Napoli
, 12 Febbraio 2024

Il solito nervoso, inconcludente Napoli


Contro il Milan una sconfitta che fa precipitare gli azzurri al nono posto.

Tra il gol di Giacomo Bonaventura e quello di Theo Hernandez sono passati quasi dieci anni: Milan-Napoli era la partita delle scontente, due squadre ricche di problemi strutturali nella costruzione dell'organico. Sulle panchine si sfidavano a distanza Filippo Inzaghi – pochi giorni fa esonerato dalla Salernitana – e Rafael Benitez. A fine stagione nessuno dei due centrò la qualificazione in Champions League e, come si dice, sembra davvero di parlare del Mesozoico; nel frattempo il calcio avrebbe potuto scoprire il fuoco, se ne sfruttiamo il significato evoluzionistico.

Per dieci anni, dunque, il Napoli non era passato in svantaggio a San Siro contro il Milan. È una di quelle statistiche curiose, che se non offre che una rappresentazione parziale, e forse poco accurata, della supremazia di un club rispetto all'altro, smaschera comunque un piccolo velo di Maya che avevamo comunemente accettato. Il Napoli che si presentava a Milano con il coraggio di imporre un gioco del buonumore: una filosofia proattiva, rappresentata bene da certe parole di Maurizio Sarri, il successore di Benitez, in un'intervista di qualche anno fa dopo un Napoli-Genoa: «il nostro obiettivo è la bellezza».

Nell'ondata social che si preparava alla partita Dazn ha pubblicato un reel che celebra la vittoria per 0-4 di settembre 2015, ma sarebbe bastata anche la vittoria del settembre scorso o il pareggio dell'autunno del 2019. È una questione morale ed estetica più che dei semplici risultati: il Napoli era stato capace di affermarsi come big in Italia per la sfrontatezza delle sue idee, per la gioia con cui pensava ad attaccare contro chiunque. Senza provare timore.

Oggi non si può non parlare del Napoli come la squadra della cupezza. In un certo senso lo ha confermato già Walter Mazzarri con la formazione ufficiale: il tecnico è tornato al 3-5-2 soporifero adottato contro la Lazio nonostante l'infermeria svuotata, plasmando una squadra stretta per presidiare il centro con un blocco basso. Ed è stata una scelta che a tratti ha anche funzionato.

Quando il Milan faceva circolare la palla tra i difensori, il Napoli si disponeva in campo con un 5-2-1-2 così da permettere a Zielinski, titolare a dispetto dell'editto bulgaro di De Laurentiis, di alzarsi in pressione su Bennacer.

L'altra mezzala, Zambo Anguissa, si posizionava in orizzontale rispetto a Lobotka per assorbire potenziali palle alte per Giroud e presidiare la trequarti difensiva del Napoli. Uno stile difensivo che mirava ad azzerare gli eventi della partita, impedendo al Milan di cavalcare il caos in verticale.

In fase di possesso, come quasi in ogni partita da inizio stagione, le responsabilità creative sono state scaricate dalla squadra sulle spalle da Atlante di Khvicha Kvaratskhelia, schierato seconda punta alle spalle di Simeone.

Kvaratskhelia svariava su tutto il fronte d'attacco come se fosse un numero dieci vintage, e se a volte pendeva naturalmente per defilarsi a sinistra e associarsi con Mazzocchi per cercare superiorità numerica sulla fascia, non era raro vederlo attaccare a destra lo spazio tra le maglie di Gabbia e Theo Hernandez.

Al 9', ad esempio, uno dei rari momenti in cui il Napoli ha messo in pratica i consigli di Mazzarri sui tentativi di riaggressione alta. Di Lorenzo e Anguissa puliscono un pallone che arriva tra i piedi di Kvaratskhelia e quello, isolato tra le maglie nere del Milan, poteva solo sfidare il difensore, in questo caso Gabbia, e tentare il dribbling.

Dopo una breve sterzata sul posto, Kvaratskhelia si è allargato a destra prima di crossare...

... e trovare un bell'attacco di Simeone, che ha tagliato sul lato cieco di Kjaer prima di calciare verso la porta. Il palo ha salvato Maignan.

È una vita da van Gogh, quella che Kvaratskhelia mette ormai in atto durante le partite del Napoli: si è trasformato in un artista depresso e nevrotico, la cui sensibilità non viene percepita dall'ambiente circostante. Anche quando si intestardisce in dribbling astrusi e claustrofobici, le giocate di Kvaratskhelia trasudano un istinto per le venature più profonde del gioco.

Ma è intorno al suo talento che le cose hanno smesso di funzionare.

Passa un quarto d'ora e anche se il Milan non ha ancora superato la trequarti difensiva serrata del Napoli, alla squadra di Pioli basta pochissimo per affettare la struttura fragilissima su cui Mazzarri ha costruito la sua casa traballante.

Giroud lega il gioco e raccoglie la traccia interna di Theo Hernandez, chiamando fuori posizione Rrahmani. Il centravanti francese si trova però in una zona congestionata del campo e appoggia di prima per Leao, su cui è costretto a uscire – a sua volta – Østigård.

Theo continua la sua corsa alle spalle di Lobotka con serenità, con l'atarassia di Haruki Murakami durante una maratona, quando sul suo piede sinistro atterra il filtrante di Leao. In pochi secondi il Milan, con una manovra semplice, essenziale, quasi minimalista, ha creato un buco nero nel centro della difesa a tre del Napoli. Neanche l'uscita disperata di Gollini, posizionato male già in partenza, è riuscita a salvare il risultato e, di conseguenza, la partita.

Si può pensare a svariati errori individuali: il mancato ripiegamento di Lobotka, il disinteresse di Di Lorenzo per il suo avversario "diretto" dopo essere stato scavalcato dalla palla, persino lo scivolamento ritardato di Østigård. Eppure sono tutti effetti, e non cause, del vero problema che l'esonero di Rudi Garcia mesi fa non ha risolto: il Napoli di Mazzarri gioca un calcio che non conosce, in cui i duelli atletici e la concentrazione di reparto fanno la differenza. Un gioco in cui se perdi il controllo per una sola azione rischi di mandare in frantumi una partita intera: ne vale davvero la pena? e soprattutto: perché il Napoli dovrebbe provare a giocare così, lasciando cinque giocatori offensivi in panchina?

Certo l'azione del gol non è stata casuale, e anzi si può dire sia stata un pattern studiato da Pioli per muovere la difesa reattiva del Napoli. Il classico gioco di sponda sfruttando Giroud non tanto per alleggerire il possesso o dominare il gioco, quanto per portare fuori dalla zona di comfort i centrali lenti e impacciati del Napoli.

Al 29' ecco la stessa situazione. Adli, schierato a centrocampo in coppia con Bennacer, verticalizza per Giroud ...

... che vince ancora una volta il duello fuori area con Rrahmani e restituisce il pallone ad Adli.

La verticalizzazione non è andata a buon fine ma fotografa bene l'obiettivo del Milan: portare scompiglio tra le linee del Napoli, permettere ai suoi giocatori più vivaci – in questo caso Leao – di sfidare a campo aperto il loro diretto marcatore. Secondo il report Serie A il Milan ha chiuso con il 40% di possesso palla, ma rivelandosi molto più pericoloso del Napoli: 6 tiri in porta a 2, 1.37 expected goals contro 0.50. Pur abbassando il baricentro nel secondo tempo.

Finché ha lasciato Kvaratskhelia alle spalle di Simeone, il Napoli ha capitalizzato poco in fase di costruzione. La manovra si appiattiva sul giro palla tra Juan Jesus, Rrahmani e Østigård, e se Di Lorenzo e Mazzocchi dovevano tenere bassi i terzini di parte attaccandoli alle spalle senza accorciare all'interno del campo, la trequarti centrale restava sempre povera.

L'unica ulteriore occasione del primo tempo, infatti, è arrivata dai piedi di Kvaratskhelia, che ha dovuto inventarsi un velo su Kjaer e un dribbling a Bennacer per arrivare sul fondo e crossare al centro.

All'intervallo Mazzarri ha sostituito Østigård e inserito Politano per tornare all'ortodossia del 4-3-3, ma questa pillola indorata di nostalgia ha avuto un effetto solo palliativo. Nei primi minuti della ripresa è stato il Milan ad alzare i ritmi, andando a occupare le maglie più slabbrate del Napoli al centro.

Al 47', c'è un bell'inserimento di Florenzi da terzino invertito – mentre Leao e Pulisic danno l'ampiezza e Giroud e Loftus-Cheek attaccano la fascia centrale – in cui il Milan cambia campo rapidamente e quasi punisce il Napoli con un tiro centrale parato a fatica da Gollini.

In realtà per tutto il secondo tempo il Napoli ha tenuto il possesso della palla, spingendo i rossoneri a difendere fino al limite della loro area. Pioli ha effettuato solo cambi conservativi: Musah per Bennacer, Jimenez per Pulisic, Jovic per Giroud, e così via. Eppure se c'era una squadra che dava la sensazione di poter segnare ancora era il Milan, a suo agio nel sistema entropico e sfilacciato in cui le squadre hanno finito per allungarsi in campo. Al 76' ancora Leao, su un recupero palla di Florenzi e un'imbucata di Musah, è andato vicino al secondo palo con un tiro a giro leggermente impreciso.

Il palleggio del Napoli è stato perimetrale, e la difesa del Milan ha annaspato più per errori individuali che per una vera sofferenza collettiva. Politano ha calciato quattro volte verso la porta di Maignan, più di tutti gli altri giocatori in campo: neanche una volta ha centrato lo specchio.

Al 59' uno di questi tiri va vicino al gol ed è l'unica volta in cui il Napoli risveglia le connessioni istantanee e relazionali che gli permettevano di dominare il gioco sotto la gestione di Luciano Spalletti. Dopo una conduzione di Anguissa, che porta via la copertura di Loftus-Cheek, Politano sfila alle sue spalle e rientra sul mancino, imbottigliandosi verso l'interno con coraggio.

Non può essere però un caso: il Napoli è a secco di gol in trasferta dalla partita contro l'Atalanta del 25 novembre, il primo giorno del Mazzarri II. Da allora ha perso a Torino, oltreché pareggiato e perso a Roma. Ha subito 6 gol, non è mai andato vicino neanche ad andare in vantaggio. In fondo è stata una partita realista per le due squadre. Il Milan è riuscito a tenere alto il livello senza osare né spendere troppe energie, assecondando la narrazione di un campionato vissuto in una specie di compartimento stagno: un'identità profonda che ha messo a sicuro il terzo posto, e al tempo stesso distante dalla continuità di Inter e Juventus per poter ambire allo Scudetto.

E dall'altro lato è stato il solito nervoso, inconcludente Napoli del post Scudetto, una squadra bolsa e decadente, i cui migliori giocatori appaiono spauriti. Ma soprattutto il Napoli ha perso l'intelligenza collettiva degli anni scorsi, quella capacità di manipolare gli avversari sulla base di un gioco codificato.

Non poteva esserci notizia peggiore.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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