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Sanremo
, 11 Febbraio 2024

Sanremo, Sabato - Considerazioni Sparse


L'edizione da record conferma che Sanremo è nell'età dell'oro: l'eredità di Amadeus sarà pesante. Vince Angelina, ma prepariamoci alle polemiche contro le giurie.

Cala il sipario sul teatro Ariston sull'ennesima edizione da record, l'ultima (salvo ripensamenti) dell'era Amadeus. In questi cinque anni Ama ha portato al culmine il percorso - avviato in sordina più di 10 anni fa dalla seconda era Fazio e proseguito tra alti e bassi anche nelle successive edizioni - che ha restituito una seconda giovinezza al Festival di Sanremo, svecchiandolo e restituendogli un appeal straordinario dopo l’inaridimento degli anni duemila in cui si pensava addirittura alla cancellazione. A testimoniarlo ci sono i freddi numeri, con dati di share che rappresentano un unicum inarrivabile per la tv contemporanea, ma soprattutto la ritrovata capacità di attirare sia i grandi nomi che i talenti emergenti della musica italiana e l'abilità nell'assecondare e talvolta anticipare le tendenze. Quella che un tempo era in buona parte una vetrina per personaggi in cerca d'autore e vecchie glorie alla disperata ricerca di rilancio è diventata un passaggio quasi obbligato per la consacrazione o il consolidamento di una carriera. Il risultato è che anche gli sponsor fanno a gara per esserci e mettere il loro logo sul Festival, come dimostra il numero sempre crescente di palchi esterni e attività collaterali che si sono sviluppate e che rendono l'offerta sanremese ancora più ampia. Chiunque prenderà il timone del Festival l'anno prossimo si troverà a raccogliere un'eredità pesantissima, senza dubbio la più influente della storia recente.

A ulteriore riprova di quanto sopra, la vittoria se la sono contesa fino alla fine un 2000 (secondo artista più ascoltato in Italia nel '23) e una 2001. L'esito finale è stato una sorta di remake della finale del 2019 che vide Mahmood prevalere su Ultimo, nonostante il televoto fosse notevolmente a favore del cantautore romano (46,5% contro 14,1%). In quel caso era risultato decisivo (e lungimirante, con il senno di poi) il voto della giuria degli esperti e della sala stampa; stasera sono state la stessa stampa e radio a ribaltare l'incredibile 60% di preferenze di Geolier al televoto, per giunta in una finalissima a 5. La vittoria di Angelina non ha la stessa carica innovativo/rivoluzionaria per il Festival di quella di Mahmood, ma questo nulla toglie al suo percorso perfetto in questo Sanremo, nel quale ci ha regalato uno dei momenti più emozionanti nella serata delle cover e ha dimostrato una padronanza del palco e un'eleganza decisamente fuori dal comune. Un successo di Geolier sarebbe stata una doppia prima volta, sia per una canzone rap che per un brano non in lingua italiana; il rapper potrebbe aver pagato lo scotto della contestata vittoria nella serata cover, anche se decisivo è stato che nella finalissima a 5 sala stampa e radio non votassero più - come fatto fino a quel momento - assegnando un voto da 1 a 10 a ogni artista, ma semplicemente indicando una preferenza, assumendo un peso maggiore. Il secondo posto rappresenta per lui un grande risultato, gli apprezzamenti ricevuti dal pubblico mainstream gli consentiranno di ampliare la sua già impressionante fanbase.

Era quasi impensabile che potesse vincere per la terza volta a distanza di così poco tempo, ma resta un po' di rammarico per Mahmood perché il suo Tuta Gold sarebbe stato un pezzo perfetto in chiave Eurovision, come dimostra il suo ingresso nella top 50 mondiale di Spotify (unico artista italiano). Il suo Sanremo è stato però ancora una volta straordinario, ha consacrato definitivamente la sua poliedricità e il suo talento da performer. Chi invece poteva legittimamente ambire a qualcosa di più è Annalisa, che è riuscita "solamente" ad eguagliare il terzo posto del 2018; data la straordinaria popolarità raggiunta, questo poteva davvero essere il suo anno, ma ha avuto la sfortuna di trovarsi in un'edizione ricca di nomi importanti e con una forte presa sia sul televoto che sulla stampa. Ghali può tornare a casa col sorriso e con un'ottima quarta piazza ottenuta senza snaturarsi. Irama conferma sia la capacità di passare dalle hit estive alle ballad sofferte senza colpo ferire, che la costanza nel piazzarsi alto in classifica: 5° nel 2021 (e penalizzato dal Covid), 4° nel 2022, di nuovo 5° quest'anno. Solido in termini di seguito, si è costruito una sua credibilità, non sarebbe sorprendente vederlo vincere nel prossimo futuro.

Loredana Bertè a 73 anni ha ancora grinta da vendere e, dopo essersi divorata il palco, si è aggiudicata il Premio della critica. La sua occasione di vincere il Festival è sfumata nel 2019, ma quello che ha portato a casa stanotte ha ancora più valore: è il premio intitolato a sua sorella Mimì. Tra le rivelazioni spicca Il Tre, ma anche per i Santi Francesi, La Sad e Big Mama il bilancio può dirsi tutto sommato positivo. Venendo alle note negative, nonostante due brani apprezzabili (ma non troppo immediati) si sono piazzati bassi in classifica rispetto alle premesse sia Alessandra Amoroso e i Negramaro; in particolare, il 19esimo posto della band salentina potrebbe dissuadere altri grandi nomi a mettersi in gioco. Brutta performance e brano impalpabile per il duo Renga-Nek. Sangiovanni, penultimo e male anche nel televoto, rischia di aver imboccato rapidamente la strada della meteora: ha ammesso di aver trascorso un periodo difficile e gli auguriamo che abbia presto un'occasione di riscatto, magari evitando di proporre cover di sé stesso.

Amadeus ha deciso di calare tutti gli assi a disposizione, costruendo un cast decisamente forte e ricco di nomi "pesanti", anche a costo di esagerare con i cantanti in gara. Non solo i risultati ma anche le canzoni gli hanno dato ragione: ci troviamo davanti a uno dei rarissimi casi in cui non c'è nemmeno un brano tra quelli presentati che si possa definire "pessimo". Tutti gli artisti sono riusciti a trovare il loro spazio e a risultare ben riconoscibili, anche grazie al clima leggero e alle interazioni e i siparietti che si sono creati; le canzoni funzionano e ci accompagneranno in radio per parecchi mesi. Anche stavolta il Manuale Cencelli è stato messo in pratica molto bene nelle scelte, garantendo una rappresentatività a un numero molto ampio di generi e di fette di pubblico (un po' sguarnita la quota cantautorale?). Con un numero così ampio di cantanti in gara è cambiata sensibilmente anche la costruzione dello show: sia i momenti di intrattenimento che quelli più seriosi sono stati maggiormente centellinati, in particolare nell'ultima serata in cui non si sono visti ospiti (esclusi i 4' di Gigliola Cinquetti e gli spot alle fiction Rai), e ci siamo risparmiati anche i monologhi, tranne (ahinoi) quello di Teresa Mannino. Le serate hanno avuto un buon ritmo e non se ne è sentita la mancanza.

Non è stato tutto perfetto: ad esempio, come già sottolineato: qualche canzone di troppo è sembrata seguire lo stesso spartito, nel tentativo di seguire la strada aperta dai successi di Fatti avanti amore e Cenere. La scrittura di qualche momento "leggero" è risultata decisamente rivedibile o quantomeno troppo vintage; la lettura acritica del comunicato stampa degli agricoltori "che giustamente protestano" ha rappresentato una presa di posizione incomprensibile rispetto alla linea adottata fino a quel momento. L'invadenza del Fantasanremo ha poi superato i limiti di guardia e rischia l'effetto boomerang, anche perché è un falso mito che abbia avvicinato i più giovani a Sanremo: nel 2020 il gioco non esisteva e la fascia che aveva fatto registrare lo share più alto era proprio quella 16-24 anni (65% rispetto al 60,6% complessivo). Stante qualche criticità, sarà però impresa difficile realizzare subito un'altra edizione così coinvolgente e ingaggiante; il rischio noia (nomen omen) è sempre dietro l'angolo, così come quello di tornare indietro nel tempo.

A chi arriverà consigliamo di adottare la linea della continuità, soprattutto nel clima fresco e non ingessato, magari con qualche piccolo accorgimento. Si può venire incontro a chi critica la durata eccessiva delle serate, ma far terminare il Festival prima dell'1 significherebbe trasformarlo in una prima serata come le altre, quando invece l'unicità va preservata. Sarebbe facile poi farsi ingolosire dall'ondata populista che si scatenerà, ma assecondarla affidando le sorti della gara unicamente al televoto vorrebbe dire trasformare Sanremo in X Factor; un "equilibratore" rimane necessario, e basterebbero dei correttivi semplici come il non conteggiare i voti della serata delle cover nel computo della gara per rendere la competizione meno dipendente dall'una o dall'altra giuria. In conclusione, Sanremo conferma di essere molto più di un Festival musicale; è uno spettacolo dalla longevità unica nel panorama televisivo, che si è trasformato negli anni senza perdere la sua essenza e che per una settimana tiene tantissimi italiani davanti alla tv - facendogli dimenticare tutto il resto - in una sorta di messa laica. Ci rivediamo tra un anno, sempre davanti all'altare televisivo. Perché Sanremo è Sanremo.

  • Giornalista classe 90', da sempre innamorato della radio, ho diretto per 3 anni RadioLuiss e collaborato con varie emittenti in qualità di conduttore. Attualmente mi occupo di comunicazione d'impresa e rapporti istituzionali. Pallavolista da una vita, calciofilo per amore, appassionato di politica e linguaggi radiotelevisivi, nella mia camera convivono i poster di Angela Merkel, Karch Kiraly e Luciano Spalletti.

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