Coppa d'Africa
, 8 Febbraio 2024

La Coppa d’Africa è stata l’ennesimo esempio di sportwashing?


Spoiler: sì, soprattutto per il suo sponsor principale, TotalEnergies.

“Non c’è calcio in un continente morto”. Si chiude con questa frase la campagna realizzata da Greenpeace Africa e Kick Polluters Out - un movimento di creator e attivisti che lotta contro lo sportwashing delle grandi multinazionali dell’inquinamento - con l’obiettivo di chiedere l’esclusione di TotalEnergies dalla Coppa d'Africa, di cui la compagnia francese è title sponsor.

“In Africa, il calcio è più di una semplice attività fisica. È uno sport che ha, per molti, un significato sociale, emotivo e culturale. Trascende le differenze culturali e le barriere linguistiche, unisce le persone e alimenta la solidarietà. Il calcio è anche fonte di intrattenimento per le persone in Africa, senza parlare del suo ruolo nel promuovere l’espressione delle culture." Il coinvolgimento di TotalEnergies nella Coppa d'Africa 2023, tuttavia, è tutto quello che il calcio africano non è. Nulla a che vedere con il calcio e tutto a che vedere con il distogliere l’attenzione dai danni ambientali a cui stanno assoggettando il pianeta e da cui stanno traendo profitto” - si legge nel documento pubblicato da Greenpeace immediatamente prima dell’inizio della Coppa d'Africa.

Quest’ultima accusa TotalEnergies di ignorare le comunità africane e i loro mezzi di sussistenza in quattro diversi aspetti: mette in pericolo le fonti d’acqua dell’Africa (su tutte il lago Vittoria e il delta del fiume Niger); rende il continente sempre più dipendente dai combustibili fossili (il 90% dei guadagni verrà reinvestito nell’estrazione di altro combustibile fossile; non rispetta i diritti umani e l’ambiente; provoca, così facendo, la perdita di vite umane.

Per diffondere la propria campagna, Greenpeace e Kick Polluters Out si sono serviti di due video, lanciati su tutti i propri canali. Il primo è un videoclip musicale, in cui il duo hip-hop senegalese Journal Rappé e il rapper ivoriano Defty inscenano, nella loro canzone, una trasmissione televisiva che presenta una partita di calcio fra la Oil United, che rappresenta le multinazionali del settore petrolifero che sfruttano e inquinano il continente, e la Team Verte, letteralmente la “squadra verde”, che rappresenta gli ecologisti e i difensori dei diritti umani in Africa. I tre rapper fanno uso di un interessante gioco di parole in francese, “Totalement”, che riprende il nome della compagnia energetica, nel raccontarne gli abusi nel continente africano.

Nel videoclip appare anche uno spezzone di un altro video pubblicato il giorno seguente, in cui l’attore, regista e produttore britannico Jolyon Rubinstein e il comico zimbabwese Munashe Chirisa vestono i panni di due manager di Total e ne descrivono, in maniera caricaturale, i progetti in Africa e i motivi per cui la compagnia sponsorizza la massima competizione per nazionali del continente.

Come si è arrivati fin qui?

Per capire bene le accuse di Greenpeace, all’apparenza molto generiche, occorre fare alcuni passi indietro. TotalEnergies è una compagnia energetica francese nata nel 1924 come Compagnie Française des Pétroles e divenuta Total solo nel 1954 dopo il raggruppamento di alcuni marchi preesistenti. Nel 2021, a seguito dell’annuncio di di voler fare la propria parte nella transizione dai combustibili fossili alle energie rinnovabili, ha effettuato un pesante rebranding e cambiato il proprio nome in TotalEnergies.

Negli ultimi anni, Total ha incrementato parecchio la sua presenza nel mondo dello sport, con sponsorizzazioni nel badminton, nel ciclismo, nella Formula E, nella Moto GP, nella Superbike e nel rugby. Nel 2016 ha firmato un accordo di otto anni con la CAF (la confederazione calcistica africana) per ottenere i diritti di title sponsor di tutte le principali competizioni calcistiche del continente, fra cui appunto la Coppa delle Nazioni Africane, nota ufficialmente come TotalEnergies CAF Cup of Nations. È l’unica competizione per nazionali a portare il nome del proprio sponsor principale.

Il giornalista del Guardian David Goldblatt ha fatto notare come in questo sodalizio ci sia della macabra ironia. Vi siete mai chiesti perché la Coppa d'Africa di Costa d’Avorio 2023 si stia tenendo nel 2024? Per oltre mezzo secolo, la Coppa d’Africa si è giocata fra gennaio e febbraio. Quest’ultima edizione, invece, per accontentare i club europei, che ogni due anni sono privati dei loro giocatori africani per un mese, si sarebbe dovuta giocare a luglio 2023. Questo, però, non è stato possibile perché la nostra estate coincide con la stagione delle piogge in Costa d’Avorio, stagione che, negli ultimi anni, è diventata sempre più estrema, provocando diverse alluvioni (che, nel solo 2023, hanno provocato la morte di cinque persone) e rendendo le condizioni impraticabili per ospitare un torneo di calcio.

Quindi, si è dovuto posticipare la Coppa d'Africa a gennaio 2024. La principale causa delle alluvioni è il surriscaldamento globale e la conseguente crisi climatica. La principale causa del surriscaldamento globale è chiaramente l’inquinamento prodotto dalle energie fossili di cui TotalEnergies è uno dei maggiori produttori e trae buona parte dei propri utili proprio dal continente africano. In pratica, l’Africa non ha potuto sottomettersi alle ingerenze calcistiche dell’Europa, proprio a causa delle ingerenze economico-ambientali dell’Europa stessa.

Nello specifico, TotalEnergies ha attivi progetti in Sudafrica, Uganda, Tanzania, Nigeria, Congo e Angola, slegati dalla sola Coppa d'Africa. Di questi, nonostante gli annunci di cui si parlava poco fa, solo uno riguarda le energie rinnovabili, ed è situato in Sudafrica (che guarda caso è anche il paese con il PIL più alto del continente).

Solo nell’ultimo ventennio, la compagnia francese ha dovuto far fronte ad accuse provenienti da tutto il mondo - fra le quali ricordiamo: corruzione in Iraq e in Basilicata; complicità con la giunta militare della Birmania - accusata di crimini contro l’umanità - e con il Cremlino - accusato di crimini di guerra - per aver fornito rifornimenti ai jet russi durante l’invasione ucraina; deforestazione in Indonesia e mancata vigilanza sui diritti umani in Yemen. Nel continente africano, invece, sono principalmente due i progetti di estrazione finiti nel mirino di ONG e tribunali: Tilenga & EACOPin Uganda e Tanzania e Mozambique LNG project, nel nord della costa del Mozambico.

Il disastro umano e ambientale in Uganda e Tanzania

I giacimenti di petrolio in Uganda furono scoperti nei primi anni duemila e testati con successo dalla compagnia britannica Tullow Oil, che nel 2020 ha ceduto le proprie quote alla francese Total e alla China National Offshore Oil Corporation. Il progetto di estrazione, denominato Tilenga, consiste in oltre quattrocento pozzi, di cui centotrenta sono situati all’interno del parco nazionale Murchison Falls, habitat di più di 500 specie di uccelli, diverse specie di antilopi, giraffe, elefanti, iene, leoni, scimpanzé, bufali, ippopotami e facoceri. La sua produzione si stima in oltre 190 mila barili di petrolio al giorno, la cui estrazione è iniziata a giugno 2023.

Nel 2017 si è iniziato a progettare anche la costruzione della East African Crude Oil Pipeline (EACOP), che trasporterà il petrolio estratto a Tilenga per oltre 1400 km, fino alle coste della Tanzania, da dove potrà poi essere esportato in tutto il mondo. L’oleodotto attraverserà il Lago Vittoria, dalle cui acque si stima che dipendano 40 milioni di persone. La sua costruzione coinvolgerà due paesi governati da regimi totalitari, dove la terra è di proprietà dello Stato (sarebbe infatti potuto passare anche dal Kenya, ma qui, essendo la terra considerata proprietà privata, è molto più caro acquisirla). Si tratta di un progetto da 10 miliardi di dollari, per il quale l’accordo definitivo tra Total, Uganda e Tanzania è stato firmato nel 2020, ma la costruzione dell’oleodotto ha continuato a slittare, con l’approvazione definitiva del governo ugandese (sollecitata anche da una lettera di Macron) che è arrivata solo nel gennaio 2023. Lo scorso 31 dicembre è stato annunciato l’arrivo in Tanzania del materiale per la costruzione dei primi 100 km.

Riguardo ai due progetti, Total afferma che sono stati presi in considerazione i rischi sociali e ambientali, ascoltate oltre 70 mila persone, iniziate discussioni con le ONG e che il tutto verrà svolto nel totale rispetto dei diritti umani. Oltre a ciò, Total prevede di implementare programmi per generare un impatto positivo sulla biodiversità delle aree coinvolte, aumentando il numero di rangers nel parco naturale di Murchison Falls e reintroducendo il rinoceronte nero in Uganda, in collaborazione con la Uganda Wildlife Authority. Verranno infine prodotti 80 mila nuovi posti di lavoro. Per diverse ong presenti sul territorio, però, l’impegno di TotalEnergies nel rispettare le popolazioni e la natura di quelle aree è tutt’altro che soddisfacente.

Les Amis de la Terre, ad esempio, denuncia l’estradizione di circa 100 mila persone dalle proprie terre in Uganda e Tanzania, terre cedute sotto pressioni e senza aver ricevuto adeguato compenso, quando è stato ricevuto. I due governi si sarebbero inoltre resi protagonisti dell’arresto arbitrario di giornalisti e attivisti e dell’altrettanto arbitrario scioglimento di diverse organizzazioni non governative locali.

Dal punto di vista ambientale, invece, secondo la ONG francese, Total è colpevole di non aver pubblicato un adeguato piano di gestione dei rischi di perdite di petrolio; dell’attraversamento di foreste e zone umide, partecipando alla deforestazione e alla distruzione della biodiversità e dei mezzi di sostentamento delle popolazioni locali; della violazione di un’area marina protetta, il parco marino di Coelacanthe, al largo della Tanzania, attraverso la costruzione di un molo di oltre due kilometri per le petroliere; e della produzione di 34 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, più delle emissioni di Uganda e Tanzania messe insieme. Tra l’altro, nei propri studi, TotalEnergies avrebbe ignorato volontariamente la maggior parte delle emissioni di CO2 prodotte dall’EACOP, considerando solo una piccola parte di quelle causate durante la costruzione e dall’utilizzo dell’oleodotto e non considerando quelle legate al trasporto marittimo, alla raffineria e all’utilizzo stesso del petrolio estratto, sottostimando così il suo impatto ambientale del 98%.

Questo ha spinto Les Amis de la Terre ad unirsi ad altre ONG francesi e ugandesi per fare causa a TotalEnergies nel 2019, con l’accusa di non aver rispettato la legge francese sul dovere di vigilanza - legge che prevede che le multinazionali con sede in Francia siano obbligate a pubblicare un piano di vigilanza sui rischi sociali, ambientali e di governance legati alle loro operazioni, a quelle delle loro società figlie e delle subappaltatrici, di cui sono responsabili davanti ai tribunali francesi, e che fu definitivamente approvata nel 2017 dopo un iter legislativo iniziato nel 2013 con il crollo del Rana Plaza in Bangladesh, nel quale persero la vita più di mille operai impiegati nella realizzazione di capi d’abbigliamento per conto di diverse imprese del prêt-à-porter. Lo scorso 28 febbraio il tribunale giudiziario di Parigi ha giudicato inammissibile la richiesta delle ONG di far sospendere i lavori. Il giudice, però, si è poi rivelato essere il cugino di un importante manager di TotalEnergies.

A questa causa, nel 2020 se n’è aggiunta un’altra, portata avanti da un numero ben più consistente di entità sociali e politiche, fra cui i comuni di New York e Parigi (il sindaco della capitale francese, Anne Hidalgo, un anno prima aveva convinto l’azienda francese a rinunciare a sponsorizzare le Olimpiadi del 2024 proprio per evitare un altro caso di sportwashing). Le accuse, questa volta, sono di “climaticidio” e mancato rispetto degli accordi di Parigi in cui, nel 2015, gli stati membri delle Nazioni Unite si impegnavano a mantenere sotto gli 1,5 gradi centigradi il surriscaldamento medio globale. Sentenze importanti del tribunale di Parigi sono attese in questo 2024.

Se dal punto di vista legale TotalEnergies non ha ancora subito alcun danno dalle azioni di queste ONG, le loro continue accuse hanno montato un caso mediatico attorno ai progetti Tilenga ed EACOP, che nel 2021 ha portato oltre 260 organizzazioni di tutto il mondo a unirsi nella campagna globale Stop EACOP. Questa ha convinto ventisette banche e ventidue compagnie assicurative coinvolte a chiamarsi fuori dal progetto. Ad oggi le banche che supportano attivamente l’Eacop sono rimaste due: la sudafricana Standard Bank e la Industrial and Commercial Bank of China.

Ribellioni e militarizzazione di Cabo Delgado

La provincia di Cabo Delgado si trova nel nord della costa del Mozambico, al confine con la Tanzania. Come si collega alla Coppa d'Africa un'area che viene descritta da Medici senza frontiere come povera e trascurata? Nonostante le ingenti risorse naturali, come gas, rubini, petrolio e oro, a prosperare sono le attività illegali come spaccio di droga e contrabbando di avorio. Le condizioni sanitarie sono le peggiori di tutto il Mozambico, che già ha indicatori particolarmente bassi. Proliferano malaria, malnutrizione, malattie respiratorie e mortalità infantile. Qui, nel 2010 venne scoperto dalla compagnia texana Anadarko uno dei più importanti giacimenti di gas naturale al mondo, che attirò da subito l’interesse di diverse compagnie energetiche come Shell, BP e la nostra Eni. Sono stati pianificati in quest’area due importanti progetti di estrazione di gas naturale, la maggioranza di uno dei quali, denominato LNG Mozambique Project, nel 2019 è passato da Anadarko a Total per un investimento da 20 miliardi di dollari.

Già nel 2014, Al Jazeera aveva documentato come una delle più grandi fonti di denaro al mondo non avesse, di fatto, ancora portato alcun beneficio all’economia locale. Un’inchiesta successiva sempre di Al Jazeera riportava che molte famiglie sono state costrette a trasferirsi altrove per permettere alle compagnie energetiche di installarsi nella zona. Ci sono lamentele di ricompense inadeguate, mentre alcuni ricollocamenti sono stati effettuati nelle terre di altre comunità, causando conflitti. In altri casi ancora, famiglie che basavano il proprio sostentamento sulla pesca, sono state ricollocate nell’entroterra a 20 km dalla costa, privandole dell’unico metodo di sostentamento che conoscevano. Quelli che sono rimasti sulla costa hanno visto ridursi consistentemente il pescato.

Giacimenti di idrocarburi e insurrezioni armate nella regione di Cabo Delgado
Giacimenti di idrocarburi e insurrezioni armate nella regione di Cabo Delgado (Fonte: Global Oil & Gas Exit List)

Inoltre, a soli 8 km dalle perforazioni è situata una riserva della biosfera UNESCO, l’arcipelago delle Quirimbas. Composto da 11 isole, ospita tremila specie floreali, di cui mille endemiche, 23 specie di rettili, 447 specie di uccelli, 46 specie di mammiferi terrestri (fra cui quattro dei big five: elefante, leone, bufalo e leopardo). L’habitat marino accoglie 52 specie di coralli, 140 specie di molluschi, otto specie di mammiferi marini e cinque specie di tartarughe marine, tutte a rischio estinzione.

La situazione è però diventata disastrosa, per tutti, a partire dal 2017, quando sono iniziati gli attacchi terroristici di gruppi di ribelli jihadisti che fanno dei punti cardine della loro protesta il fondamentalismo religioso e la lotta contro la corruzione del mondo occidentale e dei governi africani amici dell’occidente. Una delle cause scatenanti, anche se non la sola, è stata chiaramente la presenza delle multinazionali dell’energia. Anche ISIS e Al Shabab (un gruppo terroristico locale, solo omonimo di quello presente in Somalia), hanno rivendicato diversi attentati. Un rapporto delle Nazioni Unite ha denunciato rapimenti, decapitazioni, mutilazioni, torture, raccolti distrutti e villaggi bruciati. Si stima che il conflitto abbia causato quasi 5000 morti e circa 850 mila sfollati. Una parte di loro si è diretta a sud di Cabo Delgado, mentre altri hanno raggiunto le province di Nampula e Nyasa, a volte percorrendo a piedi addirittura 700 km. Qui i centri d’accoglienza hanno posti molto limitati e molte persone sono costrette a vivere per strada o nella boscaglia.

Le due principali multinazionali coinvolte, Total ed Exxon, hanno chiesto al governo del Mozambico l’invio di truppe - fra cui sono stati impiegati mercenari della Brigata Wagner e truppe dell’esercito del Rwanda (dove è in atto una delle più efferate dittature al mondo) - in difesa dei giacimenti di gas. In seguito, la regione è stata militarizzata. L’ONG Justiça Ambiental sostiene che i militari abbiano sfruttato la scusa della ribellione jihadista per perseguire i leader delle comunità locali, giornalisti e attivisti (la stessa ONG ha dovuto abbandonare la zona nel 2020), per imporre coprifuochi arbitrari, intimidire i civili e reclutare forzatamente i giovani. Sono anche stati alimentati sospetti che ci sia un legame fra gli attacchi e la presenza delle compagnie energetiche nella zona, dal momento che i bersagli sono spesso le comunità che hanno rifiutato di andarsene e non invece le infrastrutture delle compagnie energetiche stesse. Sempre secondo Justiça Ambiental, nei primi tre anni di conflitto si è registrato un solo attacco a queste ultime.

Ad aprile 2021, dopo la presa, da parte dei ribelli, della città di Palma, la più vicina al sito di estrazione, TotalEnergies si è temporaneamente ritirata dal progetto, dichiarando stato di forza maggiore. Pochi mesi dopo il governo è riuscito a ristabilire l’ordine e lo scorso settembre il presidente del Mozambico Filipe Nyusi aveva annunciato che la situazione era propizia per la ripresa dei lavori, appello raccolto poche settimane dopo dall’AD di TotalEnergies Patrick Pouyanné dichiarando che l’azienda stava valutando di riprendere i lavori entro il 31 dicembre, con l’obiettivo di rendere operativo l’impianto nel 2028. Tutto questo, dopo aver commissionato un rapporto sui diritti umani nell’area di Cabo Delgado (situazione che veniva definita migliorata) a Jean-Cristophe Rufin, presidente di Azione Contro la Fame e l’istituzione di una fondazione per lo sviluppo socio-economico di Cabo Delgado.

La notizia della possibile ripresa dei lavori ha spinto 120 ONG a scrivere una lettera congiunta agli istituti di credito che finanziano il progetto per chiedere loro di ritirarsi, come successo con l'EACOP. Ammettendo che la situazione è di gran lunga migliorata, sostengono che il conflitto sia ancora latente e che le bande siano ancora presenti nella zona, il che porterebbe, essendo state le compagnie energetiche, loro malgrado, una delle sue cause scatenanti, a una nuova ondata di violenza. Total resta prudente e vuole valutare la ripresa nei minimi dettagli per non essere costretta ad abbandonare una seconda volta. Ad oggi, i lavori non sono ancora ripresi.

Quindi, perché TotalEnergies sponsorizza la Coppa d’Africa?

Ci perdoneranno i lettori, ma trovare una risposta univoca a questa domanda è molto complicato. Per l’AD francese Pouyanné: “L’Africa è parte integrale del DNA di TotalEnergies. Con quest’impegno, rafforziamo i nostri legami con stakeholders e clienti attraverso competizioni popolari e festose che generano sempre grande entusiasmo”.

Per Greenpeace, invece, la Coppa d’Africa è la terza competizione per nazionali più vista al mondo e rappresenta un’opportunità per TotalEnergies per dare l’immagine di un’azienda che ha a cuore il continente africano e la sua cultura e per piazzare il proprio logo e il proprio (nuovo) nome ovunque, sfruttando la visibilità del calcio africano per aumentare la propria awareness in tutto il mondo. Il tutto lasciando che ci si concentri sul calcio e distogliendo l’attenzione dai propri abusi nel continente.

Neanche questa spiegazione, però, convince al 100%. In un mondo sempre più vigile, oggi sponsorizzare o ospitare una competizione calcistica (ancor più che sportiva) può rappresentare un boomerang pericoloso se non si è davvero perfetti. Basti pensare al polverone causato dal Qatar nel 2022. Inoltre, ad essere vigili, non sono più solo le ONG, ma anche le persone stesse, che chiedono sempre più trasparenza alle aziende. Insomma, la visibilità del calcio rischia di diventare più un’occasione per denunciare e far conoscere eventuali abusi, piuttosto che per nasconderli e ripulirsi l’immagine. E allora perché scommettere sul calcio e sullo sport? Per rispondere potremmo prendere in prestito le parole del principe saudita Bin Salman, in un’intervista rilasciata lo scorso 20 settembre a Fox News: “Se lo sportwashing incrementerà il mio PIL dell’1%, allora continuerò a fare sportwashing. Punto ad un ulteriore 1,5%. Chiamatelo come volete, otterrò quell’1,5%”.

Nel frattempo, l’edizione della Coppa d'Africa 2025 ospitata dal Marocco avrebbe dovuto essere l’ultima dell’accordo da (si stima) 250 milioni di dollari fra CAF e TotalEnergies. Sarebbe stato uno scenario perfetto per chiudere in bellezza: una competizione con il nome di una compagnia energetica che ha intenzione di spostarsi sulle rinnovabili, ospitata da uno dei paesi leader negli investimenti sulle energie rinnovabili. Invece, sembra proprio che anche l’edizione del 2027 si chiamerà TotalEnergies CAF Africa Cup of Nations e sapete dove si terrà? In Kenya, Uganda e Tanzania, proprio quell’area che sta ospitando la costruzione dell’EACOP, fra la devastazione di territori e popolazioni, che nel 2027, secondo i piani di TotalEnergies, sarà già operativa da due anni.

Quindi, per la prima volta, la compagnia francese non finanzierà la Coppa d’Africa solo direttamente, tramite la propria sponsorizzazione, ma anche indirettamente. Il 20% totale del progetto è infatti di proprietà dei due paesi che ne hanno approvato la realizzazione (15% Uganda e 5% Tanzania) e, con ogni probabilità, una buona parte dei soldi guadagnati serviranno per la costruzione di stadi all’avanguardia che ospiteranno partite di calcio spumeggianti con i banner di Total Energies sempre sullo sfondo. Insomma, Total dimostrerà ancora una volta quanto ci tiene all’Africa, regalando alle martoriate popolazioni di Uganda e Tanzania il sogno di ospitare la competizione sportiva più importante del continente. Il tutto, ovviamente, a loro spese.


  • Un altro ragazzo col vizio dell’overthinking e la passione per i mediani intelligenti e i mezzi trequartisti inconcludenti.

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