Copertina Feyenoord Roma
, 15 Febbraio 2024

Breve storia dell'odio tra Roma e Feyenoord


Un odio segnato da cori, monumenti sfregiati e frecciatine.

Non si può dire che all’UEFA non si divertano, anche quando il lavoro sporco è affidato al caso. Nello spareggio di Europa League si affronteranno, ancora una volta, Roma e Feyenoord. Sono cambiate tantissime cose dalla prima volta, ma nel frattempo è nata una rivalità mai sopita, anzi costantemente alimentata da frecciate e dichiarazioni da entrambe le parti. Una rarità in Europa, dove due club difficilmente si affrontano così spesso, e in partite così importanti, da creare una tale reciproca acrimonia.

Dall’ultimo incontro, la guerra mediatica ha perso uno dei suoi soldati principali. Mentre sulla panchina del Feyenoord siede infatti ancora Arne Slot, che ha respinto al mittente le offerte del Tottenham in estate, la Roma ha da poco esonerato José Mourinho. Una decisione che in qualche modo ha anche fatto scemare il clamore e l’entusiasmo attorno al palcoscenico europeo. A Roma sembra infatti esserci la credenza latente che sia quasi impossibile arrivare in fondo nelle coppe senza la guida del tecnico portoghese.

In questo senso trovare sulla propria strada il Feyenoord è sicuramente il modo più semplice per riaccendere gli animi, attaccandosi al rancore quasi primitivo dell’intera piazza. Un rancore che, come già accennato, si è sviluppato in diverse tappe, trasformando questo abbinamento in una specie di derby di coppa.

Oltraggio ai monumenti

Riportate gli orologi indietro a febbraio 2015. Davanti agli occhi avete una Roma ferita, quella di Rudi Garcia, eliminata dai gironi di Champions per mano del Manchester City. Il primo ostacolo nel nuovo percorso in Europa League è rappresentato dagli olandesi del Feyenoord. I giallorossi sono, almeno sulla carta, i favoriti. Possono contare su giocatori di grande qualità ed esperienza come Totti, De Rossi, Pjanic, Manolas, Nainggolan e Keita. Allo stesso tempo, però, sono una squadra in difficoltà profonda: nelle ultime 8 partite ha vinto soltanto una volta nei regolamentari, a Cagliari grazie a un giovanissimo Leandro Paredes e a Daniele Verde.

La partita inizia, in realtà, ben prima del fischio d’inizio e si gioca nel centro storico della Capitale. Un gruppo di tifosi del Feyenoord, giunto a Roma dal mercoledì, decide di mettere a ferro e fuoco tutto ciò che gli si palesa davanti, approfittando di un sistema di sicurezza blando e forse più preoccupato da un eventuale caso internazionale che dalla possibilità di uno scontro tra tifoserie. In poco tempo, le immagini degli olandesi arrivati da Rotterdam fanno il giro di tv e quotidiani. I danni sono ingenti, le rivendicazioni provocatorie. La Barcaccia del Bernini devastata diventa simbolo della barbarie ultras. Inevitabilmente, scende in campo anche la politica, parte un botta e risposta tra il sindaco Marino e la Questura di Roma e nientepopodimeno che il Presidente del Consiglio, Matteo Renzi, va a pretendere delle scuse dal suo dirimpettaio olandese.

Rispetto al contorno, quello che avviene in campo è decisamente meno interessante. Il Feyenoord è una squadra giovane e coraggiosa, certo, ma ridimensionata rispetto alla stagione precedente. Ha perso il suo tecnico, Koeman, e tutti i suoi giovani, resi celebri dal mondiale brasiliano: De Vrij, Janmaat e Martins Indi. Quella stessa estate va via anche Graziano Pellè, che seguirà Koeman in Inghilterra. In panchina siede quindi Frank Rutten, mentre le chiavi della squadra sono affidate al talentuoso regista difensivo Jordy Clasie, che da giovane era stato considerato un remake di Xavi. Al suo fianco una serie di profili interessanti in rampa di lancio come Kongolo, Karsdorp, Toornstra, Vilhena e lo sfortunato Boetius. La Roma, come prevedibile, controlla il ritmo della partita e passa in vantaggio grazie a un colpo di tacco di Gervinho. È un gol pesante, visto che serve a scacciare le polemiche dopo qualche festeggiamento di troppo dopo la vittoria della Coppa d’Africa con la Costa d'Avorio.

Gli olandesi però tengono botta e vengono fuori alla distanza, fino a trovare il pari con Colin Kazim-Richards al 54’. Il resto della gara prosegue senza sussulti, e si chiude con i fischi di un Olimpico tra l’indignato e il rassegnato. L’unica nota di colore è la sostituzione in contemporanea, al 65’, di Totti e De Rossi, entrambi poco incisivi in grande difficoltà fisica. A proposito di monumenti che attraversano un brutto momento.

Il catino ribollente

Per la partita di ritorno il clima è ovviamente caldissimo, nonostante la pioggia che batte incessante su Rotterdam. Le motivazioni sono calcistiche – il pari dell’andata lascia aperta ogni possibilità – ma soprattutto extra-calcistiche. Quanto fatto dai tifosi del Feyenoord a Roma è stato vissuto come un attacco oltraggioso da parte dell’intero paese, e ancor di più dai romani (e romanisti) come un affronto al proprio patrimonio culturale più profondo.

La trasferta, nonostante tutto, non viene vietata agli ultras giallorossi, che però a Rotterdam sono pochi e sottoposti a pesanti controlli. Il de Kuip, stadio noto per la sua atmosfera, favorita dalla forma della struttura e dalla vicinanza degli spalti al campo, straborda. Un tempo una nobile del calcio, il Feyenoord non ha più grande dimestichezza con certi palcoscenici: non arrivava ad un turno a eliminazione diretta dal 2007 e non supera i sedicesimi dal 2002.

La gara è tesa, come prevedibile, ma è la Roma a portare i maggiori pericoli alla porta avversaria grazie ad un paio di conclusioni da fuori di Totti, tra cui un cucchiaio spinto fuori di un soffio dal forte vento. Intorno al 35’, la tifoseria olandese decide di mettere il carico su una partita già incredibilmente tesa: dagli spalti viene lanciata una banana gonfiabile, subito notata da giocatori e squadra arbitrale. Il bersaglio è, presumibilmente, Gervinho, e il gesto non lascia grande spazio a interpretazioni. La ripresa del gioco, dopo una breve interruzione per intimare alla tifoseria di casa di evitare ulteriori azioni discriminatorie o pericolose, porta con sé il vantaggio romanista. Lo segna Adem Ljajic, il grande escluso dell’andata.

Nel secondo tempo la follia impazza. L’arbitro francese Turpin espelle Mitchell te Vrede per un brutto intervento su Manolas. Una decisione che lo stadio interpreta come severa, ritenendo quindi necessario esprimere il proprio disappunto. In campo, in un moto di rabbia collettiva, piovono oggetti di ogni tipo. “Si poteva quasi aprire un negozio” dirà Garcia nel post-partita, col suo classico sorrisetto ironico. Il direttore di gara è costretto a sospendere la gara e a mandare tutti negli spogliatoi. Dopo 20 minuti di annunci e colloqui con i delegati UEFA, si torna a giocare e, questa volta, a pagare l’interruzione è la Roma. Rutten, spinto dall’incoscienza di chi non ha più nulla da perdere, inserisce Elvis Manu, un attaccante, per Boulahrouz, un difensore. La fortuna aiuta gli audaci: Manu segna l’1-1. Gioia breve ed effimera, perché dall’altro lato Torosidis effettua un cross perfetto dalla trequarti e Gervinho, proprio lui, anticipa tutti per l’1-2. A nulla serve il forcing finale del Feyenoord, che alla fine paga l’inesperienza e un ambiente forse persino troppo carico.

Notte di coppe e di campioni

Non servono certo le scorie passate per accendere una finale, ma nel caso di Roma e Feyenoord, di nuovo di fronte per giocarsi la prima Conference League della storia, si è ai limiti del surriscaldamento globale tra le due tifoserie. Quella di Tirana è una finale cui entrambe le squadre, tra l’altro, sono arrivate partendo dal gruppo delle favorite ma non favoritissime: sicuramente un passo indietro al Tottenham poi uscito addirittura ai gironi e più o meno dietro a Leicester e Marsiglia, eliminate in semifinale. Per il Feyenoord è la prima finale europea dal 2002, quando vinse la Coppa UEFA, mentre per la Roma l’attesa si trascina da 61 anni, quando Giacomo Losi alzò al cielo la Coppa delle Fiere.

Ad alzare un po’ i toni, poi, più che i protagonisti sono alcune polemiche di contorno. Thomas Letsch, allenatore del Vitesse eliminato dai giallorossi agli ottavi dopo due partite tendenti al brutto, ci tiene a sottolineare pubblicamente la scarsa attitudine alla ricerca dell’estetica degli uomini di Mourinho, in opposizione al gioco di possesso della squadra di Arne Slot.

Proprio la sfida tra i due allenatori è uno dei focus dell’attenzione pubblica. Entrambi sono al primo anno sulle rispettive panchine e sono stati in grado di mettere subito la loro filosofia al servizio del nuovo contesto. Il portoghese ha sviluppato un rapporto simbiotico con l’ambiente romanista, dando ai suoi calciatori quella mentalità vincente che forse era mancata in passato e uscendo vincitore da due eliminatorie, contro Bodø/Glimt e Leicester, in modo quasi mitologico. Slot invece si è affidato alla forza di una squadra giovane e tecnica per aspirare alla concretezza tramite il bel gioco. Le sue stelle sono Kokcu, Guus Til, Malacia, Aursnes e Sinisterra. Tutti a supporto di Cyriel Dessers, che con Abraham si gioca il titolo di capocannoniere.

L’altra polemica è meramente logistica: l’Eredivisie si è conclusa il 15 maggio e quindi il Feyenoord ha potuto quindi effettuare un mini-ritiro in Portogallo per prepararsi al meglio alla sfida. La Roma ha invece ottenuto l’anticipo al venerdì della sfida di campionato con il Torino, poi battuto agilmente per 3-0, ma non il rinvio a dopo la finale. Lato Feyenoord, ovviamente, si sottolinea come i giallorossi possano quindi godere di un ritmo partita migliore. Lato Roma, invece, l’enfasi è sulla maggiore accortezza della Federazione olandese e sulla minor stanchezza degli avversari.

Davanti al pubblico di Tirana, in proporzione decisamente più vicino alla Roma sia per fratellanza con l’Italia che per la presenza in rosa di Marash Kumbulla, la partita è molto tesa. La Roma fraseggia bene, ma senza costruire occasioni colossali. Il Feyenoord non si abbassa troppo, ma fatica ad innescare le proprie frecce sulle fasce. A un certo punto però, un’azione iniziata sul centrodestra da capitan Pellegrini finisce tra i piedi di Mancini vicino al cerchio di centrocampo. Il difensore, che aveva già provato un paio di lanci in profondità con risultati risibili, non si abbatte e anzi ci riprova. Trauner, confuso dall’inserimento senza palla dello stesso Pellegrini, non sa come reagire e sfiora soltanto il pallone che quindi finisce tra i piedi di Zaniolo. L’attaccante ligure è freddissimo e segna così l’1-0.

La partita non si incattivisce, nonostante la Roma chieda la doppia ammonizione per un intervento di Senesi su Abraham. Nel secondo tempo il Feyenoord insiste, ma sbatte continuamente contro Smalling (votato MVP della finale) e Rui Patricio, autore di due grandi parate con l’aiuto del palo. Anche la Roma ha un paio di occasioni per chiuderla, ma Bijlow è attento. Al fischio finale è un’esplosione giallorossa. Un trionfo per un’intera tifoseria, che nei festeggiamenti lancia il suo nuovo coro "La Roma sí e il Feye no" sulla base di "Never Going Home" di Kungs, che diventerà poi la colonna sonora di tutti i due anni seguenti. La finale di Tirana è anche uno sfizio per Mourinho, che può dire di essere l’unico ad aver vinto tutte e 3 le principali competizioni UEFA. Ha avuto ragione lui, anche senza il bel gioco.

Ancora tu?

“Come sapete, rispetto la Roma perché sono bravi ad ottenere risultati con il loro gioco, tuttavia preferisco guardare squadre come Manchester City e Napoli e sono onesto su questo aspetto". Si esprime così Arne Slot, nel preludio all’ennesimo scontro tra Roma e Feyenoord. Siamo di nuovo in Europa League, questa volta ai quarti di finale. La Roma ha eliminato, non senza sofferenze, la Real Sociedad. Il Feyenoord ha invece passeggiato su uno Shakhtar Donetsk inerme. A pochi mesi dalla finale albanese, mentre i giallorossi hanno aggiunto poche pedine dal peso specifico enorme come Matic e Dybala, gli olandesi hanno scelto di rivoluzionare completamente la rosa.

Una scelta azzeccata, poiché il club di Rotterdam viaggia spedito verso il titolo nazionale. Il fulcro di ogni trama di gioco è Kökçü, uno dei pochi rimasti, a cui Slot ha arretrato leggermente il raggio d’azione. Per il resto gli elementi chiave sono volti nuovi, o giocatori che hanno assunto responsabilità ulteriori complice lo spazio liberato dalle cessioni: Hancko in difesa, Wieffer a centrocampo, Szymanski sulla trequarti e Gimenez in attacco.

In avvicinamento al doppio turno si è parlato a più riprese di rivincita. Lo ha fatto Slot e lo hanno fatto i suoi calciatori. La finale ha inevitabilmente lasciato strascichi anche nel rapporto tra le due compagini, con qualche dichiarazione poco elegante riguardo il presunto atteggiamento provocatorio e un po’ melodrammatico dei giocatori romanisti. L’elefante nella stanza, poi, è il solito discorso legato all’ordine pubblico. I tifosi provenienti da Rotterdam, prima della partita contro la Lazio affrontata ai gironi, hanno nuovamente procurato danni alla città. Da qui la richiesta del sindaco Gualtieri di vietare la trasferta. Richiesta accolta, e di conseguenza applicata anche in Olanda ai sostenitori romanisti.

Il primo round si gioca al de Kuip. Nonostante le già citate parole di Slot, con allusione al gioco noioso di Mourinho, è la Roma a rendersi maggiormente pericolosa. A metà primo tempo, però, si ferma Paulo Dybala. L’argentino sente tirare il muscolo e decide di fermarsi per evitare guai maggiori. Un evento che genererà un effetto domino non del tutto prevedibile.

Una quindicina di minuti dopo, l’arbitro spagnolo Sanchez assegna un calcio di rigore alla Roma. Sul dischetto, in assenza di Dybala, si presenta Lorenzo Pellegrini. Il capitano giallorosso viene da un periodo di grande difficoltà dovuta ai numerosi problemi fisici e non segna da circa 3 mesi. Un bagaglio emozionale che si porta dietro quando la sua rincorsa un po’ titubante si sfoga in un tiro a mezza altezza che finisce sul palo alla destra del portiere.

All’intervallo Mourinho sostituisce il numero 7 giallorosso, giocandosi la carta Wijnaldum. L’ex-Liverpool è probabilmente l’unico uomo tra Roma e Rotterdam ad ignorare la rivalità tra le due squadre – o a non aver colto la tensione della partita stessa – viste le parole al miele spese nel pre-partita per il club in cui è cresciuto e che tifa sin da bambino. Fa sorridere che sia quindi lui ad addormentarsi, non senza collaborazione dei compagni, sul destro di Wieffer che porta in vantaggio il Feyenoord.

Al fischio finale, non pago dell’1-0 dei suoi, Slot si presenta in conferenza stampa per commentare il rigore assegnato alla Roma, definendolo "leggero" e ribadendo che con il metro del campionato olandese non sarebbe stato assegnato. Del resto, perché perdere l’occasione per una polemica in più?

Lo spettro giallorosso

La Roma non è nuova ai ribaltoni. Lo ha già fatto contro il Salisburgo, agli spareggi, quando l’1-0 dell’andata si era trasformato in un 2-0 pulito, forse persino troppo stretto, al ritorno. In una settimana qualcosina è cambiata. Dybala è recuperato quantomeno per la panchina e Pellegrini ha fatto pace con i tifosi e con la porta avversaria.

Sul fronte di Rotterdam il clima è decisamente più sornione. Slot risponde alle domande da ambasciatore in missione diplomatica e i suoi uomini sottolineano soprattutto la possibilità di colpire la Roma in contropiede, vista la necessità dei giallorossi di fare gol a tutti i costi. A Roma, invece, caricano la partita con i fatti più che con le parole. Approfittando dell’assenza di tifosi ospiti, ai locali viene aperto anche il Distinto Nord-Ovest, così da raggiungere il record stagionale di spettatori.

In partita, la Roma deve dire addio a Wijnaldum, che in teoria era l’arma tattica per sopperire all’assenza di Dybala, dopo mezz'ora. Al suo posto entra un comunque vivace El Shaarawy. I giallorossi comunque non riescono a trovare la via della porta e il Feyenoord non rinuncia ad attaccare, spaventando così un Olimpico che inizia a vedere i fantasmi e a tentare di ricacciarli indietro buttando un occhio sul cronometro.

Nel secondo tempo il match si stappa: Pellegrini difende un pallone quasi da centravanti e si guadagna probabilmente un rigore che non vedremo mai. Il rimpallo finisce tra i piedi di Spinazzola che, con un tiraccio il cui percorso verso la porta sembra durare quanto Killers of The Flower Moon, infila Bijlow. La Roma insiste, ma perde Smalling e con lui anche la propria sicurezza difensiva. Ne approfitta Igor Paixão, con un colpo di testa che fa sentire gli echi delle imprecazioni di Carlo Zampa su Marco Sau di circa dieci anni prima.

Proprio quando sembra finita, ecco il coniglio tirato fuori dal cilindro. Dybala, acciaccato ed entrato a metà secondo tempo, controlla col destro un pallone morbido di Pellegrini in area di rigore. Con un movimento degno di Shaquille O’ Neal si gira sul perno e, senza mai interrompere il flusso dell’azione, la piazza di sinistro sul secondo palo. Un’opera d’arte che scaccia via i brutti pensieri, e soprattutto riporta l’inerzia dalla parte della Roma per gli ormai imminenti supplementari.

Tempi supplementari che si aprono col discorso di Mourinho alla sua squadra ripreso dalle telecamere, mai troppo timide quando si tratta di aggiungere epica alla narrazione. Qualunque cosa il portoghese abbia detto, comunque, non si può dire non abbia funzionato. Al 101’ Pellegrini, con tempismo da metronomo, dai 40 metri apre su Abraham sulla destra. L’inglese, altrettanto sintonizzato con il ritmo della sinfonia giallorossa, legge perfettamente il movimento della linea difensiva e fa scorrere il pallone per poi impattarlo nel momento giusto e servire a El Shaarawy un comodo tap-in. Passa qualche minuto e un break di Ibañez squarcia in 2 le linee avversarie. Il brasiliano cede il pallone a Dybala che imbuca per Abraham. L’inglese si infrange su Bijlow, ma a rimorchio c’è l’onnipresente Pellegrini che ribadisce in rete. La bandierina del guardalinee spezza l’urlo romanista, ma è questione di pochi attimi.

Nel post-partita, poi, Mourinho piazza il colpo di teatro. Alla discesa negli spogliatoi intravede l’allenatore avversario e gli intima amichevolmente di “continuare a guardare Napoli e Manchester City”. Un invito che Slot tutto sommato accoglie, apprezzando la vena creativa e la meticolosità del nemico. La vendetta è un piatto che va servito freddo, sia la Roma che il Feyenoord lo sanno bene.

  • 23 anni. Romanista e autista del Carro Lorenzo Pellegrini. Bevitrice di Peroni in offerta. Fondamentalista lucana. Noel è il Gallagher superiore.

Ti potrebbe interessare

Dallo stesso autore

Associati

Banner associazioni Sportellate, clicca qui per associarti!
Newsletter
Campagna Associazioni a Sportellate.it
Sportellate è ufficialmente un’associazione culturale.

Associati per supportarci e ottenere contenuti extra!
Associati ora!
pencilcrossmenu