
Jannik Sinner, l'inscalfibile
Il tennista italiano è in semifinale a Melbourne e non ha ancora perso un set.
Che non fosse una serata di gala per il tennis di Jannik Sinner era intuibile fin dai primi game, quando al secondo turno al servizio aveva regalato due palle break all'avversario. Dall'altro lato della rete Andrej Rublev continuava a schiacciare la pallina con il martello che ha nel dritto. In fondo già gli ottavi, due giorni prima contro Karen Khachanov, erano stati una parata modesta del suo talento. Cominciavamo a chiederci dove sarebbe finita l'aura di infrangibilità che Sinner porta con sé dal finale fiabesco – Davis Cup e ATP Finals – della scorsa stagione. È arrivata davvero l'età del mito che si compie nel reale?
Parafrasando i versi di T. S. Eliot, il tennis è lo sport più crudele: offre la consolazione, più illusoria che concreta, che un punto valga come quello successivo, che ci sarà sempre un'altra occasione. Non è così. Quantomeno tra i professionisti è un vangelo che non regge tanto: in pochi possiedono le armi cognitive, prima che atletiche o tecniche, per decodificare le pieghe della partita, entrare nella pelle dell'altro tennista e scorticarla con la psiche.
E sempre quegli eletti, che in questo pezzo possiamo chiamare i primi uomini o tennisti a maneggiare il gioco sotto la veste spirituale, tagliano il filo invisibile che c'è tra la vittoria e la sconfitta, accomodano o respingono le istanze dei giocatori ordinari. Mi rendo conto che possa sembrare un discorso alieno all'usura innanzitutto fisica a cui sono sottoposti i tennisti in una partita del Grand Slam, eppure comprende un risvolto puramente materiale. Basterebbe chiedere a un qualunque avversario di Novak Djokovic, spesso trionfante attraverso una forza "oscura" – ne scrissi anche io dopo la finale degli scorsi Australian Open – complicata a spiegarsi per tutti coloro che vivono il tennis come atto meccanico, in cui a scontrarsi sono dritti a sventaglio, slice, rovesci a una mano; che sono una parte del tutto. Ma non sono tutto.
Qui ritornerei a Sinner-Rublev e alle due palle break a favore del russo. È il primo set e Sinner ha servito con timidezza, non attacca con l'accetta le linee del campo come suo solito. La partita si avvia a un lungo duello ad armi pari? Come se non bastasse Sinner serve la seconda sul 15-40 e lo scambio comincia con una risposta profonda di Rublev, che rimanda l'attacco dell'italiano.
3 - Esclusi Djokovic, Federer e Nadal, Jannik #Sinner è solo il terzo tennista di questo secolo a raggiungere le semifinali maschili agli Australian Open con cinque vittorie consecutive senza cedere un set all'avversario, dopo Andy Murray e Tomas Berdych. Serio. https://t.co/q1zthNXWgf
— OptaPaolo (@OptaPaolo) January 23, 2024
È una sensazione strana, ma guardando i pochi scambi di quel punto vi sfido a non notare come il campo sembri inclinato dalla parte di Sinner: da un lato della rete la pallina rallenta con pesantezza, dall'altro romba come un fulmine. Sinner mette i piedi sulla riga, comanda il gioco con l'aria di un ufficiale in missione, senza eccitarsi né deprimersi. Va tutto secondo i piani?
A Sinner sono bastati un dritto incrociato vicino alle righe e un servizio vincente per riequilibrare il match. O meglio, indirizzarlo definitivamente a suo favore. Più la partita andava avanti e più Rublev si faceva mangiare dall'ansia, picchiava in modo caricaturale. Ha spinto fino all'estremo il proprio tennis, uno sforzo gigantesco, eppure che non gli ha permesso di vincere neanche un set.
Da quel servizio vincente con cui il punteggio ha virato sul 40 pari, nel quarto game, Rublev ha perso 10 punti consecutivi – che gli sono costati il servizio e, quindi, il set. Di questi e altri errori possiamo tracciare un bestiario medievale:
- Un doppio fallo
- Un bel rovescio lungolinea di Sinner
- Un dritto gettato a rete, frutto di una sciatteria banale in coordinazione
- Una difesa reattiva di Sinner, a cui segue l'errore sotto pressione
Com'è potuto accadere?
Nel tennis, dicevamo, un punto non vale solamente un punto. È piuttosto il dominio mentale che un giocatore imprime sugli eventi, e cioè anche sullo stile di chi è dall'altra parte del nastro, a spostare il vento, a essere il perno attorno a cui costruire la vittoria.
Nel secondo set Rublev gioca bene: tiene una buona percentuale di prima in campo, è fluido e profondo in risposta, e il suo dritto picchiato attraversa il campo in largo scolpendo un gioco peculiare. Non c'è motivo di credere che possa perdere il set né la battuta. Le accelerazioni continue – ad esempio i due vincenti che segue con lo smash a rete sull'1-2 – mettono in crisi Sinner, lo inducono a sbagliare in palleggio, a posizionarsi male con il corpo.
Sinner che ha ancora le gambe sottili come uno struzzo, la faccia da ragazzino-comparsa di Heidi, la prossemica annoiata da boscaiolo del Montana che non abbandona le sue radici, i suoi posti. Sinner che gioca sempre il diritto torcendo gomito e avambraccio, scrutando il mondo da sotto la visiera del cappellino.
Abbiamo imparato ad amarlo così, perché lo è sempre stato: la cometa più luminosa del tennis italiano a neanche vent'anni, un evento nazionale che nessuno avrebbe sperato. Vivevamo nel ricordo, nella malinconia, eravamo schiavi del passato. In questi anni di pretestuose e risibili polemiche intorno al suo talento, Sinner, invece, non è cambiato per niente.
Continua a rispondere come un androide a palline che non dovrebbe neanche vedere. Come sul 4 pari, quando fa svegliare Rublev dalla beatitudine al servizio: un dritto incrociato, ormai il suo dritto affilato, che sembra essere un monito al russo: non illuderti, Andrej, la vita è una merda.
È da un po' che intorno a Sinner l'atmosfera da rarefatta, a tratti era rintracciabile persino una piccola delusione dinanzi ai successi di Alcaraz, si è trasformata in calore, ansia, trepidazione. Jannik Sinner è diventato eroe nazionale per la Coppa Davis, certo, e per le vittorie contro Djokovic, ma anche per la continuità religiosa che sprigiona in campo, che fa di lui uno dei migliori al mondo.
Più volte durante i cambi di campo si massaggiava l'addome, una notizia spettrale dopo la fatica occorsa per vincere agli ottavi contro Khachanov. Anche lì Sinner non aveva perso un set pur giocando sotto il suo livello, e alla fine aveva arrancato appoggiandosi all'aggressività del russo da fondo campo. Sta diventando una costante, cioè: Sinner che suda per rimanere vivo nel match, patisce il servizio, va sotto nel punteggio: e alla fine vince comunque.
Contro Khachanov le statistiche lambivano la mediocrità: aveva chiuso con il 55% di prime in campo, 3 doppi falli e 10 palle break concesse. Questo è un polo del discorso, l'assenza di brillantezza che circonda Sinner da dicembre. E però va tenuto conto anche del suo opposto: ad esempio, ha salvato 9 palle break impedendo a Khachanov di entrare davvero in partita, vinto 37 punti in risposta, mantenendo una buona percentuale (78%) di punti vinti con la prima di servizio.
Il tie-break del secondo set in cui ha recuperato a Rublev lo svantaggio di 1-5 rimarrà inossidabile nei ricordi che abbiamo di questo Sinner inscalfibile, alieno per gli standard del tennis italiano e, a questo punto, non solo. In Australia è la testa di serie numero quattro ma chi vorrebbe incontrarlo oggi?
«Mi alleno per partite del genere» ha detto Sinner in conferenza stampa, alludendo alla semifinale contro Djokovic. È la stessa logica follia che lo ha condotto a risorgere, like the legend of the fenix, dopo il dritto inchiodato con cui Rublev aveva quasi chiuso il secondo set. Dopo un servizio vincente, era stata la volta di uno scambio lungo e brutale.
Sinner ha trovato l'angolo alla destra con il suo dritto in cross, squadrando il campo a suo piacimento. Il pubblico di Melbourne si è alzato in piedi per applaudire ed è come se avesse messo l'accento sulla differenza tra i colpi asettici di Rublev e quelli esiziali di Sinner. Il russo distruggeva la pallina e il gioco stesso, ormeggiando il suo tennis su una dimensione monolitica – 10 volte ai quarti di finale negli Slam e 10 sconfitte, di cui 8 in tre set... – mentre Sinner manipolava la fatica e il sudore donando alla partita una linfa vitale che partiva dalla mente. Riusciva, come l'ideale dell'uomo rinascimentale, a essere sia l'uno che l'altro: un indomito faticatore e un intellettuale che controlla le masse.
Il punto dopo ancora è vessatorio. Rublev serve uno slice ingenuo al centro e permette a Sinner di entrare nello scambio; l'azione si sviluppa sulla diagonale di rovescio e l'italiano attacca andando vicino all'incrocio delle righe: il fendente con cui Rublev lo ricaccia nell'angolo è terribilmente potente ma piatto, asciutto. Tutto secondo i piani. Sinner alza la racchetta alla spalla e carica il lungolinea che spezza le gambe di Rublev: la pallina atterra sulla sua traiettoria di corsa ma il russo è in ritardo e quando impatta quella sparisce in una buca infinita, dove giacciono i colpi reconditi che direzionano una partita – o un torneo?
Certo la vittoria di Sinner non è arrivata solo grazie all'aura da profeta di un nuovo rigoroso ordine morale del tennis. A differenza di qualche giorno prima contro Khachanov, il suo servizio sciatto ha trovato direzioni nuove, effetti irriducibili alla risposta. Con la seconda al corpo ha attutito le imboscate di Rublev, che in un paio di punti non ha fatto neanche in tempo a scegliere l'impugnatura. Conoscendo l'avversario ha giocato sui suoi spostamenti: Rublev in allungo fatica a spingere con il dritto e finisce per battersi da solo. Nel terzo set è andata più o meno così.
Ha commesso 8 errori gratuiti in meno, effettuato 32 vincenti – gli stessi di Rublev – ma soprattutto Sinner ha vinto la maggior parte degli scambi sotto i 4 colpi: 71 contro 57. Pur senza toccare le guglie della cattedrale del suo gioco da incubo per gli avversari, si è rivelato un giocatore migliore di Rublev, più completo, più esperto e quindi più influente nel corso degli eventi. Venerdì mattina giocherà in giardino contro il padrone di casa, Novak Djokovic.
Sinner è alla seconda semifinale Slam in pochi mesi, dopo aver battuto lo stesso Djokovic in Coppa Davis e per tre volte di fila Daniil Medvedev, che dall'altro lato del tabellone si giocherà la finale a Melbourne con Sascha Zverev.
All'inizio del terzo set, la macchina da presa ha inquadrato Rublev nel suo angolo, con gli occhi vitrei mentre urlava come uno squilibrato: «Era sotto cinque a uno!». Non vi ricorda niente? Nessun potere occulto nella vittoria delle partite, nessuna plateale e nervosa superiorità che ha a che fare solo lateralmente con la tecnica?
È anche per questo che non si può rimanere indifferenti non solo di fronte alla vittoria apparsa "semplice" contro Rublev ai quarti, ma anche al messaggio subliminale che una vittoria del genere porta in dote. Ormai siamo immersi nell'incipit del grande romanzo di Jannik Sinner, dell'affermazione globale che prescinde la superficie su cui si gioca o l'avversario sorteggiato dal tabellone.
Chi avrebbe pensato che, a poco meno di un anno di distanza, avremmo sorriso ripensando alle sconfitte amare di Wimbledon proprio contro Djokovic, a Miami contro Hurkacz, a New York contro Zverev, a Melbourne stesso contro Tsitsipas. Ci sentivamo fortunati già solo per essere arrivati fino a quel punto, vicino a Sinner. Ci chiedevamo se ci saremmo rimasti abitualmente, o se magari sarebbe andata a finire come con Berrettini. Eravamo preparati al dramma, alla parte della storia in cui ci si commuove perché il protagonista diventa l'anti-eroe, forgiato dal dolore.
Eppure questa volta la sensazione è che non ci sia nessuna lacrima da asciugare, nessuno coccio da raccogliere dopo il torneo: quella di Sinner è una storia monastica, di dedizione alla vittoria, una grandezza diventata ordinaria perché non ammette eccezioni.
Da qualche giorno, pensando di scrivere di Sinner, ho in mente uno stralcio di una vecchia canzone di Franco Battiato: «I tempi stanno per cambiare». Ecco, per il tennis italiano, Jannik Sinner i tempi li ha cambiati davvero.
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