
Riccardo Calafiori è il difensore del futuro
Nato terzino, ora è un centrale che interpreta il ruolo in modo unico.
Sul tabellone luminoso di San Siro sta per scoccare la mezz'ora di gioco. Il Bologna, in maglia bianca, sta facendo circolare il pallone tra i suoi difensori, mentre il Milan, vestito del classico rossonero, aggiusta le posizioni in campo per affrontare la fase di non possesso.
Mentre uno dei due centrali rossoblu imposta l'azione, l'altro si stacca dalla linea e sale, occupando lo spazio solitamente calcato dalle mezzali. Il difensore, che veste il numero 33, accompagna l'azione - innescata da un lancio del compagno di reparto - fino in fondo, raccogliendo il pallone nell'area avversaria e riuscendo addirittura a calciare in porta. Quel pallone verrà respinto da Loftus-Cheek, ma il rimpallo porterà allo 0-1 del Bologna. Il numero 33 che sembra dimenticarsi il suo ruolo è Riccardo Calafiori e di cose come questa ne fa diverse ogni partita, almeno da quando il suo allenatore è Thiago Motta.
È uno degli esempi più fulgidi del fatto che nel calcio di oggi bisognerebbe valutare sempre più concretamente se sia ancora corretto parlare solamente di ruoli o se si dovrebbero iniziare a considerare anche le funzioni che i giocatori ricoprono in campo per descriverli e etichettarli. Il fatto che Calafiori, prima di giocare con profitto da centrale di una difesa a quattro, in maglia Roma fosse un terzino magrolino e poco solido fisicamente alimenta le argomentazioni di chi sostiene che, ormai, cristallizzare l'idea che abbiamo di un giocatore attorno al ruolo che ricopre sulla lavagna tattica sia limitante all'interno del discorso calcistico.
Da quando è al Bologna, Calafiori occupa una delle due caselle al centro della difesa, ma lo fa interpretando il ruolo con funzioni ben precise e diverse da quelle che siamo abituati a vedere assegnate a un centrale. L'approdo alla corte di Thiago Motta ha dato il via alla seconda rinascita dell'ex Roma, la cui carriera sembrava dover prendere una traiettoria totalmente diversa e di profilo probabilmente più basso, ma comunque soddisfacente tenendo conto del gravissimo infortunio subito a 16 anni - che aveva lasciato sconcertati anche i medici - e da cui era tornato dopo un anno di stop, rinascendo una prima volta. A nemmeno 22 anni, Riccardo Calafiori è già nella terza fase sua carriera, una in cui - per il suo modo di giocare - sta indicando che forse anche per il calcio sta arrivando qualcosa di nuovo.
Com'era Calafiori?
Nato nella Capitale, cresciuto nella Roma, buttato nella mischia poco più che maggiorenne in una partita che ha poco da dire in modo da poter almeno assaggiare il calcio dei grandi. La storia di Riccardo Calafiori da calciatore professionista sembra iniziare come quella di tanti altri, se non fosse che il diciottenne ha già affrontato un anno di stop per la rottura di tutti i legamenti del ginocchio sinistro, dei menischi e della capsula articolare, riportata in una partita di Youth League e che avrebbe potuto mettere a rischio la funzionalità della sua gamba sinistra, figurarsi la carriera. Calafiori - uno dei talenti più brillanti delle giovanili della Roma in quel momento - è però riuscito incredibilmente a rientrare in campo, a farsi convocare in prima squadra e, appunto, ad esordire in Serie A in Roma-Juventus 3-1, ultima giornata del campionato 2019/20.
La stagione seguente, accompagnato dal timbro di qualità del Guardian - che lo ha inserito tra i 60 migliori giocatori nati dal 2002 in poi, viene integrato in pianta stabile in prima squadra da Fonseca. Il tecnico portoghese gli regala solo alcuni scampoli di partita in campionato, ma in Europa League decide di impiegarlo con continuità. Quando non è ostacolato dal coronavirus - che lo tiene fermo per un intero mese - o dalle continue ricadute di un infortunio al bicipite femorale, che tradiscono una generale fragilità fisica, nella competizione continentale Calafiori fa vedere alcune cose interessanti. Oltre al gran gol contro lo Young Boys e l'assist per Dzeko contro l'Ajax, il giovane esterno a tutta fascia si posiziona nel 90° percentile per dribbling completati (1,78 per 90 minuti), nel 98° per tiri verso la porta avversaria (1,53/90 minuti), nel 96° per duelli aerei vinti (83,3%) e in generale registra buoni numeri in altre metriche relative alla conduzione di palla e alla presenza nell'area avversaria.
Il rovescio della medaglia è che si vede fin troppo bene che Calafiori è un giocatore che non sembra ancora pronto - per struttura fisica, capacità decisionale, passo, personalità - e che soprattutto non sembra aver ancora superato il grave infortunio al ginocchio. Anche i numeri supportano questa impressione, disegnando il profilo di un calciatore poco coinvolto nel gioco della sua squadra - circa 48 tocchi a partita, 9° percentile tra i pari ruolo - che distribuisce pochi palloni, sbagliando molto - addirittura 2° percentile nei passaggi corti completati - e che in fase di recupero del pallone è abbastanza inconsistente, andando a contrasto solo 1,27 volte a partita (28° percentile) e vincendo il duello meno della metà delle volte. Sembra quasi abbia paura, sapendo cosa ha dovuto passare si potrebbe dire comprensibilmente, di affondare i contrasti.
La stagione successiva, con Mourinho che ha sostituito Fonseca, sembra iniziare in modo promettente per Calafiori, che gioca da titolare contro Verona e Udinese in Serie A e soprattutto contro CSKA Sofia e Zorya Lugansk in Conference League, match in cui - complice anche il livello non eccelso delle avversarie - ben figura, firmando anche un assist. Il 21 ottobre 2021, terza giornata del girone, arriva però il momento in cui al giovane giallorosso viene appiccicata l'etichetta di inadeguato: Bodø/Glimt-Roma 6-1. Da terzino di una difesa a 4, Calafiori viene tritato da Solbakken e nei giorni successivi alla partita finisce nella grande purga operata da Mourinho nei confronti dei "colpevoli" della disfatta norvegese. Da lì il portoghese gli concede solo 12' in campo fino a gennaio, poi lo fa cedere in prestito al Genoa. In rossoblù - complici anche i soliti infortuni - Calafiori raccoglie solo 80' spalmati su tre partite. Sembra un giocatore perso.
Il Genoa a maggio retrocede e il terzino romano fa ritorno alla casa madre, ma nella capitale non hanno più bisogno di lui. Si trasferisce così in Svizzera - Basilea - per 1,5 milioni di euro, seguendo un percorso che ormai sembra obbligato per i giovani italiani che non hanno ancora convinto, come accaduto per Dimarco, Gnonto, Sebastiano Esposito e recentemente Pafundi. L'esperienza a Basilea di Calafiori è quasi da romanzo di formazione: in Svizzera l'ex Roma si struttura fisicamente, si fa man mano crescere i capelli, a cui aggiunge poi una fascetta che gli dà un'aura da difensore primi anni '00, si sposta da terzino a braccetto sinistro, affina le sue capacità in fase di non possesso. In una campagna europea conclusasi solo in semifinale di Conference League fa registrare 1,81 contrasti vinti a partita (94° percentile tra i centrali di difesa), 2,19 intercetti a partita (84° percentile) e firma un gol decisivo negli ottavi di finale contro lo Slovan Bratislava e un assist nei quarti di finale contro il Nizza.
Riccardo Calafiori inizia anche la stagione 2023/24 vestendo il rossoblù svizzero, ma a fine mercato arriva un altro rossoblù a riportarlo in Italia: quello del Bologna. E il Calafiori che torna nel nostro campionato è molto cambiato rispetto a quel ragazzino che mandava in gol Dzeko in Europa League.
Cosa fa Calafiori nel Bologna?
Quando varca per la prima volta i cancelli di Casteldebole, Riccardo Calafiori è cresciuto, cambiato, migliorato rispetto ai tempi della Roma e del Genoa, ma non ha ancora attraversato la trasformazione quasi inspiegabile che lo ha reso il giocatore che vediamo ogni weekend in maglia rossoblù. Soprattutto, quando Calafiori arriva a Bologna nessuno si aspetta che possa fare il titolare, né che possa farlo al centro della difesa. Qui intervengono la mano di Thiago Motta e il suo gioco fluido, fatto di tanto possesso palla - usato anche come arma difensiva - e molta aggressività. Ma anche l'abilità che il Bologna ha acquisito da ormai alcuni anni nello sviluppare giocatori di ottimo livello e, inevitabilmente, dei fattori che non possiamo conoscere fino in fondo. Fatto sta che l'ex Roma ci mette solo tre partite per conquistare il posto da titolare e da lì non si smuove più, attirandosi le attenzioni di tutti.
Come mai è così degno di nota il modo in cui Calafiori interpreta il ruolo di difensore centrale? Innanzitutto, in fase di non possesso è molto abile nella lettura delle situazioni e il suo fisico e la sua esplosività lo aiutano ad essere estremamente efficace negli anticipi, che sono l'arma difensiva che usa nella maggioranza delle situazioni. Questo lo vediamo anche dai dati, che pongono Calafiori nel 6% dei difensori centrali che intercettano più palloni (1,97 a partita) in Serie A, ma che allo stesso tempo lo dipingono come un centrale assolutamente nella media per contrasti effettuati (1,50 a partita, 47° percentile) e vinti (1,10 a partita, 64° percentile). È una discrepanza che si può spiegare con la linea difensiva alta e aggressiva che vuole Thiago Motta, ma anche quando si trova a difendere palloni più profondi l'ex Roma può dire la sua con l'abilità nel gioco aereo, che lo vede vincere il 73,2% dei duelli (95° percentile).
Gli anticipi quasi famelici di Calafiori sono fondamentali per una squadra così concentrata sull'aggressione e la riaggressione dell'avversario come il Bologna di quest'anno. Ne vediamo ad esempio l'applicazione pratica nella sfida di Coppa Italia contro l'Inter dello scorso 20 dicembre. Al minuto 115, Mkhitaryan prova a servire Frattesi, che sta galleggiando tra le linee dell'Inter, in un momento di spinta dei nerazzurri. Alle spalle del centrocampista della nazionale sbuca però Riccardo Calafiori - che ha intuito ben prima dell'avversario la destinazione del pallone toccato da Mkhitaryan - e, per usare un'espressione più terra-terra possibile, se lo mangia. L'intervento nato dall'intelligenza e dall'esplosività sul breve del 33 del Bologna porterà poi ad un rapido contropiede condotto da Zirkzee e finalizzato da Ndoye, che si abbattono come un uragano sull'Inter e regalano la vittoria ai rossoblù.
Calafiori ricerca l'anticipo, l'espressione di supremazia fisica e mentale sul diretto avversario, in modo sistematico e quasi ossessivo, mettendoci a volte - paradossalmente - sia troppa sicurezza che troppa noncuranza. Sbagliare una lettura, credere di riuscire ad anticipare l'attaccante e poi non riuscirci, in una linea alta come quella del Bologna ha lo stesso effetto del cameriere che cade a terra con la pila di piatti in mano, fracassandoli tutti in modo comico e fragoroso. A Calafiori succede ad esempio contro il Cagliari - nella sua peggior prestazione da quando veste la maglia del Bologna - dove su un pallone lungo partito da Dossena, in una situazione in cui la linea del Bologna è quasi a centrocampo, resta troppo incollato a Petagna invece di scappare indietro e finisce per perdersi l'attaccante del Cagliari. Oppure contro la Roma, quando decide di partire in anticipo su Bove senza accorgersi che Freuler stava già facendo lo stesso e Lucumì non era in posizione, lasciando libero Belotti di involarsi verso la porta (poi l'attaccante della Roma sbaglierà il gol).
È però in fase di possesso che Calafiori condensa gli aspetti più peculiari e rivoluzionari del suo gioco, rendendosi un interprete calato perfettamente nella spettacolare recita che è il Bologna di Thiago Motta. L'interpretazione del ruolo di difensore centrale da parte del numero 33 rossoblù va al di là di quello che siamo abituati a vedere e il suo gioco può essere sezionato a individuare differenti funzioni ricoperte in base alla posizione del pallone e dei compagni, come vale anche per ognuno degli altri dieci uomini di Motta. Un primo modo - che semplifica la realtà, ma la dipinge con efficacia - per capire quanto l'etichetta di difensore centrale sia limitante nel descrivere quello che Calafiori fa in campo e dove si posiziona, è osservare la sua heatmap stagionale e la sua posizione media in possesso durante le partite. L'ex Roma copre una porzione di campo molto ampia per un centrale e non è raro trovarlo quasi al fianco di Freuler nella rappresentazione grafica delle posizioni medie.

Quando il Bologna costruisce da dietro, l'impostazione dell'azione è solitamente demandata al compagno di reparto di Calafiori, ovvero Sam Beukema. Nel momento in cui l'olandese - o uno degli altri difensori - ha la palla, spesso l'italiano si sgancia dalla linea difensiva andando ad occupare spazi liberi in zone solitamente calcate dai centrocampisti. Lo vediamo ad esempio nel match contro il Lecce di domenica scorsa: Skorupski in questo caso allarga con le mani su Ferguson, che appoggia a Kristiansen, rimasto più accentrato. Nel frattempo Calafiori sale ad occupare lo spazio lasciato libero dal movimento dello scozzese.

Sul movimento in avanti il centrale riceve il pallone lungo di Kristiansen e dà il via alla conduzione che spacca la difesa del Lecce e lo porta ad assistere Orsolini per il gol del 3-0.

Non è necessario però che la palla parta da fondo campo per far scattare il "trigger" della salita di Calafiori. Lo vediamo sempre contro il Lecce, quando Zirkzee - abbassatosi a cercare il pallone - riceve da Posch e il centrale romano sale immediatamente nello spazio libero accanto all'olandese.

A quel punto il numero 33 del Bologna riceve palla da Zirkzee per tramite di Ferguson ed è libero di proseguire in prima persona l'azione.

Abbiamo poi visto nell'azione di Milan-Bologna descritta all'inizio di questo articolo che il movimento in avanti di Calafiori non esaurisce la sua utilità nella prima fase dell'impostazione dell'azione. Il centrale rossoblù infatti è in grado anche di seguire l'azione lungo tutto il suo corso, aggiungendo un uomo nella metà campo avversaria alla manovra del Bologna. Il suo seguire l'azione è molto importante anche in fase di riaggressione dell'avversario appena persa palla - Calafiori è nell'84° percentile per contrasti vinti nell'ultimo terzo di campo - e può portare anche all'immediato tiro in porta come accaduto con la gran botta parata da Martinez in Bologna-Genoa. Non sono però ancora arrivati gol da queste sue sortite offensive e solo il 22% dei suoi tiri ha raggiunto lo specchio della porta, un aspetto in cui Calafiori potrebbe sicuramente migliorare.
Quello di Calafiori non è un movimento meccanico, la sua attivazione dipende dalle situazioni, dai contesti e dai movimenti del compagno di reparto, con cui c'è un'intesa estremamente rodata. Ad esempio nella partita contro la Roma dello scorso 17 dicembre ci sono diversi momenti della partita in cui a sganciarsi dalla linea difensiva è Beukema e il compito di gestire l'uscita del pallone passa a Calafiori.

Che si trovi ad impostare l'azione o a ricevere palla in posizione più avanzata, per i piedi dell'ex Roma passano tantissimi palloni. È nel 90° percentile tra i pari ruolo in Serie A per passaggi tentati (68,73 ogni 90') - e ne completa in media l'89,6% - e nel 92° per palloni toccati (79,19 ogni 90'). I numeri migliori nei passaggi Calafiori li totalizza sulla breve distanza - complice anche lo stile di gioco del Bologna di Motta - ma non distribuisce solo palloni "sicuri" e poco pericolosi: è infatti nell'85° percentile per passaggi chiave (0,46 ogni 90'), nel 92° per passaggi filtranti (0,12 ogni 90') e nel 93° per passaggi che hanno portato a una conclusione (1,68 ogni 90').
Il passaggio, tuttavia, non è l'unica arma con cui Calafiori contribuisce alle azioni del Bologna in fase di possesso. Anche grazie al movimento di sgancio dalla linea difensiva citato in precedenza, è facile che il centrale rossoblù possa trovarsi in situazioni in cui può sfoggiare il residuo repertorio da terzino, conducendo palla e liberandosi in dribbling, come fatto in occasione del terzo gol del Bologna contro il Lecce citato precedentemente. I dati lo posizionano nell'89° percentile tra i centrali della Serie A per dribbling tentati ogni partita (0,69) e nel 95° per quelli completati (0,46). Non sono dribbling sempre efficaci - 1/3 delle volte non riescono - ma è il volume a fare la differenza, portando a 0,06 tiri in porta a partita (92° percentile). Calafiori si distingue poi anche per le sue conduzioni palla al piede, che sono in media 49,48 a partita (89° percentile) e in particolare coprono 136 metri di campo in verticale ogni match (92° percentile).
Pensare che a fare queste cose è lo stesso Riccardo Calafiori che quattro anni fa vagava incerto e quasi spaventato sulla fascia della Roma è notevole e in un certo senso incredibile. L'arrivo a Bologna ha vestito il difensore romano di un abito totalmente nuovo, per cui aveva sicuramente già gettato le basi con la crescita di Basilea, ma che non ci si aspettava potesse vestire con questa efficacia, diventando il prototipo del difensore moderno della nostra Serie A. Lasciando da parte le prospettive - sicuramente meritate - di nazionale, l'interrogativo principale da porsi ora è uno solo: Calafiori può funzionare a questi livelli anche fuori dal Bologna di Motta?
È innegabile che il gioco dell'italo-brasiliano ne nasconda alcuni difetti e ne esalti le qualità. Anche se, ragionando sulle funzioni che Calafiori può svolgere in campo e non sul ruolo che occupa sulla lavagna tattica, è ragionevole pensare che possa essere inserito con successo anche in altri contesti, magari da terzino, o da centrocampista. Sempre tenendo a mente il valore che queste etichette possano avere in un calcio che sta cambiando.
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