
José Mourinho è affondato di nuovo
Il suo esonero testimonia un fallimento collettivo.
La notte del 31 maggio 2023 José Mourinho si presenta ai microfoni della sala stampa della Puskás Arena. Annuncia all’Italia, all’Europa e al mondo la decisione di lasciare la Roma; lo fa scoppiando in un pianto mesto e liberatorio. Nell’amarezza della bruciante sconfitta nella finale di Europa League contro il Siviglia, il portoghese trova la lucidità e il raziocinio per capire che quella è la decisione migliore da prendere, per lui e per la squadra. I suoi video in lacrime e con la voce rotta dalla commozione riportano alla mente la notte del 22 maggio 2010: in lacrime, ancora, abbraccia Materazzi, di fatto annunciando il suo addio all'Inter. Mourinho, in fondo, il ragionamento che ha avuto la freddezza e il coraggio di fare è lo stesso.
“Questo è l’apice, questo è il massimo”, deve aver pensato, “meglio di così non potrà andare”. Ha ben chiara una cosa: la finale di Budapest, anche se persa, è l’apogeo della carriera giallorossa, come la finale di Madrid lo era stato per quella nerazzurra. Sarebbe impossibile chiedere di più da sé, dai suoi giocatori, dai suoi dirigenti. La Roma, che in passato aveva bruciato allenatori emergenti senza alcuna pietà, stavolta ha ridato a José Mourinho una credibilità che i tre esoneri di fila sembravano aver esaurito. Al suo arrivo a Roma sembrava totalmente estraneo ai vertici del calcio mondiale: la rottura con gli Spurs sembrava il capolinea fragoroso di una carriera in caduta libera. Le due finali in due anni, tutto sommato, potevano segnare la sua rinascita.
Mourinho a Roma è tornato ad essere un allenatore amato e vincente: lasciare così significherebbe regalare alla propria carriera credibilità e autorevolezza necessarie per sperare di rimanere ad allenare ad alti livelli per un paio d’anni. Se ne andrebbe da vincitore anche se perdente. Se ne va salvaguardando la sua legacy e soprattutto la sua faccia, la cosa più importante per un cultore dell'immagine come lui. Se ne va salvando il futuro di una squadra esausta, felice ma psicologicamente e tecnicamente svuotata da due anni drenanti.
In questo mondo parallelo, la notte del 31 maggio 2023 è l’ultima di José Mourinho allenatore della Roma; nel mondo reale, l’ultima notte è quella del 15 gennaio 2024, un giorno dopo la sconfitta contro il Milan, vista da squalificato nel gelo della tribuna di San Siro.
Che Mourinho potesse veramente essere esonerato veramente sembrava uno scenario di fantasia. Nel suo triennio la Roma ha toccato il fondo diverse volte: il 6-1 in casa del Bodø/Glimt il primo anno, il 4-0 a Udine il secondo, il 4-1 di Genova il terzo e tutti i derby nel mezzo, quasi tutti persi in modo atroce, guardando la Lazio come un condannato a morte guarda il suo boia. Ognuno di questi è sembrato l'ultimo momento, quello in cui Mourinho era inchiodato alle sue responsabilità, un'altra testa da tagliare come quelle dei suoi predecessori. Da quasi tutti questi momenti, però la sua Roma è risalita, con fatica, con dolore, con sofferenze, inseguendo imprese - in Conference League il primo anno, in Europa League il secondo - che illuminavano di gioia un grigiore che la Roma si porta dietro da sei anni.
José Mourinho ha alternato nella sua Roma depressioni tremende e successi incredibili, spesso senza soluzione di continuità; anche per questo motivo aspettarsi un suo esonero, anche dopo l'ennesimo derby perso, anche dopo l'ennesima imbarazzante sconfitta contro una rivale per il quarto posto, anche dopo l'ennesima conferenza stampa in cui ha scaricato le sue responsabilità su giocatori e dirigenza, era semplicemente impossibile. Forse, anche questa volta, la convinzione, forse inconscia, sicuramente flebile, era rivederlo risorgere dalle ceneri.
Il comunicato, gelido, con cui la dirigenza romanista ha annunciato il suo esonero è stato una bomba atomica su San Pietro. Per l'ultima volta ha riportato tutti – veramente tutti – a parlare di José Mourinho. Subito dopo, però, i social della Roma hanno riproposto un'altra immagine, molto più calda e vitale: Mourinho con la Conference League sulla spalla. Era d'altronde impossibile trovare un'immagine più adatta per ringraziarlo se non quella con cui, una volta per tutte, si è legato, in modo inscindibile, a Roma, alla Roma e soprattutto ai tifosi della Roma.
La carriera, e soprattutto la narrazione, di José Mourinho si regge sull'iconografia e sulle immagini prima ancora che sulle vittorie. La corsa per il gol di Costinha contro lo United nel 2004 e quella sul prato del Camp Nou nel 2010; le risse con Guardiola prima e Wenger poi; il silenzio intimato alle telecamere di Old Trafford, i discorsi in cui inchioda Dele Alli alla sua fragilità. Anche mettendole in fila non si può non vedere un momento in cui la sua reputazione inizia a macchiarsi, in cui la spavalderia soppianta i risultati. Le immagini delle lacrime dopo la vittoria della Conference League avevano, però, quasi invertito il tempo e obliterato tutto ciò.
Il problema è rappresentato proprio da quel quasi: se la sola vittoria di Tirana poteva essere abbastanza per ottenere credito eterno dai suoi tifosi – almeno da parte di essi – era prevedibile, quasi auspicabile e sicuramente legittimo, che non sarebbe stata abbastanza per una proprietà che in tre anni ha investito centinaia di milioni nella Roma senza ottenere nessun altro risultato. Quasi nessun allenatore prima di Mourinho era riuscito a riempire così tanto l'Olimpico; praticamente nessuno era riuscito a guadagnarsi così tanto credito da una tifoseria che fino a due anni prima era nota per aver masticato e sputato qualsiasi allenatore appena meno che perfetto; veramente nessuno aveva vinto un trofeo internazionale. Certo. Però, nel calcio moderno, oltre che il modo di fischiare i rigori è cambiato anche lo standard che si chiede a certi allenatori, specie a fronte degli investimenti fatti dalla famiglia Friedkin.
Non riconoscere la fallacia di tutto ciò che la gestione Mourinho ha rappresentato nei progetti a lungo termine della Roma è un esercizio di fede. La Roma di Mourinho non ha mai migliorato il piazzamento in campionato, non ha mai raggiunto una qualificazione in Champions e non ha mai dato la sensazione, se non per un breve momento a inizio 2022, di aver intrapreso la direzione giusta per arrivarci.
Trovare i confini delle responsabilità di Mourinho, va detto, è tremendamente difficile. A settembre, analizzando il terribile avvio di stagione della Roma, era impossibile non notare le storture tecniche e tattiche presenti in una squadra costruita quasi solo con prestiti e parametri zero. Tiago Pinto – le cui dimissioni sono già state annunciate per la fine del mercato – però non ha lavorato mai alle spalle di Mourinho. E Mourinho stesso, verosimilmente, è arrivato a Roma sapendo bene a chi e a cosa andava incontro, per quanto abbia cercato in ogni modo possibile e immaginabile di cambiarlo.
Arrivare a cinque mesi dalla scadenza di contratto con un esonero è una beffa per lui ma anche per una società che ha usato in modo strumentale la sua immagine, che ha ridisegnato le proprie strategie di lungo termine per offrirgli i profili che chiedeva (Rui Patricio, Abraham, Matic, Wijnaldum, Dybala, Lukaku) e che ora si ritrova a dover ricostruire da zero un organigramma tecnico e dirigenziale, facendo i conti con una situazione economica e finanziaria disastrosa. È anche una beffa per i tifosi, soprattutto per quelli che nei mesi scorsi avevano testardamente continuato a difendere a spada tratta il proprio generale, pervasi da una furia mistica che ormai sembrava fuori luogo o almeno fuori tempo. Quando la Roma ha iniziato a imbarcare acqua, si era già capito che, probabilmente, José Mourinho sarebbe andato a fondo con essa.
Non è un fallimento individuale
Il fallimento della gestione Mourinho non è solo il fallimento di Mourinho – verrebbe da dire che, alla fine di tutto, lui è quello che sembra aver fallito di meno – ma il fallimento di tutti i compromessi che la Roma ha dovuto accettare per averlo. Il suo esonero è la dimostrazione che, come per il Tottenham due anni prima, una squadra come questa Roma semplicemente non si può permettere un allenatore come Mourinho e non si può permettere le sue esigenze. Non se lo poteva permettere nel 2022 e, a conti fatti, men che meno se lo poteva permettere nel 2024.
Anche a distanza di due anni e mezzo, come o perché la Roma abbia deciso di affidare un progetto tecnico così instabile e acefalo a un allenatore che, già in passato, ha sofferto questi contesti resta un mistero; un mistero forse spiegabile solo con la cieca speranza della dirigenza romanista di trovare in Mourinho una figura miracolosa che compensasse tutti i loro difetti. Con queste premesse, non diverse da quelle che avevano accompagnato il duo Monchi-Di Francesco nel 2017 e Petrachi-Fonseca nel 2019, auspicare un successo duraturo era ascrivibile al pensiero magico più che a una seria programmazione aziendale. E d'altronde Mourinho a Roma si è dimostrato un essere umano; uno migliore della media, forse, ma che, come tutti gli umani, poteva sbagliare e ha sbagliato.
Per la Roma è evidente come l'esonero di Mourinho sia semplicemente la soluzione più comoda, così come lo era stato quello di Di Francesco e il non-rinnovo di Fonseca. "L'allenatore" è l'unica risposta che la proprietà ha saputo o voluto dare alla domanda "Cosa possiamo cambiare?". Una logica pigra, certo, ma resta comunque difficile biasimare una proprietà che, per motivi economici e di appeal, non può buttar giù la casa e ricostruirla come fosse il Manchester City – squadra citata spesso da Mourinho, forse anche per illudersi di avere ancora una qualche rivalità con Guardiola – specie dopo aver investito quasi 30 milioni sulla sua guida tecnica.
In quest'ottica si può forse risolvere la dicotomia colpa di Mourinho-colpa dei giocatori che ha infestato un dibattito pubblico già tremendamente tossico; insomma, tanto Mourinho poteva chiedere di più ai suoi giocatori quanto il contrario. In tre anni, quasi tutti i miglioramenti presentati nella rosa della Roma sono arrivati dal calciomercato e, per un ironico paradosso, molti dei pochi giocatori che sono realmente cresciuti nel sistema di Mourinho sono proprio quelli che la tifoseria ha finito per disprezzare più genuinamente: Roger Ibañez, trasformato in meme per i suoi errori nei derby prima di essere prontamente spedito in Arabia Saudita, e Bryan Cristante, eletto come simbolo del tracollo della Roma negli ultimi sei anni e bersagliato ben più del dovuto. A loro poi si accompagnano forse Edoardo Bove, le cui prospettive ultime sono ancora poco chiare, e Gianluca Mancini, comunque inserito in un contesto tattico non ideale per le sue qualità.
L'esperienza di Mourinho a Roma può essere visto come un fallimento manageriale, per non essere riuscito a cucire un'idea di calcio veramente compatibile col materiale umano, e come un fallimento comunicativo, per aver finito con intossicare ancora di più un dibattito già povero quanto feroce intorno alla Roma; al tempo stesso, può essere vista come un successo manageriale, per aver vinto un trofeo, e come un successo comunicativo, per aver riportato centinaia di migliaia di persone allo stadio. L'esperienza di Mourinho a Roma, in un solo concetto, è stata complessa: in tre anni il portoghese ha diviso e unito, distrutto e costruito, spesso nello stesso momento.
Ora per la Roma si apre una fase nuova: chi sostituirà Tiago Pinto a febbraio dovrà per forza di cosa fare i conti con le macerie di un progetto tecnico nato male e finito peggio, in cui Mourinho ha pagato, solo in parte giustamente, le colpe di tutti. L'esonero del portoghese si può percepire come un affronto a una tifoseria che, nei fatti, era divisa nel suo complesso ma non nella sua entità più viscerale, quella della Curva Sud che, anche durante il naufragio, ha sempre dato appoggio incondizionato al suo allenatore e alla sua narrazione, per quanto logora e sbiadita.
Forse è anche per sopravvivere al rinculo di una narrazione così forte che la proprietà ha puntato su De Rossi, una figura coagulante nella narrazione della romanità e del romanismo, che sette anni fa diceva di voler tornare nella sua Roma da allenatore per vincere qualcosa ma che, nei fatti, ci è arrivato sembrando immaturo anche solo per la lotta salvezza in Serie B.
Alla fine, questo è il trucco della proprietà: mettere un altro uomo più grande della sua stessa squadra, un parafulmine gigante per schiodarsi dalle proprie responsabilità, sperando – invano, viste le reazioni di parte della tifoseria che aveva ormai subordinato il suo romanismo alla presenza di Mourinho – che l'immunità acquisita da Mourinho passi al suo erede in panchina, a prescindere dal fatto che i prossimi 6 mesi potrebbero diventare i più drammatici, a livello di ambiente e di classifica, da quasi vent'anni.
Macerie di una narrazone
Se però da una parte c'è una Roma distrutta nella sua anima, dall'altra c'è un Mourinho che per la quarta volta ha mancato clamorosamente il momento giusto per farsi da parte. La parola fine alla storia giallorossa del portoghese non è stata pronunciata dalla sua bocca; non è arrivata dopo un crescendo di risultati ed emozioni; non è stata scritta con i favori della sua narrazione. Mourinho se ne è andato da Roma con la coda fra le gambe e con la porta sbattuta alle sue spalle.
In questi anni abbiamo scoperto la vera natura del Mourinho crepuscolare: un capopopolo, un influencer, forse anche un politico prima che un allenatore, sempre più attento a curare e indirizzare l’immagine e la percezione mediatica di sé e della sua squadra piuttosto che gli aspetti tecnici e tattici. La continua necessità di addossare le proprie responsabilità a cause esterne e misteriose forze cospiratrici in combutta per sabotarlo; l’utilizzo strumentale della sindrome d’accerchiamento per compattare la tifoseria attorno al suo carro; il costante svilimento delle risorse a sua disposizione, fino a immolare alcuni dei suoi ragazzi come veri e propri capri espiatori sull’altare della gogna mediatica – come testimoniano le vicende di Karsdorp e Zaniolo.
Nei due anni e mezzo a Roma, Mourinho ha incarnato l’archetipo del leader populista: ha lasciato volutamente in secondo piano ogni discussione sulla gestione tecnica e tattica della squadra, dedicando una cura ossessiva e maniacale a guidare e manipolare l’interesse mediatico attorno alla Roma. Non è una novità, questa strategia in Italia la conosciamo fin troppo bene per la quantità di proseliti che ha fatto; e forse proprio qui ne risiede la sua fine: la retorica di Mourinho col tempo è diventata più riconoscibile di qualsiasi idea o proposta tattica a sua disposizione. Ma se ai tempi dell’Inter la sovraesposizione mediatica era strumentale e si accompagnava ad un lavoro e ad un rendimento sul campo di sostanza e di livello, la sensazione è che a Roma questo sia stato solo un enorme strumento per nascondere ogni suo errore.
Sul lungo periodo Mourinho ha pagato le conseguenze della sua retorica: non è riuscito a far accettare alla sua dirigenza quel mantra che invece ha trovato un terreno così fertile in certi ambienti del tifo giallorosso. La narrazione promossa da Mourinho, quella che vorrebbe la Roma come una squadra troppo scarsa per la sua stessa dimensione – quella della lotta per il quarto posto da cui, nonostante tutto, dista 5 punti – e tenuta tecnicamente insieme con lo sputo ha funzionato pienamente con una grande parte di tifoseria, che è arrivata a rinnegare il suo stesso capitano per difendere il suo allenatore, ma sicuramente non con una proprietà che, alla fine, gli ha chiesto il conto dei suoi investimenti.
Il triste finale di questa storia d’amore è allora paradossale, quasi un contrappasso di stile dantesco. Dopo trenta mesi da padrone assoluto della città, Mourinho se ne va senza poter fare l’unica cosa davvero rilevante per la sua legacy e per la sua carriera, ovvero scegliere quando andarsene. Ha cercato di manipolarlo, probabilmente facendo leva su voci pubbliche notoriamente amiche, ma senza mai ritrovare un riscontro da parte di una dirigenza la cui unica indicazione è stata che un eventuale rinnovo sarebbe dovuto essere meritato. A Budapest, José Mourinho avrebbe potuto andarsene da eroe – sconfitto, certo, ma comunque un eroe – ma alla fine lo ha fatto da cattivo, cadendo nella stessa retorica perdente che prima aveva sempre odiato.
Ciò che resta di una legacy
Il quarto esonero consecutivo di Mourinho impone, però, anche una riflessione sugli ultimi anni della sua carriera.
Da ormai otto anni José Mourinho si è invischiato in contesti emotivamente pesanti, finendo sempre per essere respinto in modi via via più violenti e con risultati sempre peggiori.
Il primo esonero poteva sembrare il naturale rigetto di un Chelsea che, dal suo primo addio, ogni anno ha sempre logorato e triturato ogni allenatore al suo interno, portandolo a esaurirsi entro due, massimo tre anni. Più o meno lo stesso si può dire del suo secondo: quello dallo United sembrava, e in effetti è stato, ridimensionato dalla complessa situazione che i Red Devils vivono ormai da un decennio. Per certi versi, l’esperienza a Manchester di Mou può essere vista come la risposta sbagliata a una domanda mal posta da parte di una proprietà che da anni cerca di curare la malaria con acqua e zucchero.
Già il fallimento dell’avventura londinese negli Spurs inizia però a prendere una traccia diversa. Sulla panchina del Tottenham Mourinho è stato colpevole di aver dilapidato il patrimonio tecnico che aveva ereditato dalla gestione Pochettino. Il portoghese non è mai riuscito ad entrare in sintonia con la squadra e con l’ambiente, così come non è mai stato in grado di far proprio e indirizzare il progetto tecnico e societario. Il risultato è stata l’azzeramento di quel ciclo generazionale che, per quanto ai titoli di coda, sembrava avere ancora qualcosa da poter dare.
Alla Roma, però, José Mourinho era arrivato per costruire da zero, per modellare a sua immagine e somiglianza una squadra per certi versi più piccola di lui, che poteva contare su una società ben disposta e su un ambiente gli ha riservato un trattamento d’affetto e fiducia incondizionata secondo solo a quello che ha avuto per le sue bandiere, anche dimenticando i dispiaceri che da lui ha ricevuto in passato.
Il peso simbolico di quest'ultimo esonero è che ad averlo rigettato non è stata più una squadra che doveva vincere trofei in successione, ma una squadra che voleva – doveva – uscire dall'anonimato e tornare semplicemente dietro a chi i trofei in serie li vince per davvero. L’uomo che ha costruito la Roma che vince a Tirana e gioca a Budapest è lo stesso che ha guidato la Roma al peggior girone d’andata in 30 anni, che ha allenato una squadra che ha segnato l’ultimo gol in un derby nella primavera del 2022 e che ha portato un gruppo sull'orlo della crisi di nervi.
Per José Mourinho, di Mou, cosa resta? La prospettiva di un'altra medio-grande che vuole provare a prendere l'ultimo brandello della sua tunica di vincente? Il giro in Arabia Saudita che aveva promesso qualche mese fa? O semplicemente il ritiro? E, soprattutto, quanto ancora potrà attingere alla sua legacy, ormai sempre più appoggiata su grandi successi sempre più datati e su fallimenti sempre più recenti? Forse, per il bene della sua reputazione, la comodità di casa sua e l'affetto della sua famiglia è quello a cui Mourinho dovrebbe ambire. Soprattutto per il suo bene.
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