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coppa d'africa 2024
, 13 Febbraio 2024

La Costa d'Avorio e la misticità della Coppa d'Africa


Il trionfo dei padroni di casa è arrivato senza un allenatore e sfiorando più volte la fine.

Assistere alla finale tra Nigeria e Costa d'Avorio, atto conclusivo della competizione, con tutte le implicazioni di carattere politico e sociale che si trascina dietro involontariamente e godersene lo spettacolo è stato rinfrancante per gli occhi e per la mente, sperando che nulla possa mai mutare la meravigliosa misticità della Coppa d'Africa.

Un torneo come quello del continente africano è da sempre fonte di grande dibattito e malumori. Ovviamente solo in Europa, qui dove ci si lamenta delle partenze dei calciatori, dove si è spinto per un torneo estivo – come era stata teoricamente pensata anche quest'edizione – che si giocherà l'anno prossimo in Marocco nonostante l'ovvio impatto che il clima torrido avrà innanzitutto sui corpi dei calciatori oltre che sugli spettatori: a Marrakech la massima a luglio è 37°.

In Africa, tutto ciò è vissuto con altro spirito. La Coppa d'Africa è una consapevole distrazione e al contempo un momento di riscatto umano, sportivo, sociale e politico. Il risultato di per sé conta, ma non è tutto. Semplicemente, in Coppa d'Africa ci si vuole essere, si vuole partecipare. Si vuole vivere il senso di unità tra popoli nel paradosso di un torneo che è la diretta conseguenza di linee tracciate da qualche anonimo cartografo europeo.

La stessa Europa che da sempre ha colonizzato, depredato e ridisegnato a suo piacimento il continente e non paga della tratta degli schiavi ripropone le stesse dinamiche con giovani calciatori. Chiaramente non c'è solo questo. C'è un contesto politico troppo spesso tumultuoso, incerto, brutale: un ring sul quale si combattono le faide dei potentati locali. Questa fragilità endemica comporta da sempre l'impoverimento del tessuto sociale di molti dei paesi. Ne conosciamo bene le conseguenze: sofferenza e migrazione di massa, ovvero - troppo spesso - deserti, lager libici, naufragi e grandi guadagni per le mafie.

Tuttavia, ancora una volta, non c'è solo questo. Non ci sono solo storture in questo ipnotico continente. Citare i grandi personaggi (si pensi a Mandela, Makeba, Sankara per citarne tre noti a tutti) e i grandi eventi sociali, culturali e artistici (dalla decolonizzazione alle primavere arabe, dal Dak'art al Gnaoua World Music Festival di Essaouira) è ovviamente riduttivo e ridondante in una sede come questa. Basti dire che questo coacervo magmatico ha spesso visto nascere spesso bellezza accecante e in purezza che si è irradiata sul pianeta rendendolo un posto decisamente migliore.

Si può, di contro, rendere questa immensità, non solo geografica a dispetto delle cartine eurocentriche, trasponendola nel calcio e nei suoi interpreti più illustri come Eto'o o Drogba, come Adebayor o Mané o, andando più indietro i vari Weah, Milla o Okocha. Oppure, si può celebrare attraverso le sue nazionali più forti e iconiche: il Camerun di Italia '90, della danza che cambierà le esultanze per sempre; la Nigeria di USA '94, con quella maglietta splendida e un undici titolare di pura tecnica, il Marocco di Qatar '22, archetipo del sogno infantile di chiunque abbia calcato le polveri o gli asfalti cittadini, o lo Zaire del '74 e quella fuga dalla barriera per scalciare via una punizione avversaria, ottima sintesi del calcio come unico megafono per urlare al mondo il terrore dell'oppressione.

Bellezza, dunque. La Coppa d'Africa è anche e soprattutto bella. Così come la finale tra Costa d'Avorio e Nigeria. Bella soprattutto in campo, dove abbiamo ammirato gran parte del meglio che il continente potesse offrire - Oshimen, Lookman e Chukwueze da una parte, Kessié, Fofana, Adingra e Haller dall'altra. Bella sugli spalti: tifo splendido, come sempre, e splendida impiantistica.

L'Alhassane Ouattara, dove si è disputata la finale, è un impianto che oggi, in Italia, possiamo sognare (tralasciamo, per il momento, il tema dei metodi di costruzione, il rispetto dei diritti dei lavoratori, della sicurezza e anche la controversa figura del presidente a cui è intitolato). La partita in sé è stata lo specchio di questa bellezza. Una partita non sempre bellissima, ma sempre avvincente, piena di gesti tecnici e culminata con la climax del 2-1 finale di Sébastien Haller.

Coppa d'Africa stadio Ouattara

La storia di Sébastien Romain Teddy Haller, questa settimana sicuramente l'uomo più amato della Costa d'Avorio, è molto nota e paradigmatica sotto molteplici punti di vista. La scelta, avvenuta nel 2020, di giocare per gli elefanti anziché per la Francia – dove è nato e cresciuto e con cui ha fatto tutta la trafila delle nazionali giovanili – per omaggiare la madre e le sue origini, intersecando al calcio la questione coloniale e post-coloniale; la tremenda malattia diagnosticata nel 2022, all'apice della sua carriera, e il concreto rischio che tutto, ma proprio tutto potesse finire; il difficile ritorno in campo sei mesi dopo; un'annata sfortunata, fermo ancora a zero gol con il BVB; infine, quella leggera torsione della caviglia, à la Ibra, quel leggero tocco con l'esterno e il boato dello stadio.

L'intreccio mistico di questo percorso accidentato e disconnesso, simile quello della stessa Costa d'Avorio durante questo mese di Coppa d'Africa sublima una vittoria ampiamente meritata.

Prima di arrivare in fondo, infatti, il cammino degli oranges era stato a dir poco tortuoso: girone (con la Nigeria) passato quasi per miracolo come ultima delle migliori terze; esonero del CT Gasset; ottavi di finale con il Senegal passati ai rigori, dopo aver riacciuffato a cinque dalla fine una partita giocata "da fantasmi" e quarti contro il Mali vinti grazie a un 1-1 segnato al minuto novanta e un 2-1 al centoventesimo. Ciononostante, di partita in partita (specialmente dopo l'allontanamento di Gasset) la squadra ha preso forma, in campo e dentro la testa di giocatori e staff.

Adingra ha trovato sempre più spazio, Haller è rientrato in forma dall'infortunio, Fofana ha cominciato a dominare a centrocampo e tutti si sono davvero convinti di potercela fare. Con ragione.

Al contrario, la Nigeria era arrivata in finale con un percorso scolastico. Girone A passato senza patemi, anche se al secondo posto per la differenza reti, grazie al 0-4 rifilato dalla Guinea Equatoriale ai padroni di casa. Ottavi e quarti contro Camerun e Angola vinti piuttosto agilmente rispettivamente 2-0 e 1-0 e un solo brutto spavento, con il Sud Africa in semifinale, battuto ai rigori dopo aver seriamente rischiato di subire il ribaltone nel recupero dopo il pareggio di Mokoena al 90°.

Tuttavia, al contrario della Costa d'Avorio, la Nigeria non aveva mai convinto né per spirito né per gioco. I meccanismi tattici sono sempre parsi poco funzionanti e, nonostante l'abbondanza di talento offensivo, José Peseiro ha sempre puntato su un baricentro basso e a un approccio molto prudente. Anche in finale, infatti, gli Eagles non hanno dato ciò che potevano, o che se non altro promettevano. Molti giocatori sono sembrati stanchi, demotivati, gettati alla rinfusa in campo e quasi schiacciati dal fragore pubblico che sosteneva incessantemente gli avversari. Davvero troppo poco per una squadra di questa caratura.

Eppure, la Nigeria era passata in vantaggio al 38°, con l'ennesimo gol del capitano Troost-Ekong (che aveva già segnato agli ivoriani nella fase a gironi) nell'unica azione offensiva del primo tempo. Dal gol in poi, però, i verdi sono nuovamente spariti a lungo dalla metà campo avversaria, limitandosi a tentare di tenere ordinatamente testa marea arancione. Sugli spalti, l'espressione attonita di Didier Drogba, uno che sa molto bene cosa significhi perdere la finale di Coppa d'Africa, parlava da sé.

Timori di maledizioni stregonesche serpeggiavano tra gli spettatori, ma la resistenza nigeriana è durata poco e al 62' è arrivato il pareggio di Kessié. Per il resto della partita, il copione è rimasto lo stesso: la Costa d'Avorio che bucava con regolarità le - molto larghe - linee nigeriane creando costantemente superiorità numerica sulla tre quarti. La Nigeria che non scalava mai, offrendo agli avversari una difesa statica e piatta, spesso scoperta dal centrocampo.

Sovrapposizioni, movimento costante e palla a terra, questi sono stati i semplici ma efficaci accorgimenti tattici della Costa d'Avorio, diversa e più compiuta di quella vista in campo nelle partite precedenti. Dal canto suo la Nigeria cercava, a sprazzi palloni lunghi, sperando nella testa di Osimhen e nelle sue combinazioni in velocità con Chukwueze e Lookman. Le quali, però, si sono viste ben poco in questa finale nonostante la partita di grande lotta del centravanti del Napoli. Non solo per demerito loro, ma anche grazie a una difesa praticamente impeccabile.

Francamente ci si aspettava molto di più tatticamente e tecnicamente da una nazionale con il potenziale della Nigeria, si vedrà se Peseiro sarà confermato. In ogni caso, a questo punto dell'articolo il concetto dovrebbe essere chiaro: la Costa d'Avorio ha strameritato di vincere la Coppa d'Africa 2023 e il fatto che lo abbia fatto davanti al proprio pubblico, con queste modalità e generando una tale quantità di linee narrative è solo la ciliegina sulla torta.

Occorre lasciarsi ipnotizzare sempre più spesso da queste competizioni – per noi – periferiche per dimenticare la stortura umana e sociale che attanaglia il nostro di calcio a cui, però, siamo legati religiosamente e dunque non riusciamo (o non vogliamo) spesso a vedere.


  • Impuro, bordellatore insaziabile, beffeggiatore, crapulone, lesto de lengua e di spada, facile al gozzoviglio. Fuggo la verità e inseguo il vizio. Ma anche difensore centrale.

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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