Gama
, 23 Febbraio 2024

Tre uomini e una Gama


Al Viola Park la 140° e ultima presenza in azzurro per Sara Gama, bandiera e volto dell'Italia femminile.

C’è una foto al Quirinale in cui appaiono Giorgio Chiellini, Gigi Buffon, Sergio Mattarella e Sara Gama. È uno dei tanti scatti delle celebrazioni del 120° anniversario della FIGC caduto nell’ottobre del 2018. In quell’anno, dopo venti di assenza, le azzurre avevano conquistato la qualificazione al mondiale di Francia 2019 dopo le storiche partite contro Belgio e Portogallo. L'Italia femminile tornerà nel palazzo romano pochi mesi dopo con la selezione delle 23, nuovamente ospite di Mattarella dopo il quarto di finale perso contro l’Olanda di Sarina Wiegman. A Sara Gama, in quel caso, andò l'onere e l'onore di parlare alla presenza delle autorità e delle compagne tutte.

Una mia compagna del liceo mi diceva sempre che quando era in ansia per un’interrogazione immaginava la professoressa seduta sulla tazza del bagno e riusciva a tranquillizzarsi. Gama avrà immaginato così Mattarella o avrà pensato la faccia di Mattarella stampata sul suo SuperTele al posto di Batman? Oppure avrà avuto abbastanza coraggio da sé. A pensarci bene è molto da Sara Gama. Nel 2005 quando viene convocata nella nazionale Under 17 - la prima selezione u17 nella storia del calcio italiano - si fa avanti sua sponte quando si cerca una volontaria per diventare capitana. Alla fine la fascia non la indossa subito, viene data alla più grande della squadra, ma quel giorno ha già imbastito una carriera.

Nel luglio del 2008, in Francia, con le azzurrine U19 che saranno poi la Golden Era del calcio femminile italiano, alza al cielo il primo europeo di categoria. In quella nazionale anche Martina Rosucci, Elisa Bartoli, Alice Parisi, ragazze che con lei condivideranno anche la seconda Francia, quella del Mondiale 2019. Una cosa che non sanno in molti però è che in quella nazionale tornata vincitrice c’era un azzurro di vecchia data, un protagonista del calcio italiano recentemente scomparso: Gigi Riva. È stata proprio Gama, con un post pubblicato sui suoi profili social, a ricordare quel momento di Gigi Riva, quell’esperienza che nessuno, dalle televisioni ai giornali, aveva avuto la cura di sottolineare. E mi piace pensare che il grande vecchio, a differenza di altri, non facesse troppe distinzioni nel suo delicato e oscuro lavoro di accompagnatore delle selezioni azzurre.

Quando andavo alle medie un’altra mia amica di allora mi prestò un libro. Si intitolava “Ma le stelle quante sono”, era il romanzo d’esordio di Giulia Carcasi. La particolarità del testo stava nel fatto che si poteva leggere da due punti di vista, quello di Carlo e quello di Alice. Proprio letteralmente si poteva leggere da due diverse prospettive: da una parte c’era la copertina della storia di Alice e dall’altra quella della storia di Carlo. La storia del mondo non è così. La storia del mondo è scritta su un libro che si legge solo in un verso e da un punto di vista, quello dell’uomo. Da secoli le donne non sono raccontate, non hanno lo spazio per raccontare e raccontarsi dal proprio punto di vista. E così è nello sport. Lo è stato per lungo tempo, poi qualcuna piano piano ha iniziato a rompere gli indugi.

Sara Gama nasceva nell’anno in cui rompere tabù sembrava semplice: il 1989. In quell’anno cascava a pezzi il muro di Berlino, e con essa la cortina di ferro, la metafora dell’invalicabile. Finiva un'era. Gama nasceva allora a Trieste, mitteleuropea nel cuore della Mitteleuropa, da madre italiana e padre congolese. Con le sue 139 presenze (140 con quella di stasera al Viola Park, ndr), è l’atleta afroitaliana che ha indossato la maglia azzurra più volte. E più volte negli ultimi vent’anni è capitato che qualcuno commentasse in maniera razzista la sua presenza in campo, richiamando la mancanza di presunti cromosomi italici.

Ma da oltre 15 anni l’Italia del calcio femminile, soprattutto nell'immagine a livello internazionale, è Sara Gama. Capelli inconfondibili e leadership, al centro della difesa fino a esaurimento scorte, talvolta riciclata terzino, capitana di lungo corso per acclamazione e meriti sul campo. Gama il 30 novembre 2020 è stata invece eletta vicepresidente dell’AIC, l'Associazione italiana calciatori, ed è la prima donna a ricoprire tale incarico. Raggiunta dalle domande sul nuovo CT Soncin della nazionale in occasione delle ATP Finals di tennis a Torino, Gama dichiarava che sono le competenze che fanno la differenza. “Sicuramente c’è un lavoro da fare sul numero delle allenatrici, delle donne che qualifichiamo - ha detto - è sempre importante in ogni ambiente di lavoro la commistione tra i generi. Quello che bisogna fare oggi, e già si sta facendo, è studiare sempre di più quello che riguarda la salute e la donna in generale, che sia la maternità o la specificità del ciclo […] bisogna adattare le sedute di lavoro a questi parametri. Siamo su una via di miglioramento.”

È importante la commistione, la contaminatio, ma il rapporto è ancora quello della foto d'apertura. Parodiando il famoso film di Aldo Giovanni e Giacomo, siamo Tre uomini e una... Gama. Nelle foto, nei tavoli, nelle discussioni, negli stadi. Qualcuno oggi, dopo il ritiro dalla nazionale, parla di chiusura di un’epoca, ma, se ho capito Sara Gama, è onestamente penso di averlo fatto, non si sta chiudendo nulla. L’epoca, quella passata, antecedente alla gestione FIGC, al professionismo, alle TV, alle competizioni, l’ha chiusa già Sara Gama aprendone un’altra, quella attuale, che continua. E non solo perché indosserà ancora la maglia del suo club, la Juventus, di cui è neanche a dirlo capitana e dove ha ancora qualche colpo da offrire, ma perché non si è compiuta. L'evoluzione, la crescita, l'organizzazione e la rappresentazione del calcio femminile italiano sono ancora pagine bianche tutte da scrivere per il futuro.

Quindi, Sara Gama lascia la Nazionale? “Sì, ma niente di serio.”


  • Classe 1996. Nata in montagna, in Abruzzo, dorme in città, a Torino. Calciofila di famiglia, segue il calcio dalla nascita e si appassiona al calcio femminile all’università. Ama scrivere più che parlare, ma lo fa lo stesso. Laureata in filosofia e, per ora, giornalista praticante.

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