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The Iron Claw
, 16 Febbraio 2024

The Warrior - The Iron Claw - Considerazioni Sparse


La A24 non sbaglia un colpo: stavolta ci porta nel wrestling anni 80 per raccontarci la storia della famiglia Von Erich.

Era il 2006 quando Sylvester Stallone (sempre sia lodato) ricostruiva la sua carriera riportando alla ribalta e nei cinema quello che lui stesso definisce "il mio migliore amico”, l’immarcescibile Rocky Balboa. Di quell’omonimo film di quasi 18 anni fa ai posteri è rimasto soprattutto un monologo tagliuzzato che ancora oggi va fortissimo come TikTok, come reel nelle pagine motivazionali di mindset e come file inoltrato molte volte nelle chat WhatsApp coi parenti più âgée. In questo celebre estratto Rocky catechizza così suo figlio: “nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l'importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti!”. Non ce ne voglia l’amato stallone italiano ma in queste poche righe colme di retorica e testosterone è condensata molta della filosofia che The Warrior - The Iron Claw, l’ultimo film targato A24, scritto e diretto da Sean Durkin (The Nest), cerca di decostruire e mettere in discussione, ponendo i riflettori sui pericoli legati a questo tipo di educazione machista figlia degli anni ottanta e sui danni ricorrenti che la retorica del sogno americano ha generato sui nipoti dello Zio Sam. 

La vita con i Von Erich, la famiglia al centro delle vicende di The Warrior - The Iron Claw, è stata spietata più di ogni altro avversario mai affrontato sul ring. Il film ci introduce fin da subito alla figura di Jack “Fritz” Von Erich, ex wrestler, promoter e proprietario della federazione texana World Class Championship Wrestling; Fritz è patriarca e padre padrone di quattro figli, cresciuti a pane, chiesa e wrestling con l’unico scopo di eccellere nella disciplina di famiglia per coronare il sogno di una vita: portare a casa l’agognata cintura di campione dei pesi massimi a lungo sfiorata dal capofamiglia quando era in attività. Il wrestling per i Von Erich è la stella polare delle loro esistenze: è con gli incontri del babbo che sono riusciti a sbarcare il lunario e per tale motivo è considerato come l'unico lavoro sicuro capace di assicurare il pane in tavola. Fin dalla più tenera età i figli sono stati cresciuti in un ambiente di costante competizione reciproca, mentalizzati e spinti ad allenarsi fino allo stremo per raggiungere l’obiettivo sportivo a qualsiasi costo, senza badare alla sofferenza e alle scorie sulla salute mentale e fisica che tale pressione finisce inevitabilmente per comportare.

Nell’ideologia di famiglia (avallata da una madre silente, devota solo al marito e all’Altissimo) non c’è sfida che non possa essere vinta, non c’è ostacolo che non si possa superare e non c’è nemico, vero o figurato che sia, che non si possa sopraffare se si ha fede in Dio e nell’allenamento. Vincere è l'unica cosa che conta e la sconfitta è motivo di sdegno e biasimo, un'onta che non può essere associata al nome dei Von Erich. Tutte le altre velleità artistiche, lavorative o amorose sviluppate dai figli nel corso degli anni vengono considerate d’intralcio al piano originale patrigno e finiscono dunque per essere progressivamente vietate o, alla meglio, scoraggiate e bollate come inutili perdite di tempo. Nonostante l’evidente peso di tutte queste coercizioni e il clima opprimente di competizione intestina, Kevin (un sorprendente Zac Efron dal fisico erculeo mai così convincente) Kerry (un Jeremy Allen White sempre più lanciato, anche sul grande schermo) David (l’ottimo Harris Dickinson) e Mike riescono a crescere volendosi bene e restando più uniti che mai. Sulla scorta dell’etica militaresca e anaffetiva in cui i Von Erich vengono allevati (yessir, è la tipica risposta ad occhi bassi di Kevin alle richieste del genitore) l’artiglio di ferro del titolo originale (The Warrior è giusto un ridondante orpello figlio dell’adattamento italiano) va visto dunque non solo in riferimento all’iconica mossa di Von Erich senior, quella con cui era solito stritolare il viso dei suoi avversari sul ring, ma soprattutto nell’ottica della morsa di aspettative e tossicità in cui vivono intrappolati i suoi figli. Il corpo scultoreo ed esplosivo di Efron (come fu quello stanco e ammaccato di Mickey Rourke nel The Wrestler di Aronofsky) è il centro nevralgico della pellicola, un’armatura su cui il film si sofferma sovente, costruita negli anni con sudore e fatica che stride e mal si sposa con il carattere bonario e introverso dell'aspirante campione.

Il mondo del wrestling in The Warrior - The Iron Claw, nonostante un’ottima cura per i combattimenti (grazie alla sapiente consulenza di Chavo Guerrero Jr.) e qualche strizzata d’occhio qua e là ai mostri sacri di quell’epoca (Ric Flair su tutti) ci viene mostrato soprattutto all'inizio, mantenendosi a debita distanza e sbirciando giusto dal buco della serratura. Il baraccone che ne esce fuori appare come una grande e colorata macchina da soldi, una sorta di faticoso spettacolo di botte vere ma coreografate che segue un preciso storytelling, in cui ognuno recita la parte assegnatagli dai piani alti in base ad accordi e condizioni predeterminate. Nella sua seconda parte, quando la vicenda sportiva viene accantonata per lasciare spazio inevitabilmente a quella familiare, il film finisce alle corde, mostrando tutti i propri i limiti di scrittura senza riuscire a proporre qualcosa di più accattivante di una narrazione sequenziale e ciclica di lutti, la cui pedissequa successione finisce per inibire e limitare l’impatto emotivo di ognuno di essi. Il tutto, va detto, è comunque trattato con misura e assoluto rispetto (in accordo con i Von Erich stessi) senza che si indulga in scene troppo esplicite o in mera pornografia del dolore (e proprio in quest’ottica Durkin ha giustificato la contestata scelta di omettere dal film il personaggio di Chris Von Erich per “snellire”, a suo dire, una trama altrimenti già troppo tragica).

Il meglio The Warrior - The Iron Claw però, come detto, lo offre quando si concentra nella sua prima parte su Efron e sul suo Kevin, sulla quotidianità, i sogni e le speranze di questa vera e propria creatura alla mercé di un sadico Dottor Frankenstein. Un padre che, come molti altri grandi vecchi (in modi più o meno simili e/o discutibili) nella storia dello sport, lo ha plasmato a sua immagine introiettando le proprie aspirazioni economiche e i propri sogni di gloria nel suo corpo e nel suo spirito, e che è pronto a scaricarlo senza scrupolo alcuno al primo fallimento cedendo il testimone al fratello di turno più promettente. Efron è bravo a contenersi e a non andare in overacting anche quando la trama glielo consentirebbe, comunicando con il non detto nei lunghi silenzi e nei momenti di riflessione. Kevin non è altro che un bambino nel corpo nerboruto di un adulto, un atleta contadinotto cresciuto in una bolla casalinga tra pistole e crocifissi che ancora non conosce le donne e il mondo esterno, un gigante buono che sente di stare bene solo quando si rifugia con i suoi fratelli nel proprio nido pascoliano. Non può piangere o mostrarsi debole quando vorrebbe ed è costantemente chiamato a interpretare un ruolo, un alter ego spavaldo e sbruffone che non lo rappresenta in nulla e per nulla. In uno sport costellato da maschere, letterali e metaforiche, non ha l’eloquio o la personalità per sfondare e conquistare il pubblico e questo lo porta a dubitare e perdere fiducia in se stesso, oltre che posizioni a vantaggio dei fratelli (verso i quali rimarrà comunque sempre fedele, provando invidia senza mai reale ostilità) nelle grazie del proprio padre. Il personaggio di Lily James è la sola ancora di salvezza che la vita gli tende: è lei che lo sprona a tirare fuori la testa dalla sabbia, insegnandogli cosa sia davvero l’amore e offrendogli uno squarcio di prospettiva e di futuro diverso, libero dal giogo genitoriale che lo opprime inconsciamente da quando è nato. Se è vero che il patriarcato (come ha spiegato di recente Greta Gerwig in un recente film di cui avrete vagamente sentito parlare) ha rovinato il mondo, The Warrior - The Iron Claw ci mostra che anche gli uomini, proprio quelli che siamo soliti identificare come i beneficiari di tali dinamiche nonché i carnefici designati, possono essere a loro volta le vittime inconsapevoli delle sue storture e dei suoi principi tossici e ci ricorda che non c'è nulla di male nel piangere e spogliarci della nostra corazza di apparenze quando la vita ci sferra un cazzotto, soprattutto di fronte alle persone a cui vogliamo più bene e che ci conoscono ed amano per ciò che siamo realmente.


  • Non fa altro che usare parole come pasghetti e mopodori, fa continui riferimenti minacciosi e immotivati all'ONU e alla fine non fa altro che ripetere vaffaflanders e altre cose irripetibili. Anche simpaticamente.

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