora una volta, la confusione. Nella scorsa estate la proprietà ha fatto una scelta drastica, mirabile per quanto ardita: eliminare una leggenda milanista e un ottimo dirigente come Paolo Maldini, pur di ottenere unità d’intenti in dirigenza. A distanza di mesi, nonostante il colpo di stato, nulla sembra cambiato. Nel Milan sembrano regnare tante teste, ma ogni volta che una di esse si esprime, sembra contraddire quanto precedentemente detto dalle altre. 

È proprio in virtù di questa nebulosa confusione che il Milan può permettersi di raccontare che tutto vada bene. Perché sì, l’obiettivo era lo Scudetto, ma anche passare agli ottavi di Champions va bene; anzi, gli ottavi sono importanti per i ricavi, ma tutto sommato la Coppa Italia non la si vince da troppo; no, dai, vincendo anche solo l’Europa League, la stagione rimane positiva. Un’opera mirabile di autoconvincimento: fino a qui, tutto bene. Un ragionamento tipico di chi naviga a vista, di chi è confuso e nella confusione ci sguazza, perché gli obiettivi chiari comportano responsabilità chiare. Non si scappa. Furlani, Moncada e D’Ottavio, Ibrahimovic: chi prenderà la decisione sul futuro di Pioli? Chi sceglierà, eventualmente, il suo erede? Ma soprattutto, chi lo farà ha le competenze per farlo?

Nel frattempo, è doveroso constatare come, circa i nomi per il post-Pioli, circolino voci sulle consuete correnti dissonanti: si vocifera che Ibra vorrebbe Conte, mentre Furlani non sarebbe convinto e chissà cosa ne pensano Moncada e D’Ottavio. Prendendo per vere queste notizie, risulta difficile capire chi la spunterà, per il semplice fatto che nessuno sa chi, nel Milan, abbia più autorità su questi temi, chi decida su eventuali esoneri o sulla nomina di un nuovo allenatore.

Gerry Cardinale, proprietario del Milan

Inoltre, come ogni anno quando si avvicina la primavera, non può mancare un evergreen come quello delle voci sul cambio di proprietà, un frutto stagionale che ormai i tifosi del Milan raccolgono almeno ogni due anni. Si parla del possibile ingresso in società del PIF – fondo sovrano dell'Arabia Saudita – con quote di minoranza, aiutando Cardinale a risanare il debito con Elliott, per poi forse rilevare l’intera società. Ovviamente, nel caso in cui le voci si concretizzassero, tutto il management sarebbe traballante, e il Milan rischierebbe di andare incontro all’ennesima rivoluzione.

Instabilità, precarietà, incertezze. Tutti ingredienti che poco si abbinano al desiderio di costruire annate vincenti. La confusione espressa in campo, simboleggiata dalle ampie voragini che il Milan concede agli avversari, è specchio di un caos sistemico ce parte dai piani alti della società. Quest’estate si è deciso di tagliare una delle due teste litiganti del Milan, con l’obiettivo di garantire coesione e stabilità. Le teste, però, sembrano persino aumentate, e la sensazione è che nel silenzio apparente, lontano da occhi indiscreti, ai piani alti di Casa Milan continuino a combattersi guerre che non fanno bene al club. Insomma, tutto cambia, perché nulla cambi.

  • 23 anni. Studia Filosofia, ama il Calcio e il Cinema, fonti inesauribili di storie.

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