
Amarcord: Italia-Germania 4-3
Abbiamo rivisto la Partita del Secolo per ricordare le leggende di Gigi Riva e Franz Beckenbauer.
El Partido del Siglo
di Massimiliano Bogni
Pronto, Roma? Silenzio. Le squadre stanno entrando adesso. Ancora silenzio, Italia e Germania entrano sul terreno di gioco. Appena volete potremmo cominciare, eh. Le immagini dalle sfumature attutite arrivano, ma la voce non è quella attesa da tutta Italia. È quella un tecnico, dal velato accento sardo, che richiama l'attenzione degli studi di via Teulada, 66. Ancora qualche secondo di silenzio accompagna l'ingresso di Italia e Germania Ovest in campo.
Tutti i giocatori tedeschi tengono un bouquet confezionato con della plastica. Sepp Meier, numero 1 del Bayern e della Mannschaft, fa rimbalzare vigorosamente un pallone sul terreno di gioco mentre procede verso la linea di metà campo. Quello che deve essere un frastuono scrosciante dei 100.000 dell'Azteca arriva diradato, un brandello e uno stralcio perso dalle grinfie della rarefazione. Le squadre si posizionano parallele alla linea laterale, si intuiscono le prime note di "Das Lied der Deutschen" e solo allora - con un gesto retroattivamente iconoclasta - inizia il racconto tricolore. L'Italia avrebbe voluto - e lo ha ottenuto - il ritorno di Nicolò Carosio, ma dai quarti di finale di Mexico 70 il cantore dell'Italia di Valcareggi è un altro. La salutatio di Nando Martellini prosegue anche durante l'inno di Mameli, barbaro e completamente privo dell'ipocrita rispetto della convenzioni formali. Così tutti gli ascoltatori italiani sono introdotti a Italia-Germania, solo Germania e non Germania Ovest perché calcisticamente non esiste ancora nessun Est serio -, la prima semifinale azzurra alla Rimet dal 1938 e la terza consecutiva per la Germania. Di fronte alle due squadre ci sono una decina di fotografi in campo, nulla di più. Sulle tribune soltanto qualche vuoto. La tradizione storica nei precedenti è dalla parte dell'Italia, e anche le scelte del commissario tecnico Ferruccio Valcareggi sembrano non volersi discostare dal solco creato dalle evoluzioni recentissime della Nazionale. Dopo il convincente 4-1 della Bombonera di Toluca con cui si sono eliminati i padroni di casa messicani, Sandro Mazzola giocherà il primo tempo anche oggi.
Piove. Non si scorge dalle immagini, le gocce si perdono nello iato che separa l'Azteca dal resto della Terra. Prima dell'inizio c'è un violento temporale che allenta il campo, ma quando gli XI si mettono in posa per riempire i rullini il rovescio è leggero. I tedeschi lanciano i mazzi verso le prime file della tribuna opposta alle telecamere, gli italiani salutano il pubblico con gesti disarticolati, con braccia preda di spasmi involontari e incontrollabili.
Il direttore di gara è Arturo Yamasaki. Peruviano di nascita, giapponese di origine, messicano di passaporto: per continuare ad arbitrare alla Coppa del Mondo, dopo aver diretto la semifinale di Cile 62 tra Germania Ovest e Jugoslavia, ha ottenuto la cittadinanza messicana, passando da un organismo continentale all'altro e garantendosi di fischiare anche all'Azteca. Gli assistenti sono Velazquez e Hormazabal, un colombiano e un cileno, a comporre una terna che mescola la casalinga CONCACAF alla CONMEBOL. Uwe Seeler e Giacinto Facchetti si scambiano i gagliardetti nel cerchio di centrocampo, mentre il pubblico messicano esalta la formazione tedesca, memore della recente eliminazione del Tri per mano del piede sinistro di Gigi Riva e la pennellata di Rivera. Alla stessa ora dello stesso giorno si gioca Uruguay-Brasile a Guadalajara. Spuntano diversi uomini dai bordi del prato. Impermeabili beige, ombrelli e cartellette sotto braccio. Si agitano le braccia, invitano i fotografi dalle scarpe Oxford troppo eleganti e appuntite per calpestare con la noncuranza che sembrano avere il campo da semifinale della Rimet a lasciare il terreno, ché tutti gli scatti dei rullini sono stati ormai consumati.
Sul pallone ci sono Sandro Mazzola e Roberto Boninsegna. Si aspetta il fischio d'inizio, Mazzola con le mani sui fianchi e Boninsegna con le braccia incrociate. Yamasaki si avvicina ed emette un suono stridulo, che arriva meno acuto nelle case e nei bar d'Italia. La performànce - con l'accento sulla a, o almeno così lo dice la Rai - sportiva inizia.
Le coppie si formano subito. Patzke-Domenghini sulla destra offensiva italiana, Bertini-Seeler su quella tedesca. Schulz-Boninsegna al centro dell'attacco azzurro, Müller-Rosato in quello teutonico. Vogts-Riva e Burgnich-Löhr sulla sinistra. Luigi detto Gigi Riva da Leggiuno, Varese riceve il primo filtrante spalle alla porta, attorno ai 30 metri. Hans Hubert detto Berti Vogts da Büttgen fa quello che farà per tutta la semifinale e quello che tutti i difensori di Serie A hanno cercato di fare per limitare la potenza di Riva, ossia fargli assaggiare il sapore dei ciuffi d'erba dopo una scivolata da dietro. Yamasaki fischia la punizione, e l'11 dell'Italia prende la rincorsa. Carica il Rombo, ma il Tuono è remoto, come quelli del temporale appena allontanatosi dal cielo di Città del Messico.
La Germania ha una qualità della costruzione della manovra pari forse solo il Brasile delle cinco camisas dez: Overath svaria partendo da destra ma tutta la squadra asseconda le ondulazioni di Franz Beckenbauer, piattaforma su cui si costruisce il giuoco tedesco. I filtranti del Kaiser sono ben controllati dalle marcature di Burgnich e Rosato, che divorano Löhr e il capocannoniere del torneo Gerd Müller nei duelli individuali. Ad aver più timore, però, è la Mannschaft. Paura di non far girare Riva, di farlo addirittura ricevere da Boninsegna, tanto da aggiungere il rientro di Beckenbauer alla cura personale di Vogts. La Germania finisce per farsi male da sola: il rimpallo tra Beckenbauer e Vogts riconsegna la sfera sul sinistro di Bonimba, Franz è troppo morbido nel contrasto, Schulz è un passo in ritardo per contrastare, Schnellinger è piantato al limite dell'area. Sinistro lungolinea a mezza altezza, Maier battuto alla sua destra. Roberto Boninsegna piange tornando a centrocampo, ha una faccia sfinita.
Dopo 8' e per i restanti - spoiler - 112 più recupero, è già tutto chiaro. Se si gioca sul piano del calcio nudo e crudo, fatto solo e soltanto di scalate, diagonali, posizioni e sovrapposizioni, l'Italia è più forte. Nel canonico e nell'atteso è più attenta, più pronta. Sul piano anormalità, nell'imprevedibile e imprevisto, invece, la Germania Ovest trova linfa. Un piano superiore, che non è visibile e calpestabile da nessuno, eccetto da chi pare muoversi due metri oltre a tutti. Franz Beckenbauer inaugura il campionario del non ordinario con una punizione battuta d'esterno destro, prima che la difesa italiana possa aver ancora prefigurato cosa possa accadere. Müller è leggermente più lontano dalla sfera rispetto a Enrico Albertosi: il portiere del Cagliari, nel primo dei momenti inspiegabili della sua semifinale, scatta in uscita bassa ma non proteso in avanti, con le braccia a cercare il pallone. Cerca l'anticipo con le gambe, in scivolata, un libero arretrato sino all'area piccola.
Quello di Yamasaki è un metro degno di una semifinale mondiale, dove alla ruvidezza delle difese è consentito compensare la classe degli attacchi. Se Vogts reprime la libertà d'espressione calcistica di Riva contrastandolo in lungo e in largo prima che Gigi possa ricevere, è nei momenti in cui si evitano i contatti che l'atmosfera della gara si mantiene eterea, contiene nel suo compiersi tutti i crismi dell'eternismo, come se si giocasse su una nuvola e si potesse solo guardare dal basso. Se Schulz sbaglia la direzione di un lancio di una ventina di metri di lunghezza di almeno altrettanti in ampiezza, se Burgnich inciampa sul pallone appena sfiorato da Patzke in una proiezione offensiva, allora Beckenbauer esce dal raddoppio di Mazzola con l'esterno destro. Così vellutato da sembrare finto, come i fischi del pubblico messicano a ogni retropassaggio raccolto da Albertosi.
L'Italia gioca sotto ritmo per prevenire una ripresa dei tedeschi, la pioggia è cessata ma il cielo rimane oscuro e ne minaccia dell'altra. Se Cera-De Sisti-Mazzola, spina dorsale della manovra italiana, è esiziale, Burgnich-Rosato-Bertini non smettono di difendere da manuale. Se i tedeschi vivono ai limiti del fallo, la retroguardia italiana non da nemmeno quella impressione, è immacolata negli anticipi e negli stacchi. Riva si libera da Vogts solo defilandosi sul secondo palo, a ricevere un cross liftato di De Sisti. Si stacca e prepara il sinistro al volo. Carica il Rombo, ma il Tuono è privo di fragore.
Dall'altra parte la Germania non riesce a servire in alcun modo Müller, uno che nelle mischie in area è un formidabile opportunista. Non riesce a farlo per via di un campo che sgonfia il pallone e accoglie un passo più pesante del solito come una laguna. Beckenbauer prova per la seconda volta a sorprendere la difesa azzurra su punizione, ancora con un destro accelerato, ma stavolta il filtrante non arriva in area. Riva scocca il primo sinistro fortissimo, da superlativo assoluto, della partita, tanto da sgonfiare la palla.
Franz e Overath, con un dribbling uno elegante e un po' lento e l'altro frenetico ma entrambi tecnicamente perfetti, iniziano a trovare i punti dove i rientri difensivi di Domenghini e Mazzola sono frenati da un vetro estremamente pulito, invisibile agli occhi esterni ma inscalfibile dai principi tattici dell'epoca. Riva da solo si trascina un paio di difensori tedeschi, riempie i vuoti di un'Azteca semplicemente troppo espanso per essere coperto in tutte le sue zolle, ma l'Italia si salva dal primo momento di sbandamento orchestrato dagli inserimenti con la palla di Overath e senza palla di Seeler, anziano giocatore 32enne che gioca con l'entusiasmo di un 20enne. Vogts completa nel giro di mezz'ora la collezione di attaccanti azzurri con cui avere un diverbio verbale, rialzandosi a fatica dopo una scivolata di Boninsegna.
Il controcanto azzurro fibrilla. Schulz atterra Boninsegna, non ammonito da Yamasaki, e i massaggiatori non possono entrare. Il peruviano obbliga a far ripartire l'azione con una punizione quando Boninsegna ancora a terra. Al 38' viene ammonito il primo uomo di Valcareggi, Pierluigi Cera, che regala uno di questi tiri liberi a Beckenbauer. Quando sulla respinta l'arbitro vede anche il fallo a nostro favore si sente forte e chiaro il sospiro di un sentimento che richiede fischi dove non esistono, a rivendicare falli che non arriveranno mai, che non ci si crede ma bisogna farlo per recitare il copione patriottico. Non basta nemmeno la supremazia estetica di Beckenbauer, un direttore stanco e stagionato, a cui basta uno sguardo per conoscere i suoi strumenti e farli suonare, per distrarre un uomo incarnato dalla sua ossessione.
Si fa fatica ad accorgersi persino che Domenghini, sul finire di primo tempo, riceve il pallone per battere il calcio d'angolo da un fotografo con un'improbabile e inopportuna giacca dal colore troppo cristallino per il grigio che sporca la brillantezza originale dell'Azteca. Nel consegnargli il pallone si avvicina troppo, gli dice qualcosa, lo tocca, chissà. Domenghini lo strattona e batte il corner. Riva riceve al limite e, nel dubbio, tira. Maier trattiene il pallone senza rinviarlo per più di 4 secondi: Yamasaki fischia punizione a due in area, spinge con tutta la forza delle braccia la barriera tedesca per farla arretrare ma è tutto inutile. Rinuncia a farli posizionare correttamente. Riva, nel dubbio, tira. Nulla di fatto. Fine primo tempo.
Al rientro dagli spogliatoi in campo per l'Italia si presenta il 14, Gianni Rivera, all'anagrafe Giovanni, da Alessandria e non Mazzola. Yamasaki non se ne accorge immediatamente e sta per fischiare. Capannello dell'Italia attorno al messicano per fargli notare che il 10 è fuori: l'arbitro tira fuori una distinta cartacea dalla tasca del pantaloncino e dà il suo assenso all'inizio della ripresa, con ancora tutti gli italiani attorno a lui all'altezza della trequarti.
Nonostante il cambio, l'Italia preferisce contenere invece di osare. Cera continua a evadere dalla pressione tedesca calmissimo, Riva continua a sembrare fortissimo, Beckenbauer insiste nel non mostrare alcun segno di fatica, perfettamente a suo agio in un luogo troppo alto per qualsiasi giocatore ma non per uno abituato a galleggiare sopra tutti, nonostante da inizio partita stia scattando e sprintando col braccio destro impercettibilmente più adeso del solito al busto. Kaiser - così diventato da appena un paio di stagioni - inizia a dipingere con pennellate sempre più cariche di colore, più dense e significative, a lavorare ai fianchi la difesa posizionale italiana. Dopo una decina di minuti in cui Gerd Müller non ha sfiorato il pallone, anche Helmut Schön opera il primo cambio: fuori Johannes detto Hannes Löhr, dentro Reinhardt Libuda, che prima di prendere posizione sull'esterno sinistro stringe calorosamente la mano al signor Yamasaki.
Rosato si ostina a non commettere alcuno sbaglio: Faccia d'angelo preclude qualsiasi ricezione nell'area di rigore tedesca, la pressione inizia a opprimere i nervi sassoni. Overath protesta e l'istinto tricolore chiede la comparsa del famoso cartellino giallo, in un gioco di reciproca ironia e presa in giro di sé stessi. Ci si immaginano falli anche quando Beckenbauer si allunga come un fratello maggiore in giardino col minore, che va bene giocare ma qualcosa dovrò pure insegnarti facendoti masticare amaro e sentire inadeguato e piccolo.
I fischi di Yamasaki, nella convinzione calimerica del Male che sta avvicinandosi, non sono mai a favore dei tedeschi ma contro la squadra italiana, Vogts commette fallo e si permette anche di protestare. L'Italia non è realmente pericolosa, si avvicina alla porta di Maier solo con qualche strappo di Rivera concluso con una rifinitura o una finalizzazione loffia e tiene in partita una Germania ancora poco brillante. L'unico faro immarcescibile prova a illuminare l'area di Albertosi: Beckenbauer per la terza volta batte velocemente mentre gli uomini di Valcareggi vorrebbero posizionare la barriera, per la seconda volta viene trovato un uomo libero da marcature in area, per la prima volta la Germania arriva a tirare grazie al Genio. Grabowski stringe troppo il sinistro in diagonale, con Cera colpevolmente fuori posizione.
Il vento di Italia-Germania gira, tutto d'un colpo. Burgnich effettua un retropassaggio sì corto ma sul quale Albertosi potrebbe arrivare con largo anticipo su Müller. Ricky - per non rischiare un qualche infortunio alle mani, senza guanti e alla mercé dei tacchetti altrui? - cerca di controllare il pallone ma perde il possesso, Müller rimette in mezzo per l'accorrente Overath. La linea di porta è coperta da Rosato e Cera. Overath deve obbligatoriamente indietreggiare col busto e alzare la traiettoria. Traversa.
Al 66' la Germania esaurisce i cambi a disposizione: fuori Patzke, un terzino, dentro Held, un attaccante. Il prato dell'Azteca sembra ora pendere verso la linea di porta italiana, con quasi tutti gli Azzurri a subire l'onta emotiva di una gara fino al momento in controllo e ora totalmente fuori portata. Albertosi rinvia sulla schiena di Burgnich, Cera sbaglia i tempi di uscita e capitan Facchetti viene superato per la prima volta in dribbling da Libuda. Quasi tutti, perché Roberto Rosato ha una gestualità aliena al contesto che lo circonda, è protetto da una teca di infallibilità. Anche quando una deviazione vanifica la sua presa di posizione in area, riesce a sporcare il tiro di Müller da terra con le terga. Anche quando Grabowski riceve appena dentro l'area, libero di scatenare il mancino e superare Albertosi a botta sicura, si teletrasporta sulla linea di porta e salva con un capolavoro di tempismo e atletismo.
Il dominio paziente della prima ora di gioco dell'Italia è un lontano ricordo: il Kaiser inizia a utilizzare l'esterno del destro in uscita con la sicurezza di chi sente che la gara è già arrivata dalle sue parti, basterà soltanto ancora un altro po' prima che se ne accorgano gli altri 21 in campo, i 100.000 dell'Azteca e il resto del mondo. Un esterno puramente estetico, utilitaristico. Il secondo ad accorgersene è Karl-Heinz Schnellinger: Riva, eroso dall'attrito continuo di Vogts, si scambia di posizione con Boninsegna ma si mantiene oltre la metà campo senza costituire un reale pericolo, così il libero ex Mantova e Roma si alza di una ventina di metri. Alla mancanza di lucidità dell'eroe affaticato Riva fa da contraltare la danza di Rivera, il secondo vivente con un peso diverso che gravita all'Azteca. Se Rivera danza, è di un peso diverso. Se Beckenbauer è su un altro livello Rivera è di tutti i piani e di nessuno, è evanescente, non si può possedere. Conduce una sequela di contropiedi che storcono tempi e spazi, suo malgrado anche per i compagni.

A pochi minuti dal 90' sembra che Müller abbia colpito Domenghini con Rosato ancora a terra per un contrasto precedente: nessuna diapositiva, nessuna immagine, solo i poco più di 100.000 dell'Azteca potranno dire se sia successo qualcosa o no. Beckenbauer, per la quarta volta da inizio gara, batte prima che l'Italia possa imporre le distanze. Guadagna calcio d'angolo. Il 90' è scoccato, si invoca la fine dell'incontro. Angolo appoggiato a Franz, cross dalla trequarti e di nuovo angolo. Traversone dalla sinistra, Seeler sovrasta Burgnich e costringe Albertosi ad alzare oltre la traversa. Corner dalla destra e, sul secondo palo, Picchio De Sisti libera l'area con una rovesciata. Ormai si è due minuti oltre il tempo regolamentare, un recupero clamoroso. Grabowski batte il fallo laterale, vince il corpo a corpo con Boninsegna e mette in mezzo. Rosato contiene il taglio sul primo palo di Muller ma Bertini e Facchetti non seguono l'inserimento di Schnellinger. Dopo 44 partite, 91 minuti e 40 secondi con la maglia della Mannschaft senza aver mai esultato per un proprio gol, il libero è solo al limite dell'area piccola. Colpisce di piatto, atterra di culo. Tutti gli Azzurri si guardano, increduli.
Non amiamo sportivamente sottolineare l'operato degli arbitri, ma questo Yamasaki - giapponese, peruviano, messicano - che ha diretto la partita è stato inflessibile contro la nostra squadra e non ha mancato di punirla ogni volta che era necessario, quando il regolamento lo consentiva e forse anche qualche cosetta di più. Evidentemente l'atteggiamento psicologico del Messico, che voleva una finale Brasile-Germania, ha finito per influenzare un arbitro che è di casa e che quindi vive nell'ambiente in cui la Coppa Rimet si svolge. Non intendiamo certo rivolgere al signor Yamasaki un'accusa di parzialità, tutt'altro. Certo non ci ha favorito. Questo potrebbe essere il termine per definire il suo operato. Nulla autorizzava - nulla ripetiamo - l'arbitro a concedere un recupero così vistoso. È la frustrazione che parla, che millanta che Schnellinger abbia provato una punta di dispiacere per aver spezzato l'entusiasmo dei compagni di club Milan. All'inizio dei supplementari anche l'Italia finisce i cambi. Esce Roberto Rosato, per distacco il più importante giocatore azzurro dei regolamentari, e dentro Fabrizio Poletti, con la spada di Damocle di dover sostituire un compagno del quale già sa che non potrà raggiungere lo stesso livello prestativo. Burgnich scala al centro, nel ruolo di stopper, con il 27enne del Torino a occupare la fascia destra. La spalla di Beckenbauer fa tanto male, troppo male, e l'interruzione della gara fa riemergere un dolore che l'adrenalina dei 90' aveva contribuito a tenere a bada. Il 4 viene medicato con una vistosa fasciatura, facendolo pendere ancor più verso destra ma riducendo al minimo le possibilità di un dislocamento in caso di contatto.
Libero dalla marcatura di Rosato e in grado di decentrarsi sulla sinistra per giocare su Poletti, Müller vince il primo duello aereo dal 12' del primo tempo. Il sostegno del pubblico messicano è tutto per i tedeschi, il primo atto tragico dell'opera Italia-Germania può così recitarsi. Nei decenni successivi sarebbe stato fischiato rigore per il mani di Rivera, ma il colpo di testa di Seeler arriva mogio mogio al petto di Poletti. Fabrizio cerca l'appoggio per Albertosi ma Gerd legge la giocata con un paio di secondi di anticipo. Ha una finestra infinitesimale per inserirsi nella linea di corsa, ha solo un tocco a disposizione per turbare l'ordine. Affetta il pallone dal basso verso l'alto, in una zona imprecisata a cavallo tra il flessore breve delle dita e il ramo metatarsale dell'arteria plantare laterale, alla sinistra di Albertosi. Questo cerca di recuperare, è lì lì per schiaffeggiarla prima che valichi la linea ma Poletti lo affossa col braccio sinistro nel tentativo di spazzare. Entra, quatta quatta. Poletti e Albertosi sono per un attimo seduti sulla linea di porta. Non si guardano, l'uno per non chiedere scusa e non smettere mai e l'altro per non chiedergli nulla e non smettere mai.

Tutto facile per la Germania adesso. Che amaro finale per una partita che era stata così travolgente, drammatica. Mancano ancora 25' ma sembra tutto inevitabile, Boninsegna e De Sisti discutono come nessun Azzurro aveva fatto fino al momento. È il primo reale passaggio di scollamento della gara, quello in cui anche Grabowski, uno che dribbla bene e tira male, sembra più potente di quel che è. È un momento in cui servono risposte che non si cercano, che non si sono ancora cercate. Gigi Riva è solo nella metà campo avversaria, controllato da Vogts come dal fischio d'inizio di Yamasaki. Stavolta arriva un campanile dalle sue parti, non si vuole darla a Riva ma la si vuole lanciare il più lontano possibile dalla propria area e destino vuole che sia l'11 il numero bianco su tessuto azzurro più avanzato. Uno dei primi duelli aerei che Riva gioca al di fuori dell'area di rigore, dove allo stacco si è sempre preferito servirlo sui piedi per innescare la progressione titanica sulla sinistra. Tra Riva e Vogts ci sono 12 cm di differenza di altezza: Berti può solo arrangiarsi alla bell'e meglio per rovinare l'armonia del movimento altrui, aggrappandosi e strattonando alle spalle tutti i lembi di Riva cui riesce ad appigliarsi. Punizione, si alza il baricentro dell'Italia. Sui 35 metri è Riva sul punto di battuta. Il mondo si aspetta prima il Rombo e poi il Tuono. La rincorsa è la stessa, si sente solo il brusio sfuocato dell'Azteca. Invece del Tuono c'è un mancino accarezzato, una scodellata meno stentorea, tenue come la pioggia che bagna Città del Messico. Ecco salire sul palcoscenico il secondo personaggio tragico di Italia-Germania.
Sigfried Held è di professione attaccante, non è abituato a gestire gli spioventi da dover rinviare e non insaccare. Arretra goffamente, perde l'equilibrio e aggiusta il pallone a Burgnich a centro area. Si è impaperato. In 37 partite e poco più di 97' con la maglia dell'Italia, Tarcisio ha segnato un solo gol, un colpo di testa in amichevole a Milano con l'Austria 4 anni prima. Di lì in avanti tornerà a fare magistralmente quello che gli è sempre stato chiesto da fare, ossia difendere e al più sovrapporsi sulla fascia del piede forte, il destro. Dopo quella punizione scodellata e non frustata da Riva Burgnich segnerà altre 2 volte nel resto della carriera, entrambe di testa. L'atto teatrale di Held prevede comunque che qualcuno approfitti e punisca l'eroe, anche se è Tarcisio Burgnich di prima col piede sinistro.
Messico 1970 è la prima Rimet in cui i direttori di gara sono dotati di cartellini, gialli e rossi, grandi come fogli A4 sventolabili come manifesti elettorali. Non sono ancora arrivati i calci di rigore come extrema ratio per decidere un pareggio anche al termine dei supplementari, con l'Italia che ha appena vinto un Europeo casalingo grazie al lancio di una monetina. Lo stesso sorteggio è previsto anche per decretare eventualmente la finalista che incrocerà sempre all'Azteca il Brasile, che ha già finito di battere l'Uruguay in rimonta. Allora la voce italiana continua a vedere falli che non esistono, riconoscere con passivo-aggressività ogni fischio. Libuda si lancia a terra ma Riva non lo sfiora. Beckenbauer non corre più ma fa muovere tutto il resto dei compagni con l'imposizione delle mani - della mano, la sinistra, l'unica libera di indicare. Tutto pesa di più, è più faticoso, difficile da scrollarsi di dosso come la pioggerella dell'Azteca. Il più impermeabile e fresco è Rivera.
Rivera conduce e apre sulla fascia. Domenghini scatta e da sinistra, di sinistro lui destro, serve di prima il rimorchio. Riva è ai 16 metri. Stoppa di petto, vorrebbe accomodarsela sul sinistro ma il Telstar sfugge dal cilindro che occupa Gigi e si avvicina a quello di Schnellinger. Col dorso mancino scarta legger aggiusta il pallone e scarta leggermente verso l'esterno. Rombo. Il tiro parte, ed è il secondo tocco controculturale del potentissimo e fortissimo Gigi. Non Tuono, ma un diagonale fulmineo. Riva si getta a peso morto su Rivera, si àncora al collo dell'Abatino, lo trascina con sé a terra.

La partita sembra diventare drammatica e incredibile solo quando l'Italia è avanti e non è raggiunta o sotto, la dose di spettacolarità massima si raggiunge quando ricomincia la sofferenza e lo spasimo azzurro, quando ci si stringe ancora vicino ai rappresentanti del football - fútbol? Inglese o spagnolo? Chissà! - italiano, che stanno difendendo il buon nome del nostro fútbol - football? Spagnolo o inglese? Chissà! - allo stadio Azteca.
Inizia il secondo tempo supplementare. Cambio di scenografia: sono stati accesi i riflettori, si gioca alla luce artificiale. Albertosi e Poletti sono i primi a mostrare lo spaesamento, regalando un calcio d'angolo alla Germania. Colpo di frusta in torsione aerea di Seeler, colpo di reni di Albertosi a deviare oltre il montante. Di nuovo corner, stavolta battuto al piede. La palla spiove sul secondo palo, dove Seeler va ancora più in alto di Facchetti e di tutta Italia. Di nuovo Müller, ancor Gerd è l'animale più istintivo dell'area di rigore italiana. Riemerge e pizzica verso il secondo palo. Gianni Rivera, che dal gusto stilistico raffinato e dalla rivedibile componente agonistica rimane anche se copre il primo palo sui calci d'angolo a sfavore, è nella terra di mezzo. Non rimane sulla linea e non accorcia sul 13. Albertosi dice a Gianni tutto ciò che non ha detto a Poletti prima, Rivera si abbarbica al palo, lo stritola.
Yamasaki fischia per la decima volta la battuta dal cerchio di centrocampo. Boninsegna tocca per De Sisti, indietro a Rivera, sulla sinistra per Facchetti, in profondità alle spalle di Schulz per Bonimba, a centro area per Rivera. Gianni Rivera, che dal gusto stilistico raffinato e dalla rivedibile componente agonistica rimane anche se è libero al 112' in una semifinale della Coppa del Mondo, apre il piatto e impatta il rasoterra proveniente dal lato debole. Non è un colpo secco ma delicato, accompagnato in due tempi, con un'ulteriore sferzatina menata quando Maier ha già iniziato a tuffarsi. Portiere spiazzato, Rivera cadrebbe come corpo morto cade ma, in un ribaltamento di ruoli disegnato dal regista, Riva lo accoglie tra le braccia e lo sostiene prima che tocchi terra.
Le parole prevalgono sulle azioni. Si promettere di ringraziare per sempre i giocatori per queste emozioni che ci offrono, si decanta la volontà di ferro e come i vicecampioni sono stati impegnati severamente, tenuti sempre sotto l'incubo della sconfitta. Rivera spreca un contropiede in superiorità numerica, Boninsegna non raccoglie in spaccata un cross al limite dell'area piccola, Cera rimane calmissimo, Domenghini si scopre dominatore di una zona incredibile di campo. Nessun pericolo dalle parti di Albertosi, e tutto l'istrionismo condensato in Gianni Rivera che blocca a due mani un passaggio di Beckenbauer. Un meme della furbizia italica, del tricolore che fatta una legge trovato l'inganno, del pizzamafiamandolino, dell'antisportività addirittura accettata perché mordace e sfrontata per non apprezzarne il coraggio.
Boninsegna è sdraiato a terra al fischio finale di Yamasaki. Ha la faccia a terra, lievemente ruotata verso destra. Non è solo prosciugato dentro e zuppo fuori. È anche felice.

[Con la partecipazione, straordinaria e corsiva, della Radiotelevisione italiana]
Amarcord: Rombo di Tuono e Kaiser
di Simone Renza
C'è stato un tempo in cui nelle afose alture messicane si è assistito a una partita mistica e sensuale che oggi possiamo tranquillamente dire essere stata definizione di estetica del gioco. Ogni componente di quel giorno ha assunto un proprio valore unicamente perché associato a essa. Vista la dipartita di due colonne di quel match, Gigi Riva e Franz Beckenbauer, si deve inserire al Mo.Ma. una permanente con la proiezione costante di ogni singolo minuto di gioco.
"Amarcord" è la mitopoiesi fattasi lettera, una trasposizione onirica che solo Fellini poteva rendere possibile. "Mi ricordo" la sua traduzione, che il regista riminese ha reso internazionale trascinando un espressione d'infanzia dialettale nella memoria collettiva, portando di fatto la propria terra nel linguaggio universale. Esercizio di stile che raramente riesce.
Possibile, però, personificare due territori rendendoli di carne e sangue? Paradossalmente una parola è più semplice e rapido che faccia universalmente eco nei pensieri che un volto, eppure Gigi Riva e Franz Beckenbauer sono riusciti, forse non pienamente in modo consapevole, ad assurgere a simboli. Il primo per scelta, il secondo per nascita. Impossibile non associare istantaneamente Rombo di Tuono alla Sardegna, sua patria eletta per amore incondizionato, e Kaiser alla Baviera. Entrambe terre austere e aspre, non facilmente identificabili caratterialmente se non per banali e idioti stereotipi, distanti geograficamente e per loro conformazione ma spesso sovrapponibili perché avulse dal contenitore statale che le avvolge giuridicamente.
Amarcord della fasciatura del difensore tedesco che dal 90' ha giocato con un braccio incollato al torace senza, però, mai perdere un frammento della sua classe, della sua eleganza e del suo equilibrio. Amarcord della corsa ingobbita dell'attaccante, di quel dribbling e del sinistro chirurgico dopo un'estenuante cavalcata nei tempi supplementari e con la sua corsa che pareva anticipare quella di Tardelli dodici anni dopo. Soprattutto, amarcord di come entrambi hanno cambiato modo di leggere e declinare questo sport. Antesignani.
Amarcord che al tedesco lo chiamavano der Kaiser. Elegante, altezzoso, quasi incline alla supponenza senza, però, mai arrivare a sfiorarla. Un re che sapeva esercitare con grazia il biopotere sugli avversari e che sapeva che il potere è cosa fragile e non va mai urlato. Uno sguardo, un cenno, il banale rimanere in campo seppur potenzialmente menomato nel movimento del corpo. Del resto era bavarese e quelli lì son fatti così: difficile diano confidenza, squadrano dalla testa ai piedi con una sola occhiata senza esprimere mai un vero giudizio se non nel loro animo. Del resto nascono tra foreste scure da cui spesso non scorgi le cime maestose delle montagne che li circondano, chiusi nel centro dell'Europa. Franz era (sic) figlio di questa geografia e di quel sentimento.
Amarcord che al varesotto lo chiamavano Rombo di Tuono. Che poi Brera, quel giornalista scorbutico e caustico, lo chiamò così perché aveva un sinistro che pareva echeggiare pari a un tuono in una baia, sia essa di Lago, dove è cresciuto, sia essa di mare, dove ha eletto casa sua. A dispetto del Kaiser, Gigi ha capito che nascere in un luogo non necessariamente vuol dire farne parte. Ha portato alla sublimazione il diritto a migrare e avere la libertà di poter scegliere la propria casa, senza preclusione di sorta dettata dall'origine. Eppure si era scelto una terra non semplice né tantomeno facile: i sardi sono isolani, hanno reso la loro identità sempre più forte nel corso dei secoli. Non sono facili da scalfire nel cuore e rendere un continentale parte integrante della loro comunità. La sua ferma eleganza e l'essere ermetico di sguardo e parola l'ha reso sardo per elezione.
Amarcord che si sarebbero chiamate "bandiere" con il linguaggio sportivo moderno ma, francamente, è persino riduttivo e banalizzante. Franz e Luigi detto Gigi erano espressioni della terra e della cultura di questa, mitologicamente campioni scelti per la disfida considerando la guerra come atto impuro. Espressioni di un'idea di gioco che non gli era stata insegnata ma che portavano nel DNA come dono naturale, il calcio di strada vissuto sino alla sua sublimazione in un caldo pomeriggio azteca dove hanno partecipato alla creazione della leggenda.
Può darsi che Atahualpa abbia pensato di chiamarli a sé nella terra che due europei hanno consacrato. Non li avrà sventrati dicendogli "Esta es la historia". Li avrà conservati, intatti, per mostrarli in eterno.
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