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, 14 Febbraio 2024

Tutti i drammi dell'Amburgo


Gli ex-irretrocedibili stanno vivendo un inferno che dura da ormai sei anni.

Alle 15:30 del 28 maggio 2023 sono passate esattamente 24 ore da quando i tifosi del Borussia Dortmund avevano iniziato la loro personale e collettiva discesa all’inferno. Per una buona parte del pubblico la stagione del calcio tedesco, o almeno la sua parte interessante, è finita.

In realtà, in quel preciso momento, Darmstadt, Heidenheim e Amburgo stanno toccando i loro primi palloni a Fürth, Regensburg e Sandhausen. A separare la prima dalla terza, in Zweite Bundesliga, ci sono 4 punti, a separare la seconda dalla terza uno solo. Per i tifosi dell’Amburgo la sensazione è quella di una semplice passerella prima del Relegationsspiel. Il Sandhausen è un’avversario comodo – banalmente perché è ultimo in classifica e già retrocesso – ma anche lo Jahn, che dovrebbe tentare di fermare l’Heidenheim non può offrire chissà che resistenza. I bavaresi sono penultimi, potrebbero ancora raggiungere il terzultimo posto dell’Arminia, certo, ma è un’ipotesi molto remota, dato che i dodici gol di differenza reti in meno sono più che sufficienti per rendere utopico qualsiasi desiderio di salvezza.

Anche anno prima lo Jahn era stato l’avversario del Werder Brema, secondo in classifica, nell’ultima giornata e anche in quell'occasione l’Amburgo doveva sperare in una sconfitta, mai arrivata, di quest'ultimo per tornare in Bundes direttamente. Quindi allo Jahn c’era poco da chiedere e, anzi, se c’era qualcuno che doveva preoccuparsi dei propri precedenti quello era proprio l’Amburgo, che, all’ultima giornata di tre anni prima, proprio contro il Sandhausen, aveva perso 5-1, bruciandosi la possibilità di giocarsi uno spareggio per cui sarebbe bastato un pari.

Le aspettative sono basse. Dopo tre minuti, un cross di Ransford Konigsdorffer trova il destro di Jean-Luc Dompè che, da dentro l’area piccola, riesce quasi a emulare il gol con cui Nemanja Matic vinse un Puskas più o meno dieci anni prima. Uno a zero per l’Amburgo; metà del lavoro è andata. Il Sandhausen, che giustamente non può avere chissà quali pretese di gloria da questa partita, non sembra neanche provarci. Produce giusto qualche tiro stentato, soprattutto da parte dei due ex di giornata: Christian Kinsombi e Dennis Diekmeier, che, ironia della sorte, nella partita del 2020 aveva segnato proprio il gol del 5-1. Poco, incredibilmente poco per pensare di fermare una squadra che aveva ben altre ambizioni.

E infatti – anzi, vista la storia recente dell’Amburgo verrebbe da dire sorprendentemente – la partita di Sandhausen è solo una passerella: il gol di Dompé è sufficiente. Che la vera partita sia quella a 300 chilometri da lì lo capiscono subito anche i tifosi dell’Amburgo, dato che, a inizio secondo tempo, da Regensburg arriva la notizia del vantaggio dello Jahn; neanche il tempo di processare quest’informazione che, dopo cinque minuti, arriva anche il secondo gol. L’Amburgo è a mezz’ora dalla Bundesliga e l’Heidenheim sta replicando, in modo più amaro e dimesso, lo stesso psicodramma che il Borussia Dortmund aveva vissuto ventiquattro ore prima.

Al novantesimo delle due partite, l’Amburgo è in Bundes. Se avete guardato una classifica di Bundesliga negli ultimi sei mesi, l’Amburgo non c’è. Non c’è perché, mentre i tifosi sono in campo a festeggiare una promozione ormai acquisita, l’Heidenheim ha segnato il secondo e il terzo gol della sua partita, riprendendosi quella promozione che sembrava ormai scappata dalle sue mani. Una sorta di amaro, e forse più duro, remake del destino capitato ai tifosi dello Schalke nel 2001, quando un gol di Andersson al 94’ gli aveva sfilato una Bundesliga che già stavano festeggiando.

Una premessa così lunga non può che essere necessaria per parlare di tutto l’infernale percorso dell’Amburgo in Zweite Bundesliga. E già questa frase suona come paradosso per una squadra che per anni si è vantata di essere irretrocedibile. Invece, l fatto che, ormai sei anni dopo la retrocessione, una delle più gloriose squadre di Germania sia ancora a fare le capriole in seconda divisione, mancando ogni anno la promozione in modi sempre più fragorosi e dolorosi, sembra un capolavoro di sadismo voluto da chissà quale sceneggiatore pazzo.

Il modo in cui l’Amburgo è riuscito a mancare sistematicamente il ritorno in Bundesliga sembra ammantato di una crudeltà anche eccessiva: in cinque stagioni di Zweite, i Rothosen hanno chiuso quattro volte il girone di andata al primo o al secondo posto – nella restante lo ha fatto al terzo – e in tre su cinque, a fine stagione, hanno mancato la promozione diretta per meno di tre punti. In tutte queste stagioni, l’Amburgo ha giocato un girone di ritorno ai limiti del drammatico, con partite perse in modo surreale – tra cui alcuni derby contro un St. Pauli in piena zona retrocessione – che fanno pensare che la tendenza all’autosabotaggio sia una qualità trasversale delle squadre tedesche che non si chiamano Bayern Monaco.

Certo, per l’Amburgo la situazione è singolarmente drammatica. Per i tifosi, e verosimilmente anche per la dirigenza, la retrocessione del 2018 è stata una catastrofe immane ma anche prevedibile, visto che era arrivata dopo diverse stagioni di declino, salvate con delle imprese enormi nei finali di stagioni o direttamente allo spareggio-salvezza. Eppure, la sensazione era che la Zweite fosse un intoppo da cui liberarsi subito, a qualsiasi costo.

Probabilmente è stato proprio questo a mettere un carico di aspettative insostenibile per chiunque sia passato da Amburgo negli ultimi cinque anni. Non a caso, dal momento della retrocessione, tutti gli allenatori passati da Amburgo hanno visto la loro esperienza finire per scelta della dirigenza e l’unica eccezione in questo senso è stata rappresentata da Dieter Hecking, ma solo perché il suo contratto era annuale e non c’era bisogno di intervenire. Per dire, non altrettanto bene andrà al suo successore, Daniel Thioune, a cui non verrà neanche concesso l’onore di finire la stagione, dato che verrà licenziato a inizio maggio, una volta avuta la certezza di non poter finire tra le prime tre.

Nonostante sia stato l’unico a durare più di un anno intero, neanche Tim Walter, all’Amburgo dal 2021, è riuscito a interrompere questa tradizione. Il suo esonero è arrivato dopo una partita, in casa contro l’Hannover, che sembrava la manifestazione delle montagne russe emotive che circondano l’Amburgo ormai da sei anni.

Dopo 20’ dall’inizio, l’Amburgo è sotto di due gol, non troppo diversamente da quanto era accaduto due settimane prima contro il Karlsruhe e un paio di mesi prima nello Stadtderby contro il St. Pauli  – che forse ricorderete per il disastroso autogol del 2-0 che potrebbe aver bucato qualche bolla social.

In entrambi questi casi, l’Amburgo aveva colmato lo svantaggio; in entrambi i casi, fatto il primo, aveva fatto immediatamente il secondo in un paio di minuti. Contro l’Hannover va in modo leggermente diverso: Laszlo Benes, membro della minoranza ungherese in Slovacchia ed ex Wonderkid del Borussia Mönchengladbach, segna il 2-1, appoggiando in porta dopo uno stop bergkampesco in area. Dopo otto minuti, Louis Schaub, ex di giornata, segna però il 3-1. In questo momento, così come probabilmente avranno pensato prima della partita contro il Sandhausen di fine maggio, la sconfitta sembra semplicemente inevitabile, una fine chiara e certa, che puoi solo accettare passivamente.

Hannover-Amburgo è invece la sintesi degli ultimi cinque, terribili, infiniti anni di storia di questo club: su un angolo battuto corto a inizio secondo tempo, il bosniaco Dennis Hadzikadunovic fa il 3-2 di testa. A 4’ dalla fine, Bobby Glatzel – una sorta di cheat code dei centravanti di Zweite Bundesliga, che ad Amburgo ha segnato più di 50 gol in due anni e mezzo – fa anche il 3-3, i Rothosen sembrano essersela scampata di nuovo. Dopo due minuti, Benes entra da dietro su Fabian Kunze e si fa sbattere fuori. Un sacrificio inevitabile, forse, ma che diventa del tutto vano quando, in pieno recupero, l’Hannover segna di nuovo, stavolta con Max Ernst, che comodamente attacca le spalle di van der Brempt, tirato via da un taglio di Cedric Teuchert. 4-3 Hannover, dopo aver rimontato due gol, esattamente come due settimane prima per il Karlsruhe.

Il lunedì mattina, quando viene annunciato l’esonero di Tim Walter, il direttore sportivo del club, Jonas Boldt, spiega: “La discontinuità delle nostre prestazioni nella seconda metà di stagione era troppo grande e questo ci ha fatto dubitare di poter raggiungere l’obiettivo prefissato”. Il fatto che quella contro l’Hannover sia la terza partita che l’Amburgo perde nonostante rimonte folli – era successo con il Karlsruhe, appunto, ma anche a novembre contro l’Holstein Kiel – può effettivamente dare il senso di una squadra incredibilmente instabile. Tuttavia, è sempre bene notare che quello di Tim Walter è stato, di netto, il periodo migliore dell’Amburgo dopo la retrocessione, se di migliore si può parlare per una squadra che come unico, inderogabile obiettivo ha avuto una promozione mai arrivata.

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L’Amburgo di Tim Walter ha provato a raggiungere i suoi obiettivi presentando una squadra molto intensa in pressione ma anche molto fluida in possesso, con rotazioni continue dei suoi giocatori offensivi, capaci di portare anche i propri centrali a ricevere nelle linee più avanzate. I risultati, in parte, gli hanno sempre dato più o meno ragione: i due terzi posti – entrambi dolorosamente vicini al secondo che sarebbe valso la promozione diretta – sono stati i due migliori risultati del club dopo la retrocessione e nello spareggio del 2022 contro l’Hertha, l’Amburgo di Walter è diventato la seconda squadra di Zweite in dieci anni a vincere una delle due partite del Relegationsspiel – salvo poi perdere il ritorno.

Oggi l’Amburgo è terzo in classifica, a due punti dal secondo posto dell’Holstein Kiel e a cinque dal primo del St. Pauli, con il secondo miglior attacco del campionato, nonché con i due capocannonieri – Glatzel a 14 gol e Benes a 11 – e il miglior assistman – sempre Benes, a 8. Insomma, l’Amburgo è una squadra ondivaga? Senz’altro, anche perché, in tutta la stagione, solo due volte ha vinto per due volte consecutive. Tuttavia, queste fluttuazioni sono organiche a un campionato dove i momenti di forma sono estremamente volatili; Walter ha costruito un Amburgo credibile non più solo per il suo strapotere economico ma anche per la qualità del suo gioco.

Le parole con cui Boldt ha liquidato il suo allenatore, quindi, non sembrano rispecchiare veramente le criticità dell’Amburgo, quanto piuttosto la feroce impazienza della sua dirigenza – forse persino più avida di risultati della sua tifoseria – che non considera la promozione un grande risultato ma il minimo sindacale. Nel 2019, per esempio, il gruppo dirigenziale precedente aveva preso una decisione simile, licenziando Christian Titz dopo 4 pareggi e sostituendolo con Hannes Wolf che, nonostante l’hype su di sé – dovuto alla sua provenienza dalle floride giovanili del Borussia Dortmund – era riuscito a fare peggio, vincendo solo 2 delle ultime 11 partite della stagione e mancando una promozione che a fine girone di andata sembrava una formalità.

L’Amburgo ormai da anni è incastrato nella sua stessa nevrosi: vive con il costante terrore di mancare una promozione che sembra incredibilmente facile da raggiungere e quest’anno sembra aver raggiunto il culmine delle sue paranoie. Certo, più razionalmente sarebbe difficile non impazzire dopo questa sequenza di oscillazioni tra esaltazione assoluta e nerissima depressione. D’altronde, come si può digerire un successo che sembrava essere nelle tue mani ma che ti viene sfilato in cinque minuti e da quasi trecento chilometri di distanza?

  • Nasce a Roma nel 1999. Chimico e tifoso di Roma e Arsenal,
    dal 2015 scrive di calcio inglese e dal 2022 conduce il podcast Britannia. Apprezza i calzettoni bassi e il sinistro di Leo Messi.

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