Zammit
, 9 Febbraio 2024

Il caso Zammit e il rugby gallese


Dalla Nazionale di Rugby alla NFL, il percorso di Louis Rees-Zammit è simbolo della palla a ovale del Galles.

Il 2 febbraio 2024 si è alzato il sipario sulla 25° edizione del torneo rugbistico più importante in Europa, il Sei Nazioni. L’Italia ha debuttato all’Olimpico di Roma, perdendo 24-27 contro l’Inghilterra. L’allenatore degli azzurri, l’argentino Gonzalo Quesada, ha già diramato la lista dei convocati in vista dell’impegno con gli inglesi, così come gli altri head coach che si sfideranno l’un l’altro tra febbraio e marzo. Anche a distanza di oltre una settimana, e probabilmente fino alla fine del Torneo, quella destinata a creare maggior scalpore è stata la “non scelta” del CT del Galles, Warren Gatland, che non ha potuto convocare una delle sue stelle, Louis Rees-Zammit. Il classe 2001, circa mezz’ora prima della conferenza stampa nella quale Gatland ha comunicato la sua selezione per il match d'esordio contro la Scozia, ha comunicato la scelta di appendere al chiodo, all’età di 22 anni, gli scarpini rugbistici per tentare l’esperienza oltreoceano in NFL.

Per chi non lo abbia mai sentito nominare o lo abbia vagamente presente per le riprese di Full Contact, è bene sottolineare come Louis Rees-Zammit sia - o meglio, “fosse” - considerato una delle stelle nascenti della palla ovale. Dopo aver approcciato il pallone dell'imprevedibile rimbalzo in tenera età, firma il primo contratto professionistico con il Gloucester, club inglese di Premiership. Nello stesso anno dell'approdo nel campionato inglese, viene convocato per la prima volta per il 6 Nazioni, vincendo col Galles l’edizione successiva. Gli bastano 9 caps (5 mete totali) con la maglia del Gloucester per guadagnarsi la chiamata proprio di Gatland per la prestigiosa selezione dei British and Irish Lions.

Zammit non era uno qualunque: oltre a vantare 3 mete in 4 caps per i biancorossi, è diventato il terzo giocatore più veloce della storia del rugby (da quando vengono raccolti i dati in materia) toccando i 10,73 m/s (38,7 km/h!). La sua carriera, al momento, conta più di una meta ogni due partite col Galles (42 in 77 presenze, 65 da titolare), rendendolo, con i suoi 88 kg distribuiti in 191 cm di pura esplosività, un giocatore sul quale fare affidamento nonostante la giovane età.

Zammit ha rappresentato dunque una di quelle tre quarti ala davanti alla quale, una volta ricevuta palla, l’unica cosa per fermarla è correre all’indietro sperando di non essere bruciati in velocità. O pregare.

L'annuncio della decisione di Rees-Zammit spiega, attraverso le immagini e le parole dei suoi profili social, come il suo non sia necessariamente un “addio” al rugby ma un “arrivederci”. Questa sarebbe dettata dalla voglia di accrescere il proprio bagaglio tecnico e incrementare le sue qualità atletiche.

Con un successivo post, invece, comunica la sua ufficiale presenza nell’International Player Pathway Program. Questo è il progetto su scala mondiale della NFL che dà l’opportunità ad atleti non statunitensi di mettersi in mostra e di seguire uno specifico programma in modo da valutare le loro abilità. I migliori giocatori, com’è naturale immaginare, verranno contattati dai club, e Zammit non ha tergiversato nel cominciare ad allenarsi. Inoltre, ha raccontato come fin da piccolo avesse il pallino per il football americano e il suo scopo fosse quello di ricalcare le orme sportive del padre.

Rugby e football americani, fratelli o figli unici?

Zammit non è stato il primo (e probabilmente non sarà l’ultimo) a tentare di passare dal rugby al football americano. È da segnalare, però, che spesso questi giocatori sono tornati sui loro passi riprendendo l’attività lasciata in sospeso precedentemente: i casi di Alex Gray e Christian Wade hanno fatto giurisprudenza. I due, provenienti dal rugby, dopo aver constatato che il football americano non facesse al caso loro, sono stati reingaggiati rispettivamente dal Bath Rugby e dal Racing 92. Un caso curioso è invece quello di Hayden Smith, passato dal basket al rugby, dal rugby alla NFL e infine nuovamente dal NFL al rugby indossando la divisa dei Saracens.

Il motivo per cui i giocatori che passano dal rugby al football americano fanno fatica ad ambientarsi è che i due sport sono simili solo in superficie. In realtà, nonostante siano due discipline fisiche che adottano il pallone ovale, sono quasi opposti. Ovviamente l'oggetto di gioco è simile: quello da rugby è più grande, quello da football è studiato per essere più aerodinamico, ma le differenze si fermano sostanzialmente qui.

La differenza tra segnare una meta e un touchdown è che nel primo caso il giocatore deve accompagnare la palla nell’area difesa dagli avversari e schiacciarla sul terreno da gioco, mentre nel secondo può anche essere lanciata direttamente dal Wide Receiver. I due fattori che contraddistinguono maggiormente uno sport dall’altro sono sicuramente il passaggio e le modalità con le quali avviene il contatto fisico: nel rugby si può passare il pallone solo all’indietro e si può placcare solo il giocatore in possesso del pallone, mentre nel football americano si può passare anche in avanti ed affondare il tackle anche a giocatori senza palla. Sembrano piccolezze ma per giocatori che hanno giocato per anni secondo determinate regole, adattarsi nel breve periodo a tali cambiamenti è tutt’altro che banale.

Perché andare in NFL?

Ricollegandosi a Zammit, si può dire che questa sia stata un’ennesima conferma per quanto riguarda la disastrosa situazione del rugby gallese. Il caso specifico ha anche moventi economici: il giocatore più pagato a livello mondiale nel rugby è lo scozzese Finn Russell (€1.500.000 a stagione), mentre nel football americano Lamar Jackson guadagna $82 mln all’anno.

La crisi economica del rugby gallese nasce da un problema culturale. Il Foglio ha intervistato David Cornwall: al momento, rispetto a quando aveva cominciato a giocare lui (data di nascita: 1947), c’è molta più concorrenza di altri sport nei confronti del rugby. Questo problema viene amplificato dal fatto che in Galles si contano 3 milioni di abitanti. Vista la mancanza di un ricambio generazionale sostanzioso, in alcune partite giovanili, pur di far scendere in campo i ragazzi, si organizzano 13vs13 al posto dei canonici 15vs15. In aggiunta a questo, la crisi economica ha aggravato una situazione già in difficoltà. Come riportato da Il Post e Il Foglio, in Galles ci sono quattro franchigie principali: Cardiff, Scarlets, Dragons e Ospreys. Se prima della pandemia si può dire che già navigassero in cattive acque economiche, quest'ultima ha peggiorato ancor di più la situazione.

La Welsh Rugby ha chiesto un prestito al governo di 20 milioni di euro da spartire nelle quattro squadre da restituire entro 20 anni con un interesse del 10%. Questo prestito, per quanto necessario per poter iscrivere le franchigie al United Rugby Championship, ha avuto conseguenze disastrose per i loro roster. Sono stati effettuati infatti tagli agli stipendi causati dall’introduzione di un tetto salariale infinitamente inferiore ai contratti in vigore all’epoca.

Questo ha portato i giocatori gallesi in uno stato di desolazione per mancanza di prospettiva futura, per la difficoltà economica nel portare avanti le rispettive famiglie e l'assenza di garanzie in caso di infortunio.
La stampa inglese ha riportato come alcuni di loro siano caduti in stato depressivo.

Ultimo fattore da prendere in considerazione è la questione delle famose “60 caps”: dal 2017, la Welsh Rugby aveva introdotto la regola per la quale, per poter giocare all’estero e contemporaneamente in Nazionale, un giocatore avrebbe dovuto raggiungere prima le 60 presenze con quest’ultima. Se uno di essi avesse deciso di non giocare per una franchigia gallese prima di averle raggiunte, non sarebbe più stato convocabile per la Nazionale.


In quel periodo buona parte dei giocatori gallesi, per poter ricevere uno stipendio accettabile, dovevano rinunciare alla Nazionale. A febbraio 2023 la questione è rientrata parzialmente: la Welsh Rugby decide di concedere la riduzione della soglia da 60 a 25, quota ancora alta ma sicuramente un passo in avanti. L’ultimo esempio che certifica il “momento no” del rugby in Galles è da ritrovare nell’ultima edizione del 6 Nazioni disputata nel 2023. La Nazionale ha infatti minacciato uno sciopero in vista della partita contro l’Inghilterra (la più sentita da parte dei tifosi e giocatori dei Red Dragons). La motivazione è da ritrovare nel fatto che i giocatori facenti parte delle 4 franchigie non erano stati rassicurati né per quanto riguarda la certezza di ottenere un contratto nella stagione in corso né a quali cifre. L’unica sicurezza, infatti, è che se anche fossero stati messi sotto contratto, il loro stipendio sarebbe vertiginosamente calato rispetto ai precedenti.

Se non ci sono nuovi giocatori, le franchigie non crescono; queste ultime sono (come già successo) costrette a chiedere prestiti economici; per far fronte agli interessi vengono tagliati gli stipendi; i giocatori si scontentano; i giovani non sono attratti da questo sport in quanto non promette certezze. Il rugby gallese, in una frase, sta percorrendo un circolo vizioso. Purtroppo per gli appassionati di questo sport, dopo il recente caso di Louis Rees-Zammit, non solo i gallesi potrebbero decidere di scappare dalla loro terra natìa in cerca di fortuna in campionati più retribuiti (Francia e Inghilterra) rinunciando alla Nazionale, ma addirittura di cambiare sport provando la NFL. Si stenta a trovare la luce in fondo al tunnel.


  • Nato a Venezia nel 2003, studia Scienze della Comunicazione a Verona. Si è avvicinato al mondo del calcio grazie alle repliche delle partite di Serie A su Rai Sport e a quelle del PSG su Sportitalia.

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