Copertina Federico Redondo
, 24 Gennaio 2024

Federico Redondo, nel nome del padre


Il figlio di Fernando è l'ultimo interprete del ruolo del 5 argentino.

Per i primi sessantacinque anni di storia del calcio i giocatori sono scesi in campo senza numeri sulle maglie. L’unico modo per identificare un calciatore era associarlo alla posizione che esso ricopriva in campo. Questo, ovviamente, lasciava spazio a parecchia confusione: il calcio era ancora interpretato come una rincorsa alla palla più che con una concezione di gioco organizzato con schemi e strategia. In Gran Bretagna si gioca ancora al calcia e corri: l’obbiettivo era buttare la palla più lontano dalla propria porta e rincorrerla come uno sciame mal organizzato e caotico. L'introduzione dei numeri di maglia, quindi, diventa una scelta quasi necessaria quando il calcio comincia a essere visto da più spettatori nello stadio e addirittura a essere raccontato per radio.

La prima partita documentata disputata con i numeri sulle maglie risale al 25 agosto 1928, quando l’Arsenal affronta lo Sheffield Wednesday e, in contemporanea, il Chelsea ospita lo Swansea Town. In quell’epoca in Inghilterra si giocava con un modulo che prevedeva due difensori, tre centrocampisti e cinque attaccanti: il 2-3-5, per l’appunto. Era quello anche il momento in cui Chapman cominciava a rivoluzionare il gioco con il suo Arsenal, disegnano una linea di tre difensori schermata da due linee composte da due centrocampisti ciascuna e, infine, un’altra linea di tre attaccanti. Letta graficamente questa nuova disposizione ricordava una W e una M, e queste due lettere abbinate diedero il nome al nuovo modulo inventato da Chapman, che si chiamerà WM o Sistema. 

Più o meno in tutte le parti di mondo dove veniva praticato, il calcio si è evoluto secondo i dettami e le innovazioni britanniche. L'unica reale eccezione allora era costituita dall’Argentina. Fino agli anni cinquanta del novecento l’Argentina – e in piccola parte l’Uruguay – è stata un'entità a parte rispetto a tutto il resto del mondo calcistico. Per quanto i suoi tifosi possano non accettarlo, il calcio albiceleste deve tutto ai britannici, dato che sono stati proprio loro a fondare e battezzare tante delle squadre che ancora oggi esistono. Ciononostante, gli argentini si sono sempre sentiti differenti (e superiori) rispetto a tutto il resto del mondo, tanto da chiamare il loro modo di giocare “la nuestra”, per riaffermare il loro modo di intendere il gioco. Questo isolamento autoimposto ha influenzato anche i numeri di maglia, che in Argentina, più che in altre parti del mondo, sono stati associati ad un ruolo preciso. Due esempi emblematici di questo fenomeno sono il numero dieci, associato all’enganche, il trequartista, e il numero sette, assegnato all’ala estrosa e dribblomane come El Loco Housemann. Se questi esempi rendono bene l’idea di quanto un numero possa appicciarsi ad un ruolo fino a identificarcisi completamente ce n’è un altro che più che ad un ruolo corrisponde ad una funzione, ad un compito che è indivisibile rispetto ad il numero che lo rappresenta: il cinque.

Il cinque nel calcio argentino corrisponde al ruolo del volante, o per meglio dire di Volante (con la lettera maiuscola). Nato a Lanús nel 1910, Carlos Volante passò anche per la Serie A, con Napoli, Livorno e Torino ma sarà in Brasile – dove era sbarcato per sfuggire alla Prima Guerra Mondiale – che forgerà un modo unico di interpretare il ruolo di centrocampista davanti alla difesa tanto che quando si doveva descrivere un calciatore spesso si usava la formula “juega como Volante” per elogiarne la qualità, per poi passare a identificare totalmente il ruolo con il centrocampista argentino: infatti, ancora oggi in Sudamerica il centrocampista davanti alla difesa, o il cinque, si chiama volante.

In Argentina il cinque ha quindi permeato talmente tanto la cultura calcistica che, il suo ruolo ha preso un ruolo quasi più importante del dieci. “Un dieci non può giocare bene se dietro non ha un buon cinque e un cinque senza personalità non può esistere." Con questo assioma, l’ex San Lorenzo Roberto Telch descriveva la prerogativa principale per un buon cinque argentino. Una delle prerogative principali per giocare da volante è quindi la personalità che potremmo declinare in preveggenza, non si tratta di una dote soprannaturale ma della capacità di vedere prima quello che succederà in campo. Ciò che un cinque deve saper fare è guidare la squadra nel suo insieme, decidendo se alzare il baricentro o se essere più attendisti o se smistare la palla a destra o, fungendo da baricentro della squadra, secondo quando illustrato dall’ex attaccante dell’Huracán Carlos Babington. 

Un calciatore che ha saputo come nessuno interpretare il ruolo di cinque è stato Fernando Redondo. La nostra storia, però, inizia in un momento crepuscolare della carriera di Redondo, che nel gennaio 2003 sta cercando di ritrovarsi per regalare ai tifosi del Milan gli ultimi lampi di una carriera punteggiata dal genio. Redondo è stato uno dei migliori centrocampisti della sua epoca, dotato di un talento cerebrale e di una comprensione del gioco smisurata, tanto da divenire la pietra angolare del Real Madrid dei Galacticos. Redondo è tutto ciò che si possa desiderare da un numero cinque: è intelligente, altruista, tecnicamente eccelso e capace di colpi di genio che da soli valgono la noia di altri novanta minuti piatti e vuoti. Tutto questo si condensa nel taconazo di Old Trafford con il quale ridicolizza Berg per poi spalancare la porta a Raul, che deve solo appoggiare in rete. Un gol dove c’è tutto il Redondo che, però, nel 2003 sembra evaporato, costretto dalle circostanze a guardare gli altri giocare mentre lui arranca per recuperare da un infortunio che lo ha portato ad autosospendersi lo stipendio, in segno di rispetto verso i tifosi che stanno aspettando. Se dal punto di vista professionale è un momento complesso sul piano personale Redondo è in uno dei suoi momenti migliori, a Madrid, dove la sua famiglia è rimasta la moglie Natalia ha appena dato alla luce il terzo figlio della coppia: dopo Fernando e Luciana è nato Federico. 

Federico Redondo non farà in tempo ad avere coscienza del padre come calciatore ma, per una sorta di legge del contrappasso rovesciata, finora è l’unico calciatore per il quale si può spendere il paragone con il padre. Fernando termina la carriera un anno dopo la nascita di Federico – vincendo una Champions League e una Coppa Italia con il Milan – e rientra in Argentina dove il più piccolo dei suoi figli inizia a muovere i primi passi nel mondo del calcio. Lo fa in uno dei settori giovanili più floridi di tutto il mondo, ovvero sia quello dell’Argentinos Juniors, che ha sfornato talenti come Cambiasso, El Bichi Borghi, Riquelme e, ovviamente, Maradona e Redondo stesso. Il settore giovanile dell’Argentinos Juniors è talmente florido che viene soprannominato "Semillero del Mundo", "il vivaio del mondo", ed è uno dei punti forti, se non il più forte, della squadra della Paternal. 

Federico completa tutta la trafila nell’Argentinos Juniors fino a che Gabi Milito decide di schierarlo come cinque titolare contro il Tigre l’11 giugno 2022, che il Bicho vincerà per 2-1. Sin da subito il tempo sembra riavvolgersi. Un volante, destro, estremamente elegante, con una spiccata comprensione per quello che succede ai quattro angoli del campo e che, per di più, sulla schiena ha scritto Redondo. A differenza del padre, Federico non ha ancora mai giocato in un centrocampo dove fosse l’unico vertice basso ma sempre affiancato da un altro centrocampista; Gabi Milito gli affianca quasi sempre Franco Moyano, a cui vengono affidati quasi esclusivamente compiti di interdizione, nel suo 3-4-2-1 e che con Federico forma una coppia molto ben assortita dove l’ordine e il caos la fanno da padrone.

Ciò che salta subito all’occhio nel guardare giocare Federico è la sua capacità di muoversi come se fosse legato da uno spago invisibile ai suoi compagni: tiene sempre le distanze giuste rispetto a chi lo circonda e, sapendo leggere il gioco in maniera eccelsa, ha le qualità per trovare i suoi compagni anche con palloni lunghi, saltando le prime linee di pressione. Secondo Antonio Rattín, ex centrocampista del Boca, il cinque deve essere il termometro della squadra, stabilendo se l’assetto da adottare sia più offensivo o attendista; Redondo interpreta il ruolo ponendosi sempre al centro dell’azione e condizionano i movimenti dei suoi compagni senza, però, risultare mai invadente ma anzi assomigliando quasi ad un’ombra, che condiziona quello che ha intorno anche senza agire direttamente.

Gabi Milito predilige una squadra compatta e corta, sempre improntata al pressing in avanti e Federico è il cervello di questa organizzazione, dirigendo il pressing per farlo essere sempre alto, così da recuperare il pallone il più vicino possibile alla porta avversaria. Una volta riappropriatosi del pallone, Federico fa la cosa più redondiana del suo bagaglio tecnico: orientare il corpo ancora prima di ricevere il pallone, creando un vantaggio senza nemmeno toccare la sfera; come il padre, Federico è un maestro nel determinare dove andrà il pallone ancora prima di riceverlo e, quando il pallone è calamitato verso di lui, impiega pochissimi tocchi a smaltirli, imponendo il suo ritmo alla squadra. 

Federico è appena all’inizio, però sembra già sovradimensionato rispetto all’Argentinos Juniors. Nonostante questo, però, il padre ha già smentito un suo possibile passaggio al Boca o al River e ancora meno un salto transoceanico verso l’Europa – nonostante in Germania si inizi già a parlare di un interesse del Wolfsburg e recentemente sono uscite voci che lo accostano al Milan – motivando questa scelta con la volontà di terminare la formazione calcistica di Federico in patria. Qualunque sia il percorso di crescita di Federico è già bellissimo poter rivedere un centrocampista che fa le cose che faceva Fernando, a maggior ragione se sulla maglia c’è scritto – ancora – Redondo sopra a un numero 5.

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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