, 8 Febbraio 2024

Il momento d'oro di Hakan Calhanoglu


Il turco è il migliore regista della Serie A, anche se lo è diventato neanche un anno fa.

Immagino che sappiate da dove voglio cominciare. A San Siro è passato da poco il 24esimo di Inter-Juventus, il derby d'Italia più teso degli ultimi anni, un sottile wormhole di ambizione che i bianconeri sono costretti a varcare per tenere aperto il campionato fino alla fine, senza regalare niente a nessuno. Hakan Calhanoglu riceve un retropassaggio banale da Barella e lo aggancia portandosi il pallone avanti con la suola.

È un controllo già di per sé ambizioso, colmo di leziosità e potenza. Poi, piegando il busto all'indietro e facendo leva sul piede sinistro, calcia un collo esterno da cui si stacca una coltellata che si inietta nelle pieghe della colonna vertebrale della Juventus e ne spezza l'equilibrio.

L'urto è così secco che in realtà Calhanoglu avrebbe potuto fiondare il lancio diagonale per Dimarco con una cerbottana invisibile, e non ce ne saremmo comunque accorti. La perfetta fotografia del segreto che il turco nasconde nel destro, una facilità di calcio – nel puro e sensuale atto di colpire la palla bene, con violenza e sensualità mischiate sulla tela – dalle tracce animalesche.

Nessun giocatore oggi rappresenta meglio l'anima fluida dell'Inter di Simone Inzaghi come il suo regista. È Calhanoglu il custode dell'ordine della ragione quando la squadra si spezza in verticale per allungare il campo e mangiarselo in transizione. Chi lo avrebbe mai detto fino a un anno fa?

«Milano per me è stata la sete in mezzo al Sahara» canta Jake La Furia nell'ultimo album dei Club Dogo, ed è impossibile slegare questa barra piena di nostalgia per la fame degli inizi dalla parabola calcistica di Hakan Calhanoglu. Arrivato a Milano come trequartista fumoso – specializzato in fucilate calciate da lontanissimo e poco altro – ed evolutosi in giocatore totale dopo lunghi momenti di sacrificio, di difficoltà tattiche e interpretative.

E, dopo anni di sostanziale inconcludenza, mentre lui sceglieva di rimanere a Milano cambiando il colore di una delle strisce della maglietta, i tifosi del Milan hanno fatto in tempo a festeggiare uno Scudetto sulla sua pelle; hanno finito per ergerlo a nemico pubblico. Per dirla con Ibrahimovic sul pullman rossonero durante la festa di maggio 2022: «Calhanoglu figlio di puttana».

È facile rintracciare queste e ulteriori storie nella storia che ha portato Calhanoglu ad affermarsi come cardine di questa Inter dominante: il problema cardiaco di Christian Eriksen a Euro 2020, le sue richieste di ingaggio fuori portata per il Milan e gli altri club interessati a lui.

Nello scontro diretto di domenica scorsa l'Inter si è appoggiata a Calhanoglu per sventagliare il pallone da angolo ad angolo, manipolando la difesa serrata della Juventus. È noto che i due difensori laterali, quelli che di solito chiamiamo "braccetti", abbiano nel sistema di Inzaghi responsabilità costruttive cruciali: a sinistra Alessandro Bastoni, che spesso giunge in posizione di mezzala per connettersi con Mkhitaryian e Dimarco, ma soprattutto a destra Benjamin Pavard, vero ago della bilancia degli equilibri della partita.

Per fargli arrivare il pallone con il timing giusto e cercare la superiorità numerica nelle catene laterali contro il blocco basso juventino – baricentro di 42.9 in fase di non possesso – è stata essenziale la capacità di Calhanoglu di far correre il pallone secondo binari prestabiliti tatticamente.

In fase di possesso possiamo vederlo abbassarsi al fianco di Acerbi, per essere ancora più coinvolto nel gioco. Contro la Juventus lo abbiamo visto dominare il possesso, e lo certifica il dato nei passaggi: Calhanoglu ne ha completati 100 su 106, il 94%. Ha 12 lanci lungi – di cui 9 precisi – e tentato due tiri da fuori.

In questo caso, ad esempio, Calhanoglu sfugge al pressing di Vlahovic e Yildiz posizionandosi da difensore centrale al fianco di Acerbi. Ancora una volta la fluidità dell'Inter: Darmian e Dimarco sembrano terzini di una difesa a quattro, mentre Bastoni e Pavard attaccano l'area come mezzeali.

Calhanoglu che smista e apre la luce su porzioni di campo inesplorate per l'Inter, abbassandosi sulla linea dei difensori o posizionandosi dietro la prima linea di pressione avversaria. Calhanoglu che pur non essendo il mediano più elegante o "classico" del mondo è ormai nel breve inventario dei migliori di cui parlava con narcisismo – tra l'ironia generale in una intervista a Gazzetta.

Altri centrocampisti raffinati si sono trasformati in registi grazie alla pazienza artigianale dei loro allenatori. La veste che Inzaghi ha cucito sulle qualità di Calhanoglu, però, splende ulteriormente: e non solo per la recente prestazione contro la Juventus o per i 9 gol segnati in campionato in questa stagione – con cui il turco ha eguagliato il record personale della stagione 2019/20 (7 di questi sono rigori ma, come si dice, vanno pur sempre segnati, e strappati a Lautaro).

Calhanoglu interpreta il ruolo di "metodista" esaltando le sue peculiarità e la tensione verticale che portava all'arrivo al Milan sette anni fa. È il primo appoggio nella costruzione dell'Inter, ma si muove per tutto il campo: appoggia e attacca la linea di pressione avversaria, posizionandosi alle sue spalle; conduce il pallone fino alla trequarti; anche se gioca da centrale non gli è proibito inserirsi a rimorchio, come ha fatto nel gol al Monza di qualche settimana fa.

«Quando l'ho visto giocare per la prima volta ho pensato: "Questo è fortissimo". Era al Milan e giocava esterno d'attacco» ha detto Inzaghi prima di Juventus-Inter, scontro diretto dell'andata. «Col tempo è diventato mezzala e poi, con l'infortunio di Brozovic, play. Adesso gli piace giocare lì».

La prima partita giocata da regista, contro il Barcellona a ottobre del 2022, decisa proprio da un tiro dalla distanza di Calhanoglu, fu la pietra angolare per la costruzione dell'Inter attuale.

La sua heatmap stagionale, fornita da Sofascore, potrebbe essere sovrapposta a quella di una mezzala box to box – e nessun altro regista nel panorama europeo, forse a eccezione di Rodri, ha compiti così fluidi e variopinti in campo.

Tutti questi layer di complessità se possibile aumentano il piacere che reca la pulizia di calcio di Hakan Calhanoglu, le sue bordate da fuori area raccattate nella spazzatura e nel caos dei 25 metri, quando meno te l'aspetti.

Ci ha provato anche domenica scorsa, al 57', quando una rimessa laterale di Darmian respinta da Bremer è diventata un assist per lo stop di petto di Calhanoglu e un tiro di collo pieno dritto per dritto che ha bucato il palo alla sinistra di Szczesny. (E anche sei minuti dopo, con una conduzione orizzontale sulla trequarti prima di tirare a giro, la palla si è spenta di poco alta).

Oggi Calhanoglu compie 30 anni ed è pronto a cercare l'affermazione anche in Europa: tra poco più di un mese, il 13 marzo, l'Inter affronterà negli ottavi di Champions League l'Atletico Madrid. Quale palcoscenico migliore per certificare il suo status? È dalla finale di Istanbul persa contro il Manchester City che è cominciato il percorso di ritrovata grandezza dell'Inter. In Italia è complesso per tutti arginare una quantità di talento così ingente, soprattutto se modellata con questa accuratezza da un allenatore che è cresciuto insieme alla squadra.

Il grande capolavoro di Simone Inzaghi, però, resta la nuova vita di Hakan Calhanoglu, guidato attraverso la ripetitività quasi ossessiva delle uscite codificate dell'Inter in un centrocampista non più così creativo – forse il vero grande limite del turco – ma in un esecutore dei dogmi nerazzurri, la voce in campo dell'allenatore, il suo discepolo più fidato.

I versi di Jake La Furia che ho citato prima continuano così: «Non si cambia per rimanere / per nessuno, per nessuna / per fortuna». Stavolta, però, i piani narrativi non seguono lo stesso filo: per l'Inter, dal canto suo, Calhanoglu ha cambiato pelle, visione del gioco. È difficile non aggiungere: e menomale.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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