
È nata la leggenda di Jannik Sinner
Racconto della prima vittoria Slam per un tennista italiano dal 1976.
Cosa c'è nella vittoria di Jannik Sinner che ecceda la felicità inesauribile, il senso di compimento per uno sport intero in questo paese, dopo la vittoria degli Australian Open? È facile pensare a una fredda enumerazione statistica: potremmo esordire ricordando che nessun tennista italiano aveva vinto a Melbourne, o meglio che non vinceva uno Slam nel singolare maschile da poco meno di 48 anni, o forse meglio ancora ricordando a noi stessi e ai lettori, appassionati e non, che era la prima finale di Sinner a questi livelli.
Che pensarci anche solo sei mesi fa sarebbe stato da pazzi.
Eppure, forse, non servirebbe a niente. La vittoria di Sinner è destinata rimanere la pietra miliare di questi tempi del tennis italiano, della rinascita impensabile, dell'humus competitivo che si è instaurato in questi anni. Potremmo identificare la vittoria in Australia come il punto d'arrivo per questo splendore: Jannik Sinner eroe nazionale, sportivo di culto anche per i non appassionati: come lo sono stati Valentino Rossi e Federica Pellegrini, messaggeri di una grandezza perenne.
La sua partita contro Daniil Medvedev è stato un evento collettivo a cui hanno partecipato tutti: gli italiani hanno rovesciato il loro amore fragoroso nei confronti di uno sport estenuante, noioso, che è il contrario dell'istantaneità.
Abbiamo deciso di raccontare questo trionfo storico attraverso cinque punti di vista. Siamo stremati, con le parole di Gianni Brera, ma ci abbiamo provato.
Sinner ci ha rivelato qualcosa di nuovo
di Nicola Balossi
Va detto subito, siamo ubriachi senza aver bevuto, siamo pesantemente tossici di Jannik e lo siamo da tempo, da quando ci è scappato l’occhio su quel nome simpatico e peccaminoso all’epoca del Challenger di Bergamo o giù di lì. L’abbiamo adottato e l’abbiamo subito investito di aspettative esagerate senza senso. Qualcuno di noi avrà senz’altro scritto a uno amico rogeriano - si tratta di una razza, come i vulcaniani con le orecchie a punta - in occasione della partita di Jannik a Roma nel 2019 contro Johnson: “magari questa la perde, ma un giorno diventa numero uno!”
Per la cronaca, l’ha pure vinta. Aveva qualcosa nell’approccio e nello sguardo, una promessa. L’abbiamo visto dal vivo al Next Gen di Milano: impressionante, ci ha fatto innamorare, soprattutto il suo bellissimo rovescio lungolinea.
La strada è stata lunga e tortuosa, il Covid ha scompigliato delle carte, ma lui sempre lì e noi lì con lui. A volte seguirlo era complicato ma ce ne siamo perse davvero poche, in un ottovolante emotivo lungo come il viaggio dantesco. Abbiamo visto i primi coriandoli di Sofia, le gioie altalenanti ma soprattutto gli innumerevoli semafori rossi; qualche volta era Nadal, altre Djokovic, più spesso Medvedev, oppure il fisico che tradiva: il dito, la caviglia, la schiena.
Sotto i nostri occhi ha affrontato problemi di ogni tipo, comprese le critiche feroci dei media impietosi e impazienti. Ecco, tutto per dire che lo sentiamo nostro, che in un momento del genere ci domandiamo con sincera curiosità come la starà vivendo coach Riccardo Piatti, cosa starà pensando da ex allenatore e padre putativo. Siamo straniti, quasi gelosi, ci sembra che la nostra intimità sia finita in prima pagina.
Alla vigilia di questa finale, fra le varie centinaia di emozioni nitide e sfumate, c’era anche questa: il carro si riempie, la nicchia confortevole diventa un’arena… e noi? Forse noi siamo più a nostro agio in una minoranza come dice Nanni Moretti in Caro Diario? Cosa succederà domani, che fine faremo? La battaglia – epica, e lo diciamo con riferimento alla pura etimologia – contro il tentacolare scacchista Medvedev ha frantumato le nostre domande futili fin dalla prima risposta (tennistica) del russo, piedi in campo e sguardo fiero.
Abbiamo sofferto quasi come se in una partita dovessimo ripercorrere il sentiero di questi anni, siamo stati in piedi perché il divano scottava.
E alla fine siamo crollati stravolti come Jannik, come lui abbiamo risolto il conflitto tra solitudine e condivisione in modo molto semplice: vivendo. Mentre il team Sinner sommergeva il nostro rosso preferito nel suo abbraccio, c’eravamo anche noi, un noi esteso a chiunque abbia sentito questi momenti. Miliardi di persone per il mondo, dicono.
Alcuni cultori del tennis e dell’odore delle palline, altri saltuari o persino novizi che non sanno nemmeno le regole e i punteggi: è bello scoprirsi insieme, è bello vedere l’emozione che unisce.
Questo è il motivo per cui ci accolliamo certe menate incomprensibili ai più, tipo sveglie o veglie a orari improponibili e sfilze di frustrazioni alcune delle quali ci perseguitano a lungo, questo è lo sport che ci piace! È forse doveroso ringraziare direttamente Jannik Sinner, perché ci fa vivere tutto ciò solamente con il proprio lavoro, senza proclami retorici né inutili prosopopee, perché ci trascina avanti e indietro dall’incubo al sogno e ci fa scoprire qualcosa di nuovo.
Anche Medvedev ha forgiato lo spirito di Sinner
di Michele Cecere
Prima che la partita si prolungasse al quarto set, e poi al quinto, Daniil Medvedev era stato l'antagonista perfetto. Il gioco neurale, così colmo di soluzioni, aveva finito per dominare i primi due set con efferatezza. Vinceva i punti a rete, gli scambi lunghi, quelli rapidi: non serviva mai una seconda, il dritto – la sua presunta nemesi autoindotta – gli regalava solidità. Come pochi altri tennisti in una finale Slam, Medvedev era stato perfetto.
La sete di vendetta che muoveva le gambe languide a un ulteriore sforzo, a un altro rapimento di benzina a un serbatoio in esaurimento da almeno altri due turni, lo faceva assomigliare a Barry Keoghan ne Il Sacrificio Del Cervo Sacro: l'essere umano che si fa violenza, che percepisce in essa un senso di giustizia universale, maieutico per la nascita di una società nuova.
Medvedev vince un punto sul 3-2 nel primo set. Jannik Sinner ha vinto il primo scambio del game e aspetta la più tenue feritoia per incunearsi nella partita, per impadronirsi della dimensione mentale del tennis. Sembra anche che sia sul punto di riuscirci: para il servizio di Medvedev senza neanche fare caso a dove atterri la pallina, con una risposta profonda di puro istinto sul rovescio del russo.
Un paio di scambi sulla diagonale preferita da Medvedev e Sinner forza il cambio di rotta, spingendo con il lungolinea. Dall'altro lato della rete, però, c'è Magnus Carlsen che gioca a tennis e quello capisce già i piani dell'italiano. I piedi di Medvedev scivolano sul cemento come se correre non gli richiedesse nessuno sforzo; a quel punto si appoggia sulla pallina di Sinner e incrocia un dritto diagonale aggressivo.
È un punto che descrive tutta la scrupolosità di Daniil Medvedev, la sua fiducia metafisica nelle idee che si agitano nella testa. Non c'è nessun altro tennista al mondo che guardi il mondo con un pensiero così fine, così colmo di sovrastrutture che minano la stabilità dell'avversario.
«Sono morto!» ha gridato a un certo punto contro il suo angolo Jannik Sinner ed era come se partecipassimo noi tutti a quella deplorevole disperazione, all'angoscia che il gioco di Medvedev era riuscito a instillare nelle ossa del giocatore più in forma del circuito. «Se vogliamo essere onesti» ha detto Sinner dopo la partita «nei primi due set contro Daniil non ho visto palla».
E se queste parole ci ricordano la grandezza spirituale di Sinner, la vocazione per la fatica, la fredda compostezza con cui ha scalato tutti i pioli della scala del tennis mondiale, non possono farci dimenticare la persona a cui si rivolgono.
Siamo nella parte più eccitante della rivalità tra Jannik Sinner e Daniil Medvedev. La finale degli Australian Open, in fondo, è stata un evento estetico appagante anche per questo: per la battaglia degli stili tra i due, per la capacità di alternare cazzotti dell'uno e letture dell'altro, senza alcun risparmio o secondo fine. Negli ultimi tre scontri aveva vinto Sinner: a Pechino, a Vienna, a Torino. In ognuna di queste partite Sinner aveva dovuto dare fondo a tutte le sue armi da fondo, alla prolungata resistenza negli scambi più stancanti – in finale a Melbourne non si contavano più i punti in cui si sono giocati più di 20 tiri. Era una cosa nuova anche per Sinner, che prima di questa striscia era in svantaggio contro il russo per 6-0.
Con il suo tennis lavorato, sbucciando il punto da vincere con lentezza, come i molteplici anelli di una cipolla sempre più velenosa, Jannik Sinner si è costruito gli anticorpi che lo hanno protetto persino dalla rara intelligenza di Medvedev. Qualcuno ha già provato a discutere la grandezza del russo, visto che ad oggi è l'unico tennista nell'era Open ad aver perso due finali del Grande Slam avendo vinto i primi due set.
Niente di più sbagliato. Sinner ha vinto una finale spettrale, dove ogni tifoso italiano o appassionato globale che lo sosteneva ha abbandonato le speranze più volte. Nei primi set il tennis gli sembrava qualcosa di troppo astruso, impossibile da praticare. Era tutto merito di Medvedev.
Il russo è rimasto ancorato alla partita finché la disparità di energie rispetto a Sinner non lo ha condotto nei sentieri più uggiosi per il suo stile. Anche nel quinto set ha regalato punti eccezionali, come dimostra il primo punto del quarto game. Una prima di servizio centrale, che sbatte sulla racchetta di Sinner in modo innaturale, e ritorna da Medvedev che ha già i piedi in campo come un frisbee.
Medvedev ha seguito a rete l'attacco precedente e chiuso il punto con delicatezza: una volée e una veronica che potrebbero essere esposte in una pinacoteca. Non tanto per la tecnica o la leggiadria del colpo in sé, quanto per la costruzione cerebrale del punto. Per l'intelligenza che pulsa nell'impatto della racchetta con la pallina.
Durante tutto l'arco della partita Jannik Sinner è stato come ce lo ricordiamo sempre: inalienabile, atarassico, inscalfibile. La vittoria a Melbourne ha fotografato al meglio la sua doppia natura ontologica: quella umana e quella cibernetica. Quella fragile e però inesorabile; quella del servizio languido e del dritto incrociato infernale. Eppure non sarebbe stata la stessa cosa, senza un avversario enorme come si è rivelato essere Daniil Medvedev.
Non dimentichiamolo.
È stata la vittoria del pugilato sugli scacchi
di Francesco Garamanti
Come ogni evento di portata epocale, la vittoria di Sinner in semifinale contro Djokovic si era trasformata in un piacevole rompicapo, una profezia vergata in caratteri alieni tutti da decifrare. Cosa significa battere Nole 3 su 5, dominandolo in casa sua, nel torneo che ha vinto 10 volte in carriera? Jannik Sinner aveva completato la sua maturazione ed era pronto per vincere un torneo del Grande Slam? In finale contro Daniil Medvedev sarebbe stato il favorito oppure avrebbe pagato lo scotto della prima volta?
Simili domande ci hanno inseguito nelle 48 ore antecedenti la finale. Un tempo più che sufficiente per lottare con sensazioni contrastanti, costretti in uno strano limbo foderato di tensione, tra l’impulso alla scaramanzia e la consapevolezza della superiorità mostrata da Sinner nel corso di questa edizione degli Australian Open. Di certo il trionfo spartiacque su Djokovic, le prodigiose statistiche di Sinner da fine 2023 in poi (9 vittorie su 10 contro top 5, 3 vittorie di fila su Medvedev), la fiducia dei bookmakers nell’italiano contribuivano ad allietare la nostra vigilia, rischiando semmai di offuscare le difficoltà del match contro il russo, tutt’altro che semplice appendice di un torneo già vinto.
Eppure non riuscivamo ad abbandonare del tutto la paura di un brusco ritorno alla realtà, come se in fondo un interruttore maligno potesse spegnere di colpo l’abbagliante livello di gioco tenuto da Sinner dallo scorso ottobre. Come se la magia del momento potesse improvvisamente esaurirsi, una bacchetta di Sambuco ridotta in frammenti. Esaltavamo la tenuta mentale di Sinner, ma avanzavamo dei dubbi sulla continuità del suo servizio, o sul reale valore dei suoi avversari: Khachanov agli ottavi, Rublev nei quarti. Il mantra stakanovista di Sinner — che anche dopo la semifinale con Nole si era detto deluso dalla gestione del suo primo match point, quello nel tie-break del terzo set, ripetendo di dover migliorare — creava con la nostra fisiologica ansia da finale un cortocircuito da incubo.
FINALE SLAM 🦊🇦🇺 pic.twitter.com/CQlT88a2Z6
— Janniksin_Updates (@JannikSinner_Up) January 26, 2024
Passavamo al setaccio ogni aspetto del suo tennis, sottolineandone le lacune: serve ancora poche prime, agli ottavi ha concesso troppe palle break, ai quarti ha aspettato che Rublev si battesse da solo, vittima delle sue solite nevrosi. Per quanto ancora avrebbe giocato su una nuvola?
Dopo un’ora e mezzo dall’inizio della finale, con Medvedev avanti 2 set a 0, ci è sembrato che tutte le nostre paure si stessero concretizzando. Abbiamo scacciato come un pensiero cattivo, persino ingannevole, la striscia di vittorie di Sinner contro il russo. E la mente è corsa alle sei partite precedenti, vinte, o meglio dominate, tutte dal russo. Abbiamo temuto che questo dinoccolato Rasputin con racchetta avesse imparato dalle tre recenti sconfitte con l’italiano. Che avesse studiato Sinner a tavolino, trovando la giusta contromossa per ogni suo colpo.
In telecronaca su Eurosport, Barbara Rossi ha sottolineato più volte la facilità con cui Medvedev leggeva in anticipo gli schemi dell’avversario, facendosi trovare nel punto ideale per mettere in atto il suo canovaccio.
Medvedev sapeva di non poter reggere un lungo braccio di ferro — per la poca benzina rimasta nel serbatoio dopo le maratone con Ruusuvuori, Hurkacz e Zverev e perché Sinner nelle ultime sfide aveva dimostrato di reggere anche gli scambi più duri. Allora il russo ha fatto all-in su una vittoria rapida, in tre set, partendo a tutto gas nel tentativo di accorciare il più possibile gli scambi.
Questa tattica, già impiegata con profitto nella semifinale degli scorsi US Open contro Alcaraz, ha sorpreso forse più del dovuto Sinner, apparso all’inizio privo di contromisure, smarrito, alla ricerca continua di suggerimenti dal suo team. Nel primo set, complice l’84% di prime in campo, il russo ha mantenuto il comando degli scambi, tagliando il campo con colpi piatti e ficcanti, dal rimbalzo basso e insidioso. Irrigidito dalla tensione della sua prima finale Slam, Sinner ha tardato a carburare. Ha subito impotente l’iniziativa del rivale, abile nel togliergli il tempo sulla palla e obbligarlo a colpire all’altezza delle ginocchia anziché della vita.
Medvedev ha disinnescato uno schema classico di Sinner, un’azione di gioco che nei match precedenti gli aveva fruttato caterve di punti: la soluzione in lungolinea per aprirsi il campo, spostare l’avversario e chiudere entro i due colpi successivi. Il punto vinto dal russo sul 3-2, 0-15 del primo set la dice lunga sulla sua capacità di fiaccare la costante proiezione offensiva di Sinner, di bagnare le polveri dei suoi spari.
L’italiano trova profondità con la risposta di rovescio e l’azione si sviluppa su quella diagonale prima che Jannik tenti di cambiare con l’uscita in lungolinea, uno dei suoi colpi migliori. Medvedev però è rapidissimo e riesce a colpire un dritto incrociato piatto e preciso. Sinner tenta il recupero in allungo, ma il russo è già pronto ad avventarsi sulla palla per disegnare il campo col vincente di rovescio. È una dinamica che si ripete più volte, in fotocopia, anche sull’altro lato del rettangolo: sul 5-3, 40-40, Medvedev si guadagna il set point grazie a un prodigioso passante di rovescio, affatto infastidito dal lungolinea provato da Sinner.
Se il primo set aveva incrinato le nostre aspettative, il secondo va molto vicino a frantumarle in mille pezzi. Sinner è sotto un treno. Medvedev non si stacca dalla sua giugulare, e il martello pneumatico che ha nel rovescio si tramuta ora in un bisturi, ora in un pennello brandito da un pittore particolarmente ispirato. Per qualche minuto sembra che Medvedev possa vincere usando solo il rovescio. Lo racconta bene un punto all’inizio del parziale. Sinner propone una buona prima al centro, Daniil ci arriva in allungo. Si limita a impattare col rovescio, che però è in tale stato di grazia da generare una risposta liftata che pizzica la riga esterna.
Lo scambio si sviluppa sulla consueta diagonale, poi Jannik tira un cross profondo che contro qualunque altro giocatore al mondo gli consentirebbe di prendere in mano lo scambio. Ma Medvedev non sembra nemmeno faticare a flettere le gambe, colpire di controbalzo raggomitolandosi nell’angolo sinistro del campo, spedire lungolinea un rovescio imprendibile. Il russo comincia a servire più seconde, ma quando entra la prima ottiene il punto 9 volte su 10. Nel set tira 9 vincenti, come Sinner, ma con 6 gratuiti in meno.
Breakka l’italiano due volte, nel quarto e nel sesto gioco. È sopra 5-1 e servizio e il match sembra già volgere al termine. È a questo punto che avviene qualcosa. Che il germe della rimonta – insperata, impossibile – si fa strada nella testa di Sinner, e in quella di Medvedev. Cresce negli interstizi della partita, mette in moto gli eventi che conosciamo. Sinner è alle prese con l’asciugamano (a proposito, ha mai sudato così tanto?), si trova accanto al suo angolo. Vagnozzi suggerisce: «Usa questo game per fare qualcosa di diverso, anche sulla seconda vai dietro».
Cahill acconsente ma tace, l’atarassia del maestro che ha cieca fiducia nel suo pupillo. Sinner non ha neppure la forza di annuire, ma recepisce, e mette in pratica. Risponde da lontano, con colpi lavorati che rimbalzano alti e carichi di topspin. Medvedev si rilassa per un attimo, e viene breakkato. Il set andrà comunque al russo, ma è il primo segno che l’inerzia sta forse lentamente cambiando.
Ne abbiamo conferma nel terzo set. Il tennis è uno sport di reciprocità, in cui vale la legge aurea dei vasi comunicanti: se sale uno, scende l’altro. E infatti la partita di Medvedev comincia a essere la partita di Sinner. L’altoatesino serve con più continuità, mescola le carte, legge meglio la battuta dell’avversario. Le 20 ore abbondanti trascorse in campo dal moscovita prima della finale presentano, inesorabili, il loro conto salato.
Le gambe frullano meno, i colpi arrivano leggermente più lenti, rimbalzano leggermente più alti. È ciò che basta a Sinner per fare un passo dentro al campo, sentire meglio la palla e macinare gioco, aprire a poco a poco i rubinetti del suo tennis: il rovescio lungolinea, la risposta sempre più profonda, il dritto. In un batter d’occhio Medvedev si trova con l’acqua alle ginocchia, e poi alla gola.
Quello che dà il terzo set all’italiano (unica palla break del parziale, trasformata con la freddezza dei fuoriclasse) è un punto assolutamente à la Sinner, conferma ulteriore del fatto che il match si sta abituando a un nuovo padrone. Jannik risponde a una potente prima al centro con uno di quei suoi movimenti in allungo stile Mister Fantastic, degni dell’elasticità di Djoker; poi, sul successivo rovescio di Medvedev, slitta a sinistra da provetto sciatore, rimandando la palla al centro: il russo non fa in tempo a organizzarsi, e colpisce un dritto scoordinato che atterra fuori di un metro.
Al netto del punteggio identico (altro 6-4), il quarto parziale è rispetto al terzo decisamente più appannaggio di Sinner. Se sulla diagonale di rovescio Medvedev mostra qualche crepa, è la forbice crescente tra i dritti a scavare un solco sempre più profondo tra i due giocatori, fino a consegnare il match all’italiano. Forse il russo comincia a pensare alla rimonta subita da Nadal nel 2022, e alle molte sconfitte in finali del Grande Slam. La sua guerra lampo è fallita. Ora è costretto in trincea, a combatterne una di logoramento per cui non ha armi a sufficienza.
Sinner aumenta ancora i giri del motore e finalmente sprigiona tutta la sua potenza. Tornano i dritti esplosivi in cross e lungolinea che abbiamo ammirato contro Djokovic e in tutto il torneo, quelle «frustate liquide» di cui ha scritto Luca Baldissera. È vero, Sinner deve annullare un’insidiosissima palla break sul 3-3. Ma lo fa con un ace, confermando i progressi lunari compiuti nell’ultimo periodo in questo fondamentale. Quindi conquista il set da campione, di nuovo in modo chirurgico, sul 5-4 servizio Medvedev, picconando il labile muro russo a colpi furiosi di dritto.
Nel quinto parziale le nostre energie residue sono drenate quasi esclusivamente dagli scongiuri. Sappiamo che Sinner è probabilmente destinato a vincere, eppure vorremmo non vedere la Win Prediction del 65% a suo favore che appare tra le statistiche fornite in sovrimpressione. Sul 2-2 Sinner vince un punto durissimo uscendo dalla diagonale col lungolinea di rovescio e capitalizzando con lo schiaffo di dritto al volo: dal primo set il match si è capovolto come una clessidra. Ormai mancano solo pochi granelli di sabbia. Sabbia dolomitica. Sinner breakka nel sesto gioco, scardinando la difesa del russo ancora col dritto. Sul 4-2, 30-15, dopo un doppio fallo e giocando la seconda, vince uno scambio fiume da quasi 30 colpi, chiudendo con un dritto incrociato che è ormai un marchio di fabbrica.
È una scazzottata brutale che sfibra solo a guardarla, uno degli scambi a cui doveva pensare David Foster Wallace quando in Infinite Jest definiva il tennis un incrocio tra scacchi e pugilato.
Ma è anche la mannaia che cala sulla partita di Medvedev, spezzato in due dalla fatica, il naso bruciato, l’intero peso del corpo sulla racchetta. In cabina di commento Nick Kyrgios è incontenibile: «This is a joke?! Sinner is the king!», un gradito aggiornamento del «You’re not human, man» del Bublik a Miami nel 2021. Il match point è tutto un programma, la summa perfetta del Sinner 2.0 post-Pechino, del virtuale n. 1 del mondo: prima sulla riga, rovescio in lungolinea chirurgico, drittone in salto a chiudere negli ultimi centimetri di campo.
Un esercizio mentale
di Matteo Petrera
In un intervista a Che tempo che fa, Jannik Sinner raccontava a Fabio Fazio cosa significasse allenarsi con Novak Djokovic: “Impari in fretta; ha una cosa in più che ci devi giocare per capirla. Per me è molto importante vedere come ragiona di testa, e lui di testa è molto forte. Ci devi giocare”.
Era il novembre 2019, al termine di una stagione in cui aveva guadagnato 473 posizioni in classifica e vinto cinque tornei più le Next Gen ATP Finals. Da quel giorno, Sinner e Djokovic si sono incontrati sette volte, con un parziale di 4-3 in favore del serbo. Le tre vittorie di Sinner sono arrivate tutte nel giro di pochi mesi (la prima nella fase a gironi delle Finals 2023) e l’ultima qualche giorno fa, nella prima semifinale degli Australian Open, il regno tennistico di Novak Djokovic.
Sinner è arrivato a quella partita con il vento in poppa, forte di uno straordinario momento di forma e della consapevolezza di poter vincere. Questa volta però c’era una difficoltà in più, inedita rispetto a quelle precedenti e apparentemente proibitiva: era una semifinale Slam, appunto, e le semifinali Slam si giocano al meglio dei cinque set, la formula cucita su misura per la stregoneria del serbo.
E invece Sinner ha vinto, e lo ha fatto dominando una delle peggiori versioni di Djokovic in un torneo del Grande Slam. La partita però è stata tutt’altro che semplice, soprattutto dal punto di vista mentale.
Dopo i primi due set in cui è stato preso a pallate, Djokovic ha vinto il terzo in modo sporco, al tie break, come è solito fare. In quel momento, nonostante fossimo a migliaia di chilometri di distanza, abbiamo sentito sulla nostra pelle la sua magia nera. “Ecco” abbiamo pensato tutti. E forse lo ha pensato anche Sinner, mentre era in campo ad aspettarlo dopo un lungo toilet break.
Lo spettacolo si era riallineato al solito copione: Sinner di lì a poco sarebbe crollato mentre Djokovic avrebbe assunto la sua forma finale. E invece no. Sinner è rimasto lì, contro un Djokovic in crescita e contro la paura di cadere nella sua trappola.
Nel quarto gioco del quarto set il manifesto della mentalità di Sinner, nonché punto chiave della partita. Djokovic è sopra 40-0 e sta per chiudere un altro game facile al servizio. La prima al centro costringe Sinner a una riposta più corta, e il serbo finta il rovescio scegliendo una smorzata. Chiunque avrebbe lasciato perdere: il game è finito, perché sprecare energie sotto 40-0?
Sinner invece raggiunge la palla e in scivolata gioca una perfetta controsmorzata in diagonale. Vincerà il game ai vantaggi. Quel break significa vittoria e finale conquistata.

Se contro Djokovic i dubbi erano irrazionali, figli più della paura che della realtà, in finale con Medvedev abbiamo visto Sinner toccare realmente il fondo. Nel primo set il russo ha tenuto un livello forse mai raggiunto in carriera, sgretolando ogni certezza di Sinner. Il suo volto era scuro, in preda allo sconforto, e il suo sguardo era continuamente indirizzato verso l’angolo, in cerca di suggerimenti. Non avevamo mai visto Sinner con un linguaggio del corpo così negativo; la gestualità drammatica di chi si sente impotente, vittima della tensione e di un avversario in stato di grazia.
I pugni alzati dopo i (pochi) punti vinti erano attimi fugaci e in un certo senso finti, che nello scambio successivo lasciavano nuovamente spazio alla rassegnazione. “Cosa devo fare?” sembrava chiedere al suo angolo, lamentandosi delle sue scelte sbagliate e della totale copertura del campo di Medvedev. Sinner che allarga le braccia, che si asciuga affannato e che cammina a testa bassa. Sul 5-1 del secondo set la scintilla, tecnica e mentale, fatta scattare da Vagnozzi, che abbiamo raccontato prima. È lì che Sinner ha trovato per la prima volta un appiglio tangibile per credere nella rimonta.
E infatti nel terzo qualcosa è cambiato. Sinner stava meglio in campo, era più sciolto, ma è stato ancora vicinissimo alla sconfitta. Sul 4-4 40 pari al servizio, si avvicina al suo angolo esclamando: “Sono morto!”, con un’enfasi sull’ultima parola che ci ha tolto il fiato. Quell’istante è stato l’apice della difficoltà di Sinner, che era a due punti da perdere la finale.
Da quel momento il rifiuto categorico, eroico di perdere ha preso il sopravvento. E dopo aver tenuto quel complicatissimo game al servizio, l’avversione per la sconfitta si è tramutata in desiderio di vittoria. Medvedev calava e Sinner cresceva esponenzialmente. Nulla lo scalfiva più: il punto sbagliato in campo aperto dopo la palla corta, il dritto fuori giri steccato, i rovesci a rete e gli scambi estenuanti. Le cose che normalmente si conficcano nella testa e uccidono lentamente, Sinner le dimenticava in un istante.
Alla fine il suo tennis si è svelato totalmente, senza più limiti o contrazioni. Ha chiuso la partita con un dritto lungolinea scagliato a tutto braccio, e si è lasciato andare a terra più leggero che mai. È stata una partita tattica, iniziata male e poi sbrogliata con alcuni accorgimenti tecnici, ma è stata ancora una volta una straordinaria sfida psicologica. Quella testa che prima lo ha immobilizzato e affossato, si è poi rivelata la ragione principale della sua vittoria. Più tardi, in conferenza stampa, ha raccontato la sua soddisfazione “per essersi tirato fuori dalle difficoltà”.
La partita di ieri è un manifesto di tenacia; di come affrontare l’ansia, la paura, le insicurezze; di come gestire la gioia, l’esaltazione, le aspettative. Il tennis è prima di tutto un esercizio mentale, e Sinner oggi è il miglior tennista del mondo.
Il presente e il futuro del tennis
di Marco Bellinazzo
È forse un'esagerazione dire che, ad oggi, il più forte tennista del mondo è italiano? Come pochi altri sport, il tennis vive di momenti, dell'equilibrio instabile degli attimi, che si perde con un soffio ma che, se fotografato nel momento giusto, racconta l'immortalità fugace delle sensazioni. In questo senso, la percezione che gli ultimi mesi di tennis ci hanno inequivocabilmente consegnato è che nessuno, in questo istante della storia di questo sport, sia più forte di Jannik Sinner. Superiore in 3 delle ultime 4 occasioni alla più fedele rappresentazione umana dell'immortalità (che prende il nome di Novak Djokovic), capace di battere Daniil Medvedev per 4 volte consecutive, di cui 3 in finale: l'arco di tempo che segue la fine degli US Open e arriva fino all'Australian Open appena concluso racconta come nessun giocatore, alla vigilia di una partita contro Sinner, possa ora considerarsi il favorito.
Era quello che ci aspettavamo da lui?
Se sì, ce lo aspettavamo così in fretta?
Di sicuro speravamo che diventasse il giocatore che è oggi, capace di vincere ogni partita, capace di scrivere il suo nome nella storia, con la forza che serve per inciderlo anche attraverso i momenti più difficili. L’umanità che lo ha fatto romanticamente tremare di fronte all'idea della grandezza, per poi ritrovarsi in tutta l'illuminata lucidità del suo tennis quasi scientifico, è la stessa umanità che lo ha coricato sul cemento della Rod Laver Arena, steso dalla consapevolezza dell'impresa, dall'aver superato ancora una volta se stesso, ma questa volta in modo definitivo.
È tutto vero 🏆🇦🇺🦊
— Janniksin_Updates (@JannikSinner_Up) January 28, 2024
Grazie per la bellissima telecronaca @redsbi & @opocaj33pic.twitter.com/t7xRHbSH7z
È quel Sinner umano, che fino a un anno fa andava ripetutamente a sbattere contro Tsitsipas, il Sinner così umano da essere fermato dal suo stesso corpo, mentre la mente correva già veloce. Quello che forse, qualche amico frettoloso vi ha spiegato che non sarebbe mai diventato un campione come quegli altri, perché era così fragile, bravo ma senza sostanza. Ci ha scherzato sulla sua immagine gracile, dimostrando un'intelligenza che trascende il campo, che nella vita gli ha permesso di superare gli attacchi gratuiti di una stampa bigotta ed esageratamente avversa, dimostrando amore per il suo Paese nel suo modo: spendendosi in silenzio, crescendo, vincendo.
Dopo mesi di crescita meticolosa ma esponenziale, dove i pugni chiusi e gli occhi da battaglia hanno spazzato via le ultime incertezze su di lui, che quasi in un'altra dimensione diventava più solido partita dopo partita, nel momento del successo abbiamo rivisto il Sinner ragazzo.
Emozionato, forse anche un po' sporco, finalmente scomposto in quel crollo a terra, nel quale ci siamo idealmente uniti a lui, perché con lui abbiamo vissuto il percorso che lo ha portato a guardare il cielo australiano con un trofeo dello Slam tra le mani. In quanti casi nelle ultime settimane ci siamo ritrovati a pensare “un anno fa questa partita l’avrebbe persa”, sintomo di uno sviluppo quantomai tangibile, che lo ha reso in breve tempo solido in tutti i fondamentali, mentalmente incrollabile, fisicamente atletico.
Oggi la classifica ATP, una traduzione numerica degli ultimi dodici mesi di tennis, dice che Jannik Sinner è il quarto miglior giocatore al mondo, con molta più distanza dal quinto che dai due precedenti: fino a metà dello scorso anno questo sembrava a tutti noi (fatta eccezione per qualche vecchia gloria in cerca di attenzioni perdute) un risultato già di per sé straordinario. Oggi improvvisamente è una posizione che sembra quasi andar stretta all’altoatesino, che è diventato rapidamente materiale da numero uno, nel nostro immaginario.
Se dal suo 2023 ci aspettavamo la stagione della consacrazione, e da un certo punto in poi lo è diventata a tutti gli effetti, cosa aspettarci allora da un 2024 cominciato mettendo, con garbo ma anche decisione, i piedi sui primi gradini dell’Olimpo di questo sport? Se con ogni probabilità il risultato della finale con Daniil Medvedev non avrebbe comunque intaccato la sua parabola ascendente, perché è nel suo destino che sono incise le cose grandi e non è un solo risultato a riscriverlo, questo successo diventa non solo traguardo simbolico di un processo di consacrazione, ma anche punto di partenza di una stagione diversa.
È normale che nell’immaginario collettivo questa debba essere la stagione di Jannik Sinner, quella in cui ogni torneo parte con lui tra i favoriti, quella in cui si prende in modo definitivo un posto nell’élite, tra quelli che fanno paura, senza doverne avere.
“Ora mi conoscono, sarà più difficile” ha detto con quello stesso pensiero anticipatorio che in campo gli permette di leggere prima le intenzioni degli avversari. Lui sa che lo aspetteranno al varco, che sarà uomo da battere, sa che dovrà fare gara di testa con tutte le pressioni che questo comporta: lo Slam è il battesimo che porta Sinner ufficialmente tra i grandi e fa iniziare una fase nuova della sua carriera. Saprà gestirlo? Se c’è un aspetto sul quale anche i più scettici hanno sempre avuto pochi dubbi è proprio quello psicologico: di personalità e forza mentale Jannik Sinner ne ha da vendere, come ha già avuto modo di dimostrare nei primi appuntamenti importanti della sua carriera.
E se l’impatto con una finale da favorito (non solo secondo i bookmakers) è stato in qualche modo traumatico, l’azzurro ha trovato in sé una tempra tale da riuscire a superarlo già all’interno della partita stessa, mentre noi eravamo già pronti a spiegare che, per essere la prima volta, fosse normale aver subito un po’ la situazione. Non per lui, che a quei pronostici ha risposto non appena gli avevano voltato le spalle, dimostrando che ha saputo fare l’underdog, ma che è già pronto per fare il campione. Chi ha sempre creduto nell’ascesa di Sinner sa quanto sia stato necessario accettare anche degli alti e bassi senza fare l’errore di scambiarli per una repentina disillusione.
Oggi Sinner è diventato grande, ma non dobbiamo pretendere da lui tutto e subito, sapendo che arriverà dappertutto nei tempi adeguati, ma che nemmeno adesso ha senso aspettarsi quella perfezione che in certi momenti sembrava fosse l’unico standard accettabile per meritarsi la fiducia di tutti. Ma Jannik saprà gestirlo, come ha sempre fatto, con lo sguardo fisso al percorso e la serenità del campione. Perché Jannik Sinner è un campione.
Godiamocelo.
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