, 22 Gennaio 2024
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I migliori punti della prima settimana degli Australian Open


Una raccolta per riassumere la prima settimana del primo Slam dell'anno.

Nessun altro Slam possiede il fascino sorprendente dell'Australian Open, un torneo in cui molto raramente vengono rispettati i pronostici della vigilia. Certo, qualcuno obietterà che negli ultimi venti anni ci sono stati solo due exploit – Safin nel 2005 e Wawrinka nel 2014 – capaci di togliere la corona del successo dalla testa dei Big Three. Questo, tuttavia, un discorso quasi ontologico che riguarda la schiacciante superiorità di entità semi-divine quali Djokovic, Federer e Nadal rispetto a tutti i loro contendenti umani.

Guardando ai finalisti delle scorse edizioni, invece, si comprende in maniera più immediata come in Australia le gerarchie instaurate al momento dei sorteggi delle teste di serie spesso si scontrino con il clima infernale, gli stati di forma ambigui d'inizio stagione e i comeback insperati di vecchi campioni. Negli ultimi sei tornei, ad esempio, oltre ai Big Three sono arrivati in finale quattro giocatori diversi: Marin Cilic nel 2018, Dominic Thiem 2020, Daniil Medvedev nel 2021 e nel 2022 e Stefanos Tsitsipas l'anno scorso.

La prima settimana non ha prodotto notizie da prima pagina - se non l'eliminazione di Holger Rune per mano del francese Arthur Cazaux in quattro set al secondo turno - ma la stessa cosa non si può dire riguardo al puro intrattenimento tennistico: scambi elettrici, giocate fantasiose e punti dolci che ci hanno ricordato il significato della sveglia in piena notte per guardare i primi turni di uno Slam che si gioca dall'altro lato del mondo.

Ne abbiamo selezionati 7 - i nostri preferiti - per fare un bilancio provvisorio delle sorprese e delle conferme di questo Australian Open 2024. I colpi d'artigianato di Mannarino, le difficoltà di Medvedev, la grandezza naturale di Sinner e di tanto altro ancora. Buona lettura.

Cazaux vs Griekspoor, o il passante reverse

La palla servita da Griekspoor è quella del potenziale break e conseguente 5-1 in favore di Arthur Cazaux, wild card francese a un passo dalla seconda settimana dell’Australian Open. Per quanto possa sembrarvi strano, non siete in un universo parallelo o in una realtà parodizzata. Cazaux-Griekspoor è veramente il terzo turno di uno Slam, Cazaux è davvero in vantaggio due set a zero, e soprattutto ha effettivamente sconfitto Holger Rune nel turno precedente.

Griekspoor serve esterno a 199 km/h e Cazaux ci arriva in extremis allungandosi di rovescio. È una di quelle risposte che assomigliano a una parata, dove il ricevitore respinge in stirata per evitare l’ace. Una risposta dalle pretese basse, eseguita con il solo obiettivo di finire dall’altra parte della rete e costringere l’avversario a un colpo in più. A prolungare l'agonia competitiva.

Cazaux riesce a dosare bene la forza e trovare addirittura profondità, guadagnandosi qualche istante in più per tornare verso il centro e ristabilire la posizione. Griekspoor però, complice anche la situazione di punteggio, è passivo con le gambe e non sfrutta al meglio il grosso vantaggio prodotto dal servizio, ritrovandosi a giocare una palla corta tutt’altro che semplice.

Arthur Cazaux è nato a Montpellier nell’agosto del 2002. Se oggi parliamo di lui è per merito del suo idolo Rafael Nadal, che Cazaux vide in televisione all’età di tre anni, nell’edizione 2005 (o 2006, visto che è nato ad agosto) del Roland Garros. Nonostante non sia tra i più alti del circuito, una delle sue armi migliori è sicuramente il servizio. Nelle quattro partite giocate a Melbourne ha servito 61 ace, con 10 doppi falli e una percentuale di prime superiore al 60 per cento.

La smorzata di Griekspoor è un po’ alta ma atterra molto vicino alla rete. I piedi di Cazaux sono veloci e nonostante il contropiede, riesce a raggiungere la palla prima del suo secondo rimbalzo. Quando entrambi i giocatori si trovano sotto rete il tennis diventa uno sport caotico e frenetico, dove gli schemi scompaiono per lasciare spazio all’istinto. Griekspoor scavalca Cazaux al volo, ma anche stavolta il suo colpo non è definitivo. Il francese insegue la palla e riesce a raggiungerla rapidamente. Quindi le passa di fianco, calcola le distanze, e con una torsione di 180° colpisce un passante lungolinea in salto che coglie completamente impreparato il suo avversario. Qualcun altro avrebbe preferito dare spettacolo con un tweener, perdendo molto probabilmente il punto. Lui no.

Cazaux alza il dito al cielo e chiama a sé il pubblico, ma non ce n’è bisogno. Il ragazzo del 2002 con l’orecchino e il taglio di capelli alla moda è una delle migliori sorprese dell’Australian Open, ed è già un beniamino.

Mannarino vs Shelton, o la filosofia della stop volley

Quando Adrian Mannarino scende in campo nessuno spettatore ha un buon motivo per accorgersi di lui. Se escludiamo il dritto mancino affilato, che gioca come un garbuglio della realtà – una cosa che esiste ed è semplicemente strana perché, appunto, esiste – Mannarino è un uomo poco più che trent'enne piuttosto anonimo, normale. Che vinca o perda non fa drammi, è atarassico.

Ha l'aria assente di un impiegato, e il suo tennis non si ciba della ferocia che le nuovi generazioni hanno introdotto. Mannarino sembra giocare tra amici, per il piacere di farlo, senza alcuna aspirazione di fama, soldi o successo. Il completo che indossa ce lo ricorda ogni volta: i colori spenti da circolo di provincia, figli di una palette ordinaria. Tutto il contrario dell'aria da fighetto di Ben Shelton.

È uno scontro generazionale sbilanciato ai nastri di partenza: dove si avvia la modestia da mezz'età di un francese spento contro lo charme di un ragazzino statunitense che si è già brandizzato un'esultanza? E soprattutto, praticano davvero lo stesso sport, il monaco Mannarino e il dandy Shelton?

A quanto pare sì e lo scontro dei loro stili in questo Australian Open è stato appagante.

A metà del terzo set Ben Shelton è in vantaggio 3-1 e serve per annullare una palla break. Nei game precedenti era stata brutale la freschezza con cui la sua risposta aveva svitato i cardini del servizio di Mannarino, troppo docile per impensierire un avversario così aitante. Shelton aveva trovato diversi vincenti con il rovescio lungolinea, tutti conclusi con urla goduriose: non aveva ancora vinto, ma stava iniziando ad assaporare l'odore del sangue nemico.

La risposta di Mannarino è artigianale ma serve per cominciare lo scambio, Shelton dà uno schiaffo potente alla palla ma quella riatterra dal suo lato pochi secondi dopo il rovescio di Mannarino. Allora l'americano gioca una palla corta ed è come se non avesse la sensibilità per effettuarla: gli esce piatta, perfetta per la contro-smorzata di Mannarino, che invece abbandona le corde della racchetta con una dolcezza inimitabile.

Mannarino ha colpito la pallina a rete o con le dita ha suonato un'arpa? Comunque il movimento dei piedi di Shelton è repentino, si difende bene, ancora con un dritto pretenzioso. Shelton va in trincea a ogni scambio, gioca con una rabbia vendicativa di un personaggio di Robert Eggers. Dall'altro lato del campo, invece, la delicatezza di Mannarino, che con la stop volley chiude il punto, si porta la racchetta dietro la schiena, sorride e forse si meraviglia di sé, del proprio talento, del momento di gloria che sta vivendo.

L'Australian Open di Mannarino si è chiuso qualche giorno dopo, sotto la furia di Novak Djokovic, eppure è stata una vittoria. «A un certo punto ho smesso di pensare al dolore che avrei provato alla fine della partita» ha detto dopo aver battuto Shelton al quinto set.

Adrian Mannarino, 35 anni, non è mai stato meglio di così.

Sinner vs de Jong, o l'incrociato stretto

Il percorso di Jannik Sinner a Melbourne è per ora filato liscio e senza intoppi, con quattro match vinti abbastanza facilmente, tutti in tre set. Dopo lo scorso finale di stagione dove ha fatto sognare tutti, Sinner sembra non aver risentito della pausa e ha ricominciato a picchiare come ci aveva abituato. Il suo tabellone all'Australian Open 2024, fino alla sfida con Khachanov, era ampiamente alla portata e l'altoatesino non ha tradito la aspettative. Tre match in cui Sinner ha travolto gli avversari senza alcuna pietà, in cui la vittoria ci sembrava solamente un atto formale.

In uno di questi abbiamo visto un colpo che sta diventando sempre di più il trademark, come il banana shot di Nadal o il rovescio in scivolata di Djokovic. Si tratta di un dritto incrociato strettissimo che riassume perfettamente il suo gioco d'anticipo e di spinta. Oggi l'agnello sacrificale è de Jong, ma la lista delle vittime è lunga e di certo non si fermerà.

L'olandese gioca un ottimo quindici, riuscendo a rispondere efficacemente a un servizio a 196 Km/h. Lo scambio parte e si assesta stabilmente sulla diagonale di dritto, con de Jong che trova profondità e pesantezza. Basta però un colpo leggermente più corto perché Sinner assuma il comando, e così accade. La velocità e l'angolazione della sua palla aumentano, mentre le traiettorie del suo avversario si accorciano. Appena ha a disposizione un angolo per colpire, Sinner taglia perfettamente il campo, e dalla linea di fondo all'altezza del corridoio scaglia un dritto incrociato fulmineo che rimbalza sull'angolino più basso del rettangolo del servizio.

La bellezza di questo gesto risiede paradossalmente nella sua replicabilità. Quella di Sinner non è una giocata unica ed estemporanea, ma un colpo codificato nel suo tennis e possibile solo a lui, che colpisce meglio di tutti e più forte di tutti. Una vera e propria signature move.

Il miglioramento tecnico segue a ruota l'evoluzione mediatica fuori dal campo. Sinner è quel ragazzo che fa autoironia sul suo fisico e dribbla con il sorriso (e classe) domande scomode riguardo la sua racchetta. Tutto ciò che lo circonda – i Carota Boys per esempio – è accolto dal pubblico e dagli stessi colleghi con positività. Se agli albori della sua carriera la narrazione sul suo conto tendeva verso il personaggio del predestinato freddo e iper-serio, ora si sta consolidando come uno dei più tennisti più simpatici e amati dell'intero circuito. E da oggi ha anche un colpo speciale.

Medvedev vs Ruusuvuori, o l'anti-Medvedev

È difficile guardare Daniil Medvedev giocare a tennis nei momenti di sfiducia. I suoi piedi si fermano, rendendolo un essere umano troppo grande, troppo alto per l'agilità richiesta a un atleta contemporaneo. Nei primi due set contro Emil Ruusuvuori non c'è niente che gli vada bene: Medvedev è piantato a fondo e subisce ogni scelta presa dal finlandese.

L'imprecisione comincia ad attanagliare il tennis di Ruusuvuori già verso la fine del secondo set, ma quello di Medvedev a confronto è ridicolo. Il punto finale che porta Ruusuvuori avanti 2-0, con Medvedev così lontano dalla palla da buttare a rete un rovescio che per lui dovrebbe essere banale, è esemplificativo della forbice di rendimento che c'è tra il Medvedev zen e il Medvedev nervoso.

Pochi tennisti hanno avuto la stessa capacità cerebrale di incunearsi nelle pieghe del tennis dell'avversario e, scambio dopo scambio, cominciare a spuntarne tutte le armi. È il re della tattica, Medvedev, e ogni volta che il punto si allunga la pallina scivola meglio sulla sua racchetta; lui si muove con fluidità maggiore, rassicurato dalla complessa ragnatela che ha costruito per vincere.

Contro Ruusuvuori, nonostante la vittoria finale al quinto, ha perso un punto non da lui. Era il quarto set, sul 5-5, e il finlandese serviva sul 15 pari: poteva essere la sliding door della partita. In difesa, ormai lo sappiamo, Medvedev si allontana dalla linea di fondo come se fosse la sua kryptonite, e comincia a martellare da vicino i cartelloni pubblicitari.

L'idea è chiara: vuole attaccare Ruusuvuori sul rovescio un po' sciatto che ha messo in mostra per tutta la partita – e che lo porterà, nei punti chiave, proprio a venire eliminato. Il tennis di Medvedev è stranamente reattivo, però: sulla diagonale del rovescio non prova mai il vincente, sembra muoversi sempre con un istante di ritardo.

Ruusuvuori, dal canto suo, mette i piedi in campo appena quello glielo consente e per un paio di volte va vicino a vincere il punto, con un dritto incrociato e uno a sventaglio. Medvedev si difende fino all'estremo, ma al secondo tentativo di palla corta di Ruusuvuori reagisce con la pesantezza di un elefante. Ruusuvuori alza un pugno al cielo, sa che è una delle ultime opportunità che ha per portare la partita a casa; Medvedev incrocia il suo angolo con lo sguardo torvo che ha nelle difficoltà.

Medvedev che ha sempre l'attitudine dei personaggi di Lev Tolstoj, vittima di una dannazione che gli cattura l'anima. Alla fine ha vinto contro Ruusuvuori, Auger-Aliassime e Borges: nonostante tutto, è ai quarti dell'Australian Open. Pensate se dovesse iniziare a brillare.

Djokovic vs Popyrin, o il continuo ribaltamento

Guardando i primi turni di Djokovic all'Australian Open ci accorgiamo di quanto le cose alla fine non siano cambiate. Il serbo ha perso un set sia con Prizmic che con Popyrin e in alcuni frangenti è sembrato in seria difficoltà. Ma la sua magia nera ha poi preso il sopravvento, investendo entrambi i suoi avversari come è solita fare.

Sono le classiche partite a la Djokovic di cui conosciamo già l'esito, e che hanno contribuito a definire il suo ruolo di villain del tennis. Djokovic scherza con le speranze di avversari nettamente più deboli, lasciando loro l'inerzia della partita temporaneamente (uno o due set), per poi ribaltarla quando conta.

Questo punto contro Popyrin è esattamente uno di quei momenti diabolici in cui Djokovic dà l'impressione di non farcela. Lo scambio stesso è un continuo ribaltamento di fronte, dove l'inerzia ha cambiato più volte la sua direzione, finendo alla fine dalla parte dell'australiano.

Il suo servizio esterno spinge Djokovic fuori dal campo e il successivo dritto in contropiede lo costringe a un colpo difensivo facilmente attaccabile, ma Popyrin arriva un istante troppo tardi. Gioca una volée complicata sui piedi dell'avversario, che alza un lob con le sembianze di un vincente. L'australiano però ci arriva e tira su un campanile disperato ricacciando Djokovic indietro. Questo attacca con uno smash da fondo e Popyrin si difende con un back che rimbalza incredibilmente sulla riga; è uno di quei momenti in cui si riesce veramente a sentire lo stupore del pubblico. Djokovic deve ricominciare di nuovo; Popyrin invece ha recuperato e passa subito all'attacco con un altro dritto incrociato.

Sembra di essere ripartiti da capo. Il serbo si difende, l'australiano avanza ma ancora una volta il suo approccio a rete è poco incisivo. Djokovic, ormai fuori dal campo, prova il passante incrociato, ma l'australiano capisce prima le sue intenzioni e gli basta appoggiare una volée per chiudere il punto.

Popyrin guarda il suo angolo alzando timidamente le braccia al cielo. Lui ci crede, anche se sa perfettamente che il flusso della partita cambierà presto. Più avanti avrà addirittura tre set point sul servizio di Djokovic per andare sopra 2-1. Non c'è bisogno che vi diciamo come sia andata.

Bonus: Kalinskaya vs Stephens, o il dritto bombardato

Negli ultimi anni, a differenza della consueta noia che genera negli spettatori la prima settimana di uno Slam nel tennis maschile, in cui c'è poco o niente da scoprire, ci sono pochi punti fermi nel femminile. Uno di questi è proprio l'effetto straniante, il colpo di teatro.

Per riassumere questa natura spettacolare del tennis WTA abbiamo scelto il dritto con cui Anna Kalinskaya – 25 anni, best ranking 51 nel 2022 – ha ricoperto di mine l'altra parte del campo battuta da Sloane Stephens – 30 anni, finalista al Roland Garros nel 2018 e vincitrice dello US Open nel 2017 - durante il primo set del terzo turno dell'Australian Open femminile.

(Avremmo potuto scegliere anche la stop volley o il passante di Stephens nel tie-break spettacolare del primo set, in realtà: è stata una partita intensa, piena di scambi interessanti e tele tattiche tessute con astuzia da entrambe le tenniste.)

In questo caso la sagacia con cui Kalinskaya si costruisce il punto, prima reagendo all'attacco di Stephens con un bel lungolinea e poi, con l'avversaria ancorata nell'angolo sinistro, è eccezionale: la russa bombarda con un dritto inside in che ha pescato un angolo impossibile.

Kalinskaya ha vinto al terzo set affidandosi a un gioco rischioso, con rovesci profondi fino all'incoscienza. Oggi ha battuto facilmente la nostra Jasmine Paolini, e visto il ritiro di Svitolina per infortunio, chissà che non stia pensando alla possibilità di arrivare fino in fondo.

Bonus: Dimitrov vs Fucsovics, o la magia del polso

Del tennis estetico di Dimitrov abbiamo già parlato e non serve farlo ulteriormente. Anche il suo avversario al primo turno degli Australian Open, Marton Fucsovics, è un giocatore bello da vedere.

Il protagonista dello scambio qui sotto però non è né Dimitrov né Fucsovics, ma il polso. Ai bambini che si approcciano al tennis si dice sempre di non usarlo, in modo tale da imparare i movimenti di braccio, gambe e busto, ma quando il livello si alza diventa una componente imprescindibile. Il polso è la nostra fonte di sensibilità, quella parte del corpo che prima incanala e poi rilascia l'energia cinetica che produciamo.

Dimitrov e Fucsovics ce ne danno una dimostrazione. Il bulgaro disegna un passante strettissimo di rovescio che sta per sfilare via, ma l'ungherese, di spalle e in controbalzo, lo trasforma con un colpo di mano in una perfetta contro smorzata. La magia del polso in una delle sue forme più spettacolari.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

  • Classe 2003. Ama i talenti inespressi e i giocatori ipertecnici. Ora studia Comunicazione e Società.

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