
Come si vive il calcio a Madrid?
Viaggio nella capitale spagnola e nella sua diversità culturale e calcistica.
Vedere e vivere in tre giorni tutto ciò che Madrid offre è impresa pressoché impossibile. Ma l’occasione che ho avuto a disposizione, andando a trovare il mio amico Vieri che studia lì in Erasmus da mesi, era troppo ghiotta per non essere colta. Essere immersi nella vitalità di questa metropoli, anche solo per qualche ora, è un’esperienza che amplia fortemente la propria percezione di cosa è Madrid. Di quanto è grande Madrid.
Girare l’angolo significa immergersi in un nuovo lato della città tutto da scoprire. Dal Palacio Real alla Gran Via, da Plaza Mayor ai larghi viali di Parque del Retiro, il centro abbraccia i passanti con l’elegante nobiltà che lo contraddistingue. Una grandeza avvolta da un verde insolito per un perimetro urbano così esteso, tanti alberi e parchi cittadini. Gli enormi palazzi con le insegne pubblicitarie illuminate, come il celebre Edificio Carrion con la scritta Schweppes all’altezza della fermata Callao, ma anche i tanti presenti in Puerta del Sol, ricordano qualche grattacielo statunitense. Dalla terrazza aperta di Plaza de la Armeria c’è un bellissimo panorama di Parque del Oeste e del quartiere Latina, che appunto sembra un dono consegnato direttamente dal Sudamerica. C’è anche tanto di italiano, a partire dal continuo saliscendi e dall’architettura più nascosta dei vicoli stretti. E poi i ristoranti, le innumerevoli birrerie, i negozi. Da tutto il mondo.
Insomma, Madrid è grande, grandissima. Ma, soprattutto, è un melting pot: un incastro evidente di continui contrasti culturali.
Il luogo che più rappresenta l’unione delle tante anime della città è sotto terra: la metropolitana, la terza più estesa d’Europa, ricopre tutto il territorio cittadino. Ogni fermata ha una storia da raccontare, dalla musica classica in sottofondo a Opera fino all’arcobaleno di Chueca, il vivace quartiere gay friendly del centro. Le stazioni sono veri e propri punti d’interesse pieni di indizi, come se facessero da anteprima a quanto si potrà vedere una volta usciti. Proprio da qui, da due fermate della metropolitana, parte la storia che racconta la varietà culturale della città attraverso uno dei suoi contrasti più estremi.
Línea 10, fermata Santiago Bernabéu. Línea 1, fermata Portazgo.
Ogni discorso fatto fin qui vale anche, e soprattutto, per chi è appassionato di calcio. Uno dei motivi principali che mi hanno spinto a visitare Madrid è proprio capire come questo sport vive in una città che, per storia e diversità interna, non ha eguali al mondo. A questa ricerca ho dedicato un intero pomeriggio, avendo già impressi in mente i due luoghi del ‘pellegrinaggio’.
Il Fútbol si respira ovunque, anche senza cercarlo: è uno dei cuori pulsanti della città. Ci sono store di qualunque tipo, dedicati a Real, Atletico e addirittura Barcellona. Un’esperienza consigliata è immergersi nei negozi ‘di nicchia’: il centro è pieno di angoli che contengono maglie da calcio, pantaloncini, vessilli, libri, testimonianze storiche di qualunque tipo legate al mondo del pallone. Già questo potrebbe bastare per vivere un viaggio estremamente intenso nel sentimentalismo calcistico.
Senza girarci troppo intorno, c’è però una tappa imperdibile per qualunque categoria di appassionato. Estadio Santiago Bernabéu, la casa del Real Madrid. Un tipo di grandezza incomprensibile finché non si è a pochi chilometri di distanza. Sfortuna vuole che quel giorno il Real giocherà in Arabia Saudita, nel derby contro l’Atletico in semifinale di Supercoppa di Spagna (poi vinto 5-3). Il che acuisce ulteriormente il distacco tra l’esperienza del turista e quella di tifoso, rendendo ancora più difficile l’immersione nel contesto.
Il tour del Bernabéu costa 28€ e prevede la visita al museo dei Blancos e un giro all’interno dello stadio, precisamente sulle tribune. I biglietti sono acquistabili online, ma facilmente reperibili anche alla cassa accanto alla fermata della metropolitana, senza però la possibilità di pagare in contanti (sappiatelo, nel caso). Come detto, la stazione ha il nome dedicato allo stadio e non potrebbe essere altrimenti. La linea è la 10, direzione Puerta del Sur dal centro cittadino. Le scale che portano fuori dalla fermata, che si trova su Paseo de la Castellana, non danno subito sull’impianto: solo girandosi si può ammirare per la prima volta il gigante e rinnovato Santiago Bernabéu. Potrebbe fare strano vederlo adesso, perché i lavori in corso inquinano la bellezza del paesaggio urbano. La particolarità dello stadio sta anche nel contesto in cui è immerso, e cioè in mezzo al regolare scorrere della città, in uno dei suoi punti nevralgici. Non segue, insomma, il moderno schema del grande stadio in periferia, come nel caso del Wanda Metropolitano.

Un impianto impeccabile, a cominciare dal suo personale benvenuto, dato dalla nuova copertura grigia, involucro delle tribune. Qui si riscoprono tanti piccoli frame, anche il logo del Real Madrid (che qui è ovunque) sembra diverso, così grande accanto alla scritta ‘Tienda’. Stupisce l’improvvisa vivacità del blu a contrasto con un bianco mai stato così nobile, accompagnato dal regale giallo oro e dalla corona, segno che fa percepire di non essere un luogo qualunque. Per il tour si entra dal centro della Lateral Oeste, nella parte più alta del secondo anello dello stadio. Il percorso è indicato chiaramente, anche perché ogni altra direzione è chiusa per il prosieguo dei lavori. Salire con le scale mobili prelude a un’esperienza da enorme centro commerciale, soprattutto per chi è abituato da una vita alle elicoidali in Curva Fiesole e ai settori ospiti degli stadi italiani, ben lontani da questo lusso. In effetti non sembrava di essere in uno stadio.
Il museo è meno grande di quanto ci si possa aspettare, concentrato in poche sale. Questo ambiente genera un impatto emotivo ancor più intenso e ravvicinato con la bacheca più ricca del mondo. Il plastico del nuovo Bernabéu, con video allegato, presenta il futuro di un club che non accenna a destinare ai ricordi la sua superiorità globale, bensì a consolidarla giorno per giorno. Poi i campionati vinti, i trofei nazionali e continentali “minori”, i titoli della selezione di basket, i Palloni d’Oro. Il tutto accompagnato da un muro, a fianco, che funge da linea del tempo con le date più importanti della storia del Real.
L’interminabile fila delle quattordici Coppe dei Campioni e Champions League, con accanto i maggiori titoli europei della pallacanestro, è l’ultimo colpo d’occhio del museo. Nessun altro luogo può offrire simile spettacolo ed è facile, quando ci si rende realmente conto di dove ci si trova, incappare nella Sindrome di Stendhal. È facile provare un senso di malessere, quasi inspiegabile, scaturito dal senso di non abitudine che porta a domandarsi se tutto ciò possa essere vero.

Infine, l’ingresso sulle tribune dello stadio. Sicuramente l’esperienza più strana. Per il mio amico Vieri era la terza volta, ci ha visto anche una partita all’interno, era un po’ più abituato. E, soprattutto, lui ha visto il campo da gioco. Io no. Tra i lavori ancora da ultimare, c’è la definitiva installazione di quattro possibili piani sui quali poggiare il prato verde, un’innovazione rarissima al mondo. E vedere una gigantesca asse di legno, con gru e operai sia lì in mezzo che sugli spalti, credo abbia ristretto non poco il campo visivo. Improvvisamente, il largo Bernabeu come appare da casa è sembrato così raccolto, con le tribune molto vicine tra loro. Sensazione confermata da chi ha assistito alle partite. Sensazione che avrei voluto provare.
Il ricordo più intenso è l’uscita dallo stadio, con 10 minuti di pensieri tartassanti: “Ma com’è possibile tutta questa grandezza?”. Anche la sciarpa presa allo store ufficiale e poi aggiunta alla collezione a casa sembra svettare tra le altre, con quello stemma che mai più sarà come prima.
Ma c’è un pomeriggio da portare avanti (e uno shock da scrollarsi di dosso quanto prima), già con la consapevolezza di immergersi in un viaggio diametralmente opposto. Di nuovo linea 10, stavolta direzione Hospital Infanta Sofia, fino a Chamartin, prima stazione con collegamento diretto con la Linea 1. Da qui la Metro azzurra verso Valdecarros, fino alla fermata Portazgo, per la nostra seconda tappa: Campo de Fútbol de Vallecas, la casa del Rayo Vallecano. Attenzione a non confondervi, la stazione dove scendere non è Vallecas, come si potrebbe istintivamente pensare. In ogni caso, se si ha in mente il Rayo, anche senza sapere questo dettaglio non c’è verso di sbagliarsi, grazie alla personalizzazione delle fermate della Metro. L’arrivo a Portazgo è stata un’inaspettata sorpresa: sfondo bianco con varie linee di campo e fulmini rossi ovunque. “Ci siamo”, automatico.
Scesi dall’ascensore della stazione, ci si trova all’incrocio tra Calle del Payaso Fofo e Avenida de la Albufera, dove è già possibile intravedere un lato dello stadio. Ma qui è diverso: non esistono tour da turisti o giri per scintillanti bacheche. Qui si va incontro a un’esperienza verace, dove si fa affidamento esclusivamente su proprie conoscenze o su un’indole curiosa.
Salta all’occhio subito la scritta “Campo de Futbol de Vallecas”, al fianco lo stemma del Rayo e sotto lo sponsor Umbro. Scoprire successivamente che quella è l’entrata dedicata a squadre e addetti ai lavori fa effetto; ingresso contornato da un’anonima cancellata, ancora più fredda al buio, e talmente tanto piccolo da far sembrare impossibile che questo impianto ospiti regolarmente ormai da anni uno dei campionati più importanti del mondo. Girando da lì lo sguardo verso sinistra, c’è lo store ufficiale del Rayo Vallecano. E mentre suonavo il campanello per farmi aprire la porta, guardando questa stanza grande più o meno quanto camera mia, piena di scatoloni, mi è scappato un sorriso. “Questa squadra gioca in Liga”, mi ripetevo, stentando a crederci. Dopo l’enorme e regale Bernabeu, un giro per Vallecas potrebbe farti tornare sulla terra, raccontando una realtà calcistica più umana e ‘terrena’. Niente di più sbagliato.

Usciamo dal negozio. Con quello che si spende allo store del Real per una sciarpa (25€), in quello del Rayo, oltre alla bufanda, puoi rimediare anche un pantaloncino della stagione precedente. Ma serve anche tanta fortuna, i pezzi sono pochi e rari. Comincia il vero e proprio giro intorno allo stadio. Niente ticket per i musei, niente trofei, niente sguardo sugli spalti: il Rayismo si manifesta attraverso simboli, oggetti, graffiti di ogni tipo. Tornando all’ingresso principale, sotto lo sponsor, si legge: “Wilfred Agbonavbare. Siempre en nuestro recuerdo, eterno Willy”. Un nome familiare a pochi, forse agli ascoltatori abituali di Elio e le Storie Tese, che avranno riconosciuto la strofa di "Nessuno allo Stadio" dove è citato.
Willy è stato un portiere, ha giocato per sei stagioni nel Rayo (1990-1996), ha partecipato ai Mondiali di calcio del 1994 e vinto la Coppa d’Africa nello stesso anno con la sua Nigeria, seppur da riserva. Ma è la sua tragica storia dopo il ritiro a renderlo un’icona per la gente del club. Wilfred perde la moglie a causa di un cancro al seno e resta a Madrid per lavorare come facchino all’aeroporto di Barajas, principalmente per guadagnare soldi necessari per il mantenimento dei figli, che proseguono gli studi in Nigeria. Spiega tutto nel programma El Jefe Infiltrado, in onda sul canale spagnolo ‘La Sexta’:
“Sei anni in Liga? Beh, sei famoso!”.
“Sì e quindi? Sono stato ricco solo per due stagioni. La fase del calcio appartiene al passato, non ho più tutti quei soldi”.
Willy muore di cancro nel 2015, all’età di 48 anni, dopo settimane di speranza e affetto ricevuto da tutto il calcio spagnolo. Vallecas non ha mai dimenticato un uomo schieratosi sempre in prima linea nella lotta contro il razzismo, già condivisa e che ha ispirato ulteriormente l’ideale della gente del quartiere e della squadra.

Proseguiamo. Le due tribune hanno gli ingressi personalizzati col fulmine, unico indizio pseudo-commerciale che non parte dall’iniziativa del tifo. Una delle due curve, piccolo dettaglio, non esiste. C’è solo quella sul lato nord-ovest, sede dei Bukaneros, la frangia ultras del Rayo. E qui parlano i muri, dove anche i volantini messi lì da qualche mese hanno vernice bianca e rossa sopra. Una buona metà del perimetro della curva è occupata dagli uffici del club e dalla palestra, dove si allenano i ragazzi del Boxing Rayo. Deve essere ben chiaro, ogni ambito sociale e culturale, a partire dal viscerale legame con lo sport, ha radici nel quartiere di Vallecas. Tutto si ritrova nell’identità culturale, nel senso di appartenenza, in ideali forti e condivisi dall’intera comunità. L’Entrada Vestuarios, peraltro, è decorata da un bellissimo graffito con gli stemmi del Rayo Vallecano e del quartiere di Vallecas.

È tornando verso la metropolitana che ci si accorge del senso del viaggio fino al Campo de Futbol de Vallecas. A maggio 2023, infatti, i Bukaneros hanno realizzato un imponente murales, dove ogni minimo dettaglio racconta il Rayismo.
Le luci soffuse dei lampioni vicini accendono solo in parte la vivacità dei colori e la ricercatezza del disegno. “ADRV 1924”, con al centro il logo del Rayo Vallecano, rigorosamente con la sigla qui rappresentata (l’attuale è RVM, Rayo Vallecano de Madrid, e la capitale spagnola nel nome del club non va a genio alla sua gente). Un uomo porta sulle spalle la figlia, che ha la sciarpa legata al polso e indossa la maglia della stagione 2000/2001, storica per la Coppa UEFA giocata fino ai quarti di finale. Davanti a loro una tribuna dello stadio, piena di fumogeni e bandiere o con la classica fascia rossa in diagonale o con il fulmine, sempre su sfondo bianco.

Due dettagli meritano di essere riconosciuti. “Era un dia cualquiera, su padre le llevo’ a verte a la Albufera…”, così si legge sulla sinistra. Da notare anche i ‘cartelloni pubblicitari’ con scritto: “Ama al Rayo, odia al Racismo”. Due mondi, quelli di Real e Rayo, così polarizzati e divisi da un contrasto profondo, radicato, distano appena trentacinque minuti di metropolitana l’uno dall’altro. Madrid è capace di regalare un pomeriggio irreplicabile.
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