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Federico Chiesa Juventus
, 16 Febbraio 2024

La Juventus è prigioniera di sé stessa


Rotto l'incantesimo, la squadra di Allegri si riscopre fragile e incapace di superare gli atavici difetti.

Sono bastati il rocambolesco pari con l'Empoli, la resa incondizionata nel big match di San Siro e il crollo interno contro l'Udinese, il primo da maggio, per far sparire di colpo quell'aura di invulnerabilità che fino a una manciata di giornate fa sembrava circondare la Juventus di Massimiliano Allegri. Cose che succedono, ma che succedono più spesso alle squadre che hanno nel risultato non solo il fine ultimo, ma anche la principale argomentazione a sostegno della propria tesi: finché arrivano le vittorie la polvere finisce sotto il tappeto, ma quando queste latitano non vi sono prestazioni a cui appellarsi, impalcature di gioco alle quali aggrapparsi, proprio perché tutto è stato sacrificato sull'altare della dea della vittoria.

Le tre battute a vuoto della Juve somigliano a un sinistro contrappasso dantesco, per le dinamiche con cui esse sono giunte: il pareggio contro l'Empoli ha dimostrato che "l'episodio", cardine imprescindibile del calcio di Allegri, a volte può favorire gli avversari, e quando accade è difficile poi voltare la gara dalla propria parte se non si possiedono i mezzi adeguati; la sconfitta con l'Inter ha sconfessato qualsiasi tipo di dicotomia tra prestazione e risultato, dato che i nerazzurri hanno annichilito una Juve rinunciataria offrendo una prestazione sontuosa sul piano tecnico e tattico, con i quinti di centrocampo a chiudere in area da attaccanti e i braccetti di difesa a giocare da ali; la caduta allo Stadium contro l'Udinese ha messo di fronte alla Juve gli stessi fantasmi che la Signora stessa solitamente scatena contro gli avversari, costringendoli ad attaccare un blocco difensivo basso ed esclusivamente reattivo formato da quasi tutti gli effettivi.

La cura peggiore che si possa somministrare al paziente Juventus in questo momento è rassicurarlo, dirgli che va tutto bene, che in fondo la squadra è seconda, che non ha la qualità necessaria per competere con un'Inter stellare e che l'obiettivo fissato dalla società, la qualificazione in Champions League, non pare poter essere in dubbio. Affermazioni tutt'altro che errate, ma con un gravissimo effetto collaterale, che rischia di condizionare non solo il prosieguo del campionato, ma anche la prossima stagione con tutte le competizioni ad essa legate. Perché la Juve che fino all'altro ieri lottava per lo scudetto con l'Inter è in realtà una parente molto stretta di quella delle scorse stagioni, anzi appare una versione ancor più estremizzata di esse, con caratteristiche che la rendono a suo modo unica tra le grandi squadre del panorama europeo, un'unicità che però sfocia nell'inadeguatezza ogniqualvolta, e siamo sempre lì, i risultati non ripagano le scelte impopolari di Allegri e del suo staff.

Rispetto alle ultime due annate con Allegri in panchina, la rinuncia al controllo della partita tramite il possesso palla o tramite il pressing è ancora più chiara: il possesso palla è passato dal 51,6% del 2021/22 al 48% attuale, peggior dato tra le prime 6 classificate dei 5 principali campionati europei, rendendo la Juve una delle uniche due squadre sotto il 50% di media (l'altra è il Betis). Il PPDA, indicatore del pressing che misura i passaggi concessi agli avversari per azione difensiva (più è basso, più è alta la pressione) è schizzato alle stelle, da 10,71 a 12,71 fino ad assestarsi sull'attuale sconfortante 14,96 (via Understat).

Dopo 24 giornate, la Juve ha segnato 36 gol, come quella del 21/22 (che aveva Vlahovic da un mese) e 4 in meno rispetto a quella dello scorso anno, mentre sono scesi i gol subiti, da 21 e 19 agli attuali 15; entrambe le squadre delle scorse stagioni giocavano le coppe europee, ma il famigerato vantaggio del "poter preparare una partita a settimana" non si è tradotto in alcun miglioramento sul piano della proposta, che dovrebbe risultare quasi fisiologico al terzo anno di gestione di un allenatore che la società ha sin qui protetto oltre ogni logica.

Nonostante il secondo posto in classifica, secondo le proiezioni Opta la Juventus, per le prestazioni offerte in campo, ha solamente lo 0,7% di possibilità di vincere lo Scudetto, meno della metà delle possibilità del Girona di vincere la Liga (1,8%).

Emblematica, in questo senso, è la gara scudetto contro l'Inter, inquietantemente simile a Inter-Juventus dell'ottobre 2021, almeno per quanto riguarda l'atteggiamento bianconero. Avanti per 1-0 dopo 17 minuti grazie a un gol fortunoso di Dzeko, l'Inter, decisamente lontana dalla squadra avvolgente e arrembante di oggi, tira i remi in barca e lascia il pallino del gioco agli avversari; per contro, la Juventus fa esattamente la stessa partita di qualche settimana fa, "difende lo svantaggio" per evitare di subire la seconda rete e in quasi 80 minuti riesce a creare solamente due mezze palle gol estemporanee con Cuadrado e Morata, prima che la follia di Dumfries regali, nel vero senso della parola, a Dybala il rigore che vale il gol del pareggio. Tra il primo e l'ultimo Inter-Juventus dell'Allegri bis ci sono tre anni oggi ma l'impressione è che, se la partita del 2021 venisse proiettata oggi, sarebbe facilissimo scambiarla per una gara in trasferta qualsiasi della Juve 2023/24.

I miglioramenti che hanno portato la Juve a essere una contendente credibile per lo scudetto per molti mesi non passano dunque per un effettivo miglioramento nel gioco, quanto per fattori intangibili e non misurabili, come la capacità del gruppo squadra di calarsi alla perfezione nel copione voluto da Allegri (in questo sì un grande affabulatore), l'autoalimentarsi della consapevolezza della propria forza vittoria dopo vittoria, l'abilità nel pescare il jolly giusto al momento giusto, sia che serva a indirizzare la partita sui binari preferiti dalla Juve permettendole di difendere basso, sia all'ultimo respiro grazie ai colpi dei propri campioni. Perché la Juventus, checché se ne dica nei salotti più o meno schierati a sostegno di un certo tipo di narrazione, ha dei campioni in rosa, che molto spesso ne hanno mascherato i difetti ed esaltato i pregi, almeno fin quando non sono diventati capri espiatori.

Emblematico il caso di Dusan Vlahovic: bersagliato a inizio stagione quando sbuffava sgomitando da solo in mezzo agli avversari, negli ultimi due mesi il serbo ha vestito il mantello da Superman decidendo le partite con bordate da fuori, stacchi di testa alla CR7 e giocate sopraffine come il tacco per Rabiot contro la Roma, prima di tornare regolarmente sul banco degli imputati per uno stop uno fallito in area contro l'Inter, pesantissimo come può essere pesante ogni pallone per una squadra che vive di episodi estemporanei. L'altro eroe a reggere la baracca è stato Gleison Bremer, commovente nella sua trasformazione da corsaro che aggredisce a centrocampo a guardia giurata che presidia l'area piccola con eguale efficacia, anch'egli simbolo di quanto Allegri sia bravo ad entrare nella testa dei suoi calciatori.

Un capitolo a parte lo merita l'MVP stagionale, Wojciech Szczesny, sistematicamente dato per morto a ogni partita storta (in realtà raramente più di 2 a stagione) e trasformatosi a più riprese in salvatore della patria, ancor più che in passato. I miracoli contro l'Inter sono serviti "solamente" ad evitare un passivo pesantissimo, ma tante volte il polacco è stato determinante, con grandissime parate come quelle su Giroud, Harroui e Biraghi, nonché con interventi al limite dell'umana comprensione, come la manata sul tiro ravvicinato di Di Lorenzo ma soprattutto il volo sulla punizione di Muriel in Atalanta-Juventus. Anche al netto degli errori contro il Sassuolo, il numero 1 polacco ha portato alla Juventus almeno una decina di punti, rivelandosi di gran lunga l'estremo difensore più decisivo di questa Serie A.

C'è un punto più difficile di questo in cui andare a prendere la palla per un portiere su un calcio di punizione?

Non sempre però i singoli sono riusciti a tamponare le falle di una squadra alla quale non di rado sembrano mancare dei pezzi, elementi che siamo soliti ritrovare nelle gare di quasi ogni altra compagine e che invece risultano marginali o addirittura assenti nelle partite della Juventus, vuoti che fanno sembrare tali gare diverse da tutte le altre. Ad esempio, per l'11 di Allegri il pressing, quello vero, portato e non accennato, è uno strumento da utilizzare con estrema parsimonia, moralmente contrario alla filosofia attendista inculcata alla squadra; allo stesso tempo, la fase di riaggressione è fondamentalmente inesistente, delegata solo alle iniziative personali delle punte e mai accompagnata dal resto della squadra. La Juventus è 89° (ottantanovesima, esatto) su 96 squadre per PPDA tra le squadre dei 5 principali campionati europei (dati Opta), in Italia meglio soltanto di Cagliari, Udinese e Sassuolo, ed è 73° per contrasti portati nell'ultimo terzo di campo (dati FBref), numeri inappellabili e non giustificabili da alcun tipo di argomentazione legata alla qualità della rosa.

Se da una parte il gioco sembra valere la candela, dato che la Juve ha comunque la seconda miglior difesa della Serie A ed è la squadra con meno xG incassati, dall'altra non può non far riflettere osservare che l'Inter, con un approccio diametralmente opposto, ha numeri simili per quanto riguarda gli xGA, ma stacca i bianconeri di quasi 10 punti per quanto riguarda gli xG prodotti. La riduzione ai minimi termini della propria fase offensiva costringe la Juve ad affidarsi in maniera massiccia a iniziative personali e calci piazzati (quasi un terzo degli xG arrivano da palla inattiva) per rendersi pericolosa, ma non è questo l'unico difetto correlato all'atteggiamento dei bianconeri. Contro Sassuolo e Inter è emerso come la Juve non sia per nulla abituata né a proprio agio nell'attaccare con molti uomini, e i maldestri tentativi di recuperare i risultati avversi si traducono spesso in sanguinose ripartenze avversarie, facilitate dalla quasi totale assenza di marcature preventive. Non a caso, delle 5 gare stagionali in cui è andata in svantaggio, la Juve ha ribaltato solamente quella con la Salernitana, ultima in classifica e in 10 uomini, ripresa solo grazie a una prodezza di Vlahovic allo scadere.

In un contesto non esattamente funzionale, molti giocatori sembrano ancora alla ricerca della propria identità. Miretti e Iling Junior sembrano lontani parenti dei ragazzi sfrontati e leggeri degli esordi, sobbarcati da compiti che non gli competono, da un modulo che non ne esalta le caratteristiche o da un minutaggio che li vede relegati a ruoli di secondo o terzo ordine. Timothy Weah, unico acquisto estivo, non ha ancora avuto modo di far capire quale può effettivamente essere la sua dimensione in questa squadra, e l'augurio è che non accada lo stesso al nuovo arrivo Carlos Alcaraz, in panchina per tutta la gara contro l'Udinese nonostante l'evidente difficoltà della Juve di portare pericoli nelle tracce centrali del campo.

A deludere, però, sono state anche alcune delle certezze della stagione passata: Kostic è sempre un fattore nella creazione dall'out di sinistra, ma sta mancando totalmente dal punto di vista della lucidità nelle scelte e da quello della forma fisica, come fosse scoppiato lo scorso aprile senza mai aver avuto possibilità di ritrovarsi; Rabiot, tolti alcuni squilli, offre un apporto ben più modesto rispetto al 2022/23, sia in non possesso che per quanto riguarda gli inserimenti in area; di Alex Sandro si è già scritto abbastanza, resta inspiegabile la sua permanenza in rosa ai danni di Huijsen e la sua titolarità in luogo di un Rugani che aveva sempre offerto buone prestazioni quando chiamato in causa.

C'è poi la spinosa questione legata a Manuel Locatelli, forse il giocatore più cambiato negli ultimi due anni e mezzo sotto la gestione Allegri. L'ex centrocampista del Sassuolo arrivava a Torino come centrocampista di quantità ma anche e soprattutto di qualità, un palleggiatore puntuale con l'impatto fisico che serve alle mezzali allegriane, un calciatore capace di incidere con rifiniture e inserimenti che in bianconero non abbiamo quasi mai avuto la possibilità di vedere. Allegri ha inesorabilmente trasformato Locatelli in un mediano di rottura, con compiti di distribuzione elementari uniti alla ricerca costante del lancio lungo sulle fasce, lo stretto indispensabile per una squadra nichilista come la Juve. Nel mutare Locatelli in un van Bommel 2.0, Allegri ha lasciato andare quasi tutti i registi puri in squadra, ovvero Arthur, Rovella e Barrenechea, forse fisicamente troppo esili, mentre Nicolussi Caviglia, quello con meno mercato, ha giocato solo quando strettamente richiesto. I passi falsi della Juventus coincidono spesso con le prestazioni sottotono di Locatelli, che pur sacrificato è indispensabile nel suo lavoro di filtro quasi sulla linea dei centrali, un compito sfiancante che ne inficia la precisione nelle giocate, ciò che spesso fa storcere il naso ai tifosi.

https://www.youtube.com/watch?v=iOn0aJsvzUI
I video di highlights di Locatelli lasciano sempre quella sensazione di mediano anni 2000 della Premier League che non li fa godere appieno a chi ricorda bene cos'era Manuel prima di approdare a Torino

L'altro nemico pubblico, o presunto tale, risponde al nome di Federico Chiesa, che fin dai primi giorni della stagione 21/22 è stato visto dall'allenatore come un attaccante e non come esterno, "troppo anarchico" per ricoprire il ruolo che l'ha portato ad altissimi livelli. Raramente Chiesa ha giostrato da seconda punta canonica del 3-5-2, preferendo isolarsi sull'out di competenza, ma tale tendenza l'ha portato a pestarsi i piedi con Kostic e a lasciare troppo solo Vlahovic al centro; allo stesso modo, la presenza di un giocatore così forte nell'1 contro 1 e nel tiro da fuori porta la Juve a cercarlo sistematicamente nei momenti di difficoltà, chiedendogli la giocata risolutiva senza mai fornirgli supporto, un po' come accadeva con Douglas Costa e Cuadrado in tempi non così remoti. Non è un caso vedere Chiesa provare il dribbling in surplace, lui che ha nella corsa e nell'esplosività i suoi punti di forza ma non possiede certo la tecnica di un Neymar nel saltare l'uomo (o, più spesso, diversi uomini) partendo da fermo.

Appena l'ha giudicato pronto, Allegri ha iniziato ad alternare Chiesa col gioiellino Kenan Yildiz, giocatore forse ancora più tecnico ma che ha soprattutto il pregio di saper giostrare efficacemente nelle tracce interne di campo, al contrario dell'ex Fiorentina, caratteristica che ha favorito il ritorno in auge di Vlahovic dopo un periodo di appannamento. Non di rado abbiamo visto Yildiz abbassarsi a centrocampo per prendere palla o per cucire il gioco, com'erano abituati a fare Dybala e, in misura minore, Di Maria; è questo ciò che Massimiliano Allegri vuole dalla sua seconda punta e non ci stupiremmo se, qualora il tecnico venisse confermato, fosse proprio Chiesa il pezzo pregiato da sacrificare nel calciomercato estivo.

Tra gli altri giocatori che escono valorizzati da questo strano frullatore vi sono sicuramente Weston McKennie e Andrea Cambiaso, due che a settembre non partivano tra i titolari designati ma che oggi difficilmente escono dall'11 tipo della Juventus. L'americano ha giovato prima del difficile ambientamento di Weah, poi della squalifica di Fagioli, ed è diventato importante sia da mezzala che da quinto di centrocampo, non accontentandosi del compitino ma specializzandosi in traversoni di qualità apprezzabile. La qualità Cambiaso invece l'ha sempre avuta, ma sembrava fin troppo leggero e raffinato per fare l'esterno a tutta fascia in questa Juve; l'ex Bologna però ha sfruttato bene la sua duttilità, sostituendo di volta in volta i vari assenti, ed in breve ha convinto Allegri, che ne apprezza la pulizia tecnica e lo spirito di sacrificio.

https://www.youtube.com/watch?v=G63PRCU09uc
La gara di Coppa Italia contro il Frosinone rappresenta lo zenit di McKennie dal punto di vista squisitamente tecnico: gli assist che serve a Milik e Yildiz sono degni dei migliori interpreti del ruolo.

La Juventus ha davanti a sé due partite favorevoli, Hellas a Verona e Frosinone allo Stadium, prima di far visita al Napoli e ospitare una lanciatissima Atalanta. C'è chi potrebbe chiamarlo crocevia della stagione, ma può davvero esistere un crocevia per una squadra che passa indenne per Villarreal, Haifa, per il 5-1 del San Paolo, per le ultime 3 partite, senza dar l'impressione di poter mai cambiare? Allo stesso tempo, basta una serie di risultati positivi per dire che la Juventus è finalmente tornata? La Juve non ha bisogno di tornare perché la Juve non se n'è mai andata, è sempre uguale a sé stessa, prigioniera di dogmi pericolosamente confusi col DNA storico di una squadra che sì è sempre stata vincente, ma che non ha mai volutamente scisso la prestazione dal risultato se non in queste ultime stagioni. Nella stucchevole guerra di religione tra giochisti e risultatisti, la Juventus è l'unica vera vittima. Finché questo loop non verrà rotto, da un intervento interno o da una débâcle nei risultati così fragorosa da non poter essere ignorata, la Juve non avrà mai modo di cambiare, e noi non avremo mai modo di capire quanto vale veramente questa squadra, intrappolata in un vestito grigio che ha smesso di andare di moda da almeno un decennio.

  • Made in Senigallia, insegnante di inglese e di sostegno, scrive e parla di Juventus e di calcio (che spesso son cose diverse) in giro per il web dal 2012. Autore dei libri "Football Globetrotters - calciatori nati con la valigia in mano" e "Espiazione Juve - il quinquennio buio della Signora"

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