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Genoa Bologna
, 17 Gennaio 2024

Il calcio ci fa accettare la noia?


In una società sempre più frenetica, il calcio sembra andare nella direzione opposta.

Viviamo nel secolo del rifiuto della Noia. Siamo costantemente bombardati da notifiche, notizie, meme e stimoli visivi di qualunque tipo. La Noia, ormai, assume i tratti di un lusso che non siamo più in grado di concederci. La pressione soffocante della società capitalistica ci impone di sacrificare ogni giorno, ora o minuto sull’altare dell’unico dio moderno: l’utile.

Non appena ci fermiamo, non appena smettiamo di adempiere alla nostra funzione di macchine produttive, subentra il vuoto. La noia, che per Giacomo Leopardi rappresentava “il più nobile dei sentimenti umani”, viene oggi accolta con affanno; anzi, viene scacciata con forza, scambiata per una pigrizia che innesca in noi un senso di colpa biblico. Quella della partita di calcio è una delle poche dimensioni del vivere contemporaneo in cui instauriamo un rapporto con la Noia. La mettiamo in contro. La accettiamo, senza avvertirne il vuoto esistenziale. Pensiamoci: per quante delle nostre passioni siamo disposti ad accogliere una percentuale così alta di momenti vuoti? Nel calcio, l’obiettivo finale è fare gol: l’intrattenimento offerto da una partita è misurabile col numero di occasioni prodotte all’interno della stessa. Ma ogniqualvolta ci rechiamo allo stadio, in cuor nostro, siamo consapevoli che esiste la possibilità di assistere a un pallido 0-0 senza occasioni prodotte (0xg, si direbbe oggi). Eppure questo non ci disturba.

Non ci dissuade dall’idea di recarci allo stadio o di guardare una partita intera in televisione. Accettiamo la possibilità di imbatterci nella Noia, quindi di rendere quei novanta minuti più recupero un tempo non produttivo nella nostra giornata. Un tempo che i latini avrebbero definito otium, in quanto slegato al giogo dell’utile. Quante altre volte ci capita, un’esperienza simile? Studiamo per il voto all’esame, facciamo la spesa per mangiare, guardiamo una serie per emozionarci, ci innamoriamo per completarci, ordiniamo cose futili su Amazon per colmare un vuoto interiore. C’è sempre un fine. Ogni azione, ogni gesto è orientato a qualcos’altro; deve essere utile.

Se anche ci riferiamo ad altri sport come il basket o il tennis, visto l’alto punteggio, che la partita sia esteticamente appagante o meno, abbiamo la certezza che i punti verranno assegnati in continuazione, dunque lo sport in questione realizzerà il suo obiettivo, e noi, a ogni punto segnato, proveremo il rilascio dopaminico tipico del passaggio dal mezzo (l’azione nel basket, lo scambio nel tennis) al fine (il punto). Nel calcio non è così: una partita può finire 0-0. Può capitare che non si raggiunga l’obiettivo finalistico dello sport in questione, ovvero segnare, tradendo così il principio dell’utile. Non c’è alcuna soddisfazione finale, ma solo un coitus interruptus che si prolunga per novanta minuti.

Anche una partita con 31 gol può essere molto noiosa.

È come se le macchine di una cartiera, pur funzionando in tutti gli ingranaggi, smettessero di produrre carta. Potremmo ammirarne tutti i passaggi produttivi, provando appagamento di fronte alla preparazione delle fibre o alla pressatura, ma mancherebbe il risultato finale: la carta. Mancherebbe ciò che rende utile l’intera operazione. Allo stesso modo, assistendo a uno 0-0 senza occasioni, siamo testimoni dell’affanno di due squadre che, spesso pur con meccanismi di gioco ben oliati, tentano in ogni modo di produrre occasioni per segnare, per portare a compimento il senso del calcio, ma non ci riescono. Fraseggiano, si scambiano il pallone, mettono in atto gli schemi provati in allenamento, ma mancano all’appuntamento con l’utile, come uno studente che dopo un mese di studio intenso non si presenta all’esame. È vero, anche altre fonti di intrattenimento come il Cinema, specie quello d’autore, passano per fasi del racconto più lente e noiose, ma lo fanno sempre per realizzare un fine.

Un film si prende spesso delle pause per presentare i suoi personaggi, per immergerci con delicatezza nella sua atmosfera, e poi farci sobbalzare dalla sedia o struggere dall’emozione nell’ultimo atto. Non è una noia fine a se stessa, bensì una noia utilitaristica, costruita a tavolino nell’ottica del raggiungimento dell’utile. Nella noia di un Verona-Empoli 0-0 in un lunedì di ottobre, invece, non c’è nulla di costruito a tavolino -nessuno sceneggiatore sarebbe coì sadico. Ci sediamo sul divano, e prendiamo la decisione di dedicare novanta minuti a uno spettacolo che potrebbe non offrire nulla.

Se ci chiedessero razionalmente per quale motivo lo stiamo facendo, forse, nemmeno sapremmo rispondere. Quando nostra madre passa per la sala quasi fingiamo di cambiare canale, come se non fossimo in grado di giustificare di avere investito quel tempo in una - noiosa - partita di calcio. Come se ce ne vergognassimo. Quel che è paradossale, è che spesso lo facciamo dopo una giornata intera passata a rincorrere scadenze, doveri e consensi dettati dall’utile. Ci affanniamo tutta la giornata per fare tutto, inglobare tutto, divorare tutto, e una volta finito il tempo del dovere, ci dedichiamo a uno spettacolo che potrebbe offrire il nulla. È forse proprio questa sospensione tra il tutto di un 5-5 ricco di occasioni e ribaltamenti e il nulla di uno 0-0 apatico ad elettrizzarci.

0-0 noioso

Per novanta minuti mettiamo in pausa non solo il mondo esterno, ma persino il principio primo su cui, oggi, esso si regge. Ci immergiamo in una dimensione esistenziale parallela, e per larghi tratti, almeno che non giochi la nostra squadra del cuore (in tal caso, il coinvolgimento emotivo scalza la noia), ci sentiamo come quei tanti personaggi dei film anni ’70-’80, d’estate, a fissare il soffitto annoiati, senza la possibilità di distogliersi dalla noia con altre distrazioni a portata di mano. Spesso, è proprio in quei momenti di pausa dal dovere, che i personaggi dei film avevano le idee più illuminanti. Questo perché la noia ha una sua nobiltà di fondo: ci fa avvertire - disse Pascal - “la nostra nullità, il nostro abbandono, la nostra insufficienza, il nostro vuoto”.

Per scalare questo muro di malinconia, siamo costretti a inventarci qualcosa. Siamo costretti ad essere creativi. Prendere in mano il cellulare e demandare a tre ore di TikTok o reels da quindici secondi l’uno il compito di sconfiggere la noia al nostro posto, non solo è una soluzione di comodo, ma è anche un’occasione persa. Terminata la scorpacciata di contenuti-distrazione, droga fugace del nostro secolo, ci sentiamo di nuovo vuoti, proprio come quando subentra la noia stessa. Se invece la accogliamo, la Noia, sfruttandola per la sua faccia più seducente, possiamo renderla otium: tempo per la cura di noi stessi, per un piacere fine a se stesso. Un unicum, in una società in cui ci si affanna per 10/12 ore al giorno, spesso, per l’utile di qualcun altro.

Così, davanti a uno 0-0 contrassegnato da passaggi orizzontali e spioventi a casaccio respinti dalla difesa avversaria, ciascuno spettatore trova la sua personale, creativa soluzione alla Noia; chi decide di focalizzarsi sui movimenti di un solo giocatore, magari un numero dieci dalle movenze eleganti, un Griezmann, da solo fonte di spettacolo valevole del prezzo del biglietto: lo ammiriamo per i suoi passaggi corti calcolati, per il modo in cui, prima di ricevere il pallone, gira la testa più volte, a destra e a sinistra, per memorizzare lo spazio attorno a lui. Come con un quadro a una mostra, in questo caso si ritaglia la cornice e ci si focalizza su un unico dettaglio che cattura la nostra attenzione: Grizou diventa un ballerino di Degas nell’angolino del quadro. Il resto del dipinto nemmeno lo guardiamo, ci basta quel dettaglio per giustificare il nostro interesse, per farci sentire vivi.

Non avremo visto gol segnati né occasioni, ma si è trattato di un’esperienza estetica a tutti gli effetti; poi c’è chi fissa la partita con sguardo perso, ma in realtà è come se fissasse il soffitto sdraiato sul letto di casa sua: ripensa alle ultime parole dette dalla sua fidanzata, ci ha letto del risentimento, forse il loro rapporto è in una fase stagnante, la fiamma passionale dei primi tempi si è ormai sopita. La partita diventa un sottofondo, una colonna sonora che fa da sfondo al fluire dei nostri pensieri, come un assolo di Jazz; infine c’è chi di fronte alla più noiosa delle partite ha un approccio più analitico al gioco, e si intrattiene setacciando le scelte tattiche delle squadre: dalla fase di costruzione fino alla prima pressione. Spesso a fine partita viene sbeffeggiato dai suoi compagni di stadio, perché mentre gli altri pensavano alla propria ragazza o ai volteggi di Griezmann, lui è l’unico che ha trovato avvincente una battaglia strategica tra due grandi menti (gli allenatori) che ha prodotto la bellezza di zero occasioni. La bellezza si nasconde negli scorci più misteriosi, anche e soprattutto nel calcio.

Gli approcci sono infiniti. La creatività umana è un oceano talmente vasto che persino gli algoritmi faticano a riprodurla. Ma ciascuno di questi approcci risponde a un’esigenza atavica dell’essere umano: prendersi del tempo per sé, sottraendosi al ruolo di macchina produttiva che il mondo contemporaneo vorrebbe assegnargli. Il calcio, ogni tanto, ci concede l’opportunità di confrontarci con un sentimento che abbiamo privato della sua originaria nobile natura. Ogni tanto per venti, trenta o addirittura novanta minuti ci lascia a secco, senza concederci alcun evento straordinario, chiedendoci di riempire quei buchi che lasciano spazio alla nostra immaginazione. Ma non accade forse lo stesso anche nella vita?

La Noia ci ricorda cosa significhi essere umani: provare un senso di vuoto di fronte alla nostra finitezza, e tentare di superarlo col mezzo più potente che abbiamo a disposizione, la bellezza. La bellezza che c’è in un tocco di suola di Griezmann o in una triangolazione ben orchestrata. Che poi si segni o meno, non importa. L’utile a tutti i costi, lasciamolo ad altre dimensioni della vita. Ce n’è già abbastanza in giro. È questa bellezza, quella fine a se stessa, a salvarci.

  • 23 anni. Studia Filosofia, ama il Calcio e il Cinema, fonti inesauribili di storie.

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