Logo sportellate
Copertina Coppa d'Asia
, 16 Gennaio 2024

Alla scoperta della Coppa d’Asia


Dettagli e curiosità per seguire il torneo.

Venerdì 12 gennaio, con la sfida tra i padroni di casa (e campioni in carica) del Qatar ed il Libano ha preso ufficialmente il via la diciottesima edizione della Coppa d’Asia, la seconda dall’allargamento del torneo da 16 a 24 squadre. Questa edizione ha subito indirettamente gli strascichi della pandemia di COVID-19, che ne ha stravolto calendario ed organizzazione, visto che inizialmente era prevista per la scorsa estate in Cina. Pechino ha infatti rinunciato ad ospitare la manifestazione nel 2022, poiché in quel momento nel paese era ancora in vigore la politica detta dello “zero COVID”: con tali limitazioni sarebbe stato semplicemente impossibile garantire l’ingresso di così tante persone provenienti dall’estero.

Ad approfittarne è stato dunque il paese del Golfo Persico che, potendo contare sulle infrastrutture adoperate per l’ultima FIFA World Cup, ha sbaragliato la concorrenza degli altri candidati a subentrare come organizzatori. Proprio la scelta del Qatar ha poi comportato – come era già accaduto per il Mondiale del 2022 – la necessità di spostare la competizione in inverno per ragioni climatiche. Inoltre, l’attribuzione della prossima edizione della Coppa d'Asia 2027 all’Arabia Saudita, sommata a quella organizzata dagli Emirati Arabi Uniti nel 2019, è l'ennesima dimostrazione del peso sempre maggiore che hanno assunto le nazioni della penisola arabica l’interno della federazione asiatica.

Come detto, al torneo partecipano 24 nazionali divise in sei gironi. L’unico paese debuttante in questa tornata è il Tagikistan, mentre è degno di nota il ritorno alla fase finale di Hong Kong, assente dal 1968. Agli ottavi si qualificano le prime due classificate di ogni girone e le quattro migliori terze.

Un allargamento così abbondante del numero dei partecipanti senza dubbio rende meno decisiva la fase a gironi – soprattutto considerando le differenze di valori fra le migliori squadre presenti e la media del continente – tuttavia ha il merito di aprire il torneo ad un bacino di pubblico enorme. Paesi come India ed Indonesia – presenti in quarta fascia nei sorteggi dei gironi – contano infatti da soli quasi due miliardi di abitanti (circa un quarto della popolazione mondiale). Più in generale, il calcio è uno sport in forte crescita in molti paesi del Sudest asiatico e, pertanto, è ragionevole cercare di coinvolgerne il maggior numero possibile.

I sei gruppi della Coppa d'Asia di quest'anno.

Fatte queste premesse, concentriamoci ora sulle squadre che ambiscono a sollevare il trofeo al termine della finale che si terrà il 10 febbraio e quelle che potrebbero rappresentare delle sorprese.

Favorite

All’appuntamento in Qatar, la nazionale che si presenta con il ruolo di prima favorita è senza dubbio il Giappone. La squadra del CT Hajime Moriyasu nel 2023 ha mantenuto la brillantezza che aveva mostrato al Mondiale qatariota, chiudendo il bilancio dell’anno solare con una sola sconfitta (1-2 contro la Colombia) a fronte di 8 vittorie ed un pareggio. Proprio dal convincente mondiale in poi, i Blue Samurai sembrano aver acquisito una maggior consapevolezza nei loro mezzi, mostrando un piacevole gioco offensivo caratterizzato da rapidi scambi e manovre corali – da giugno sono arrivate solo vittorie, con un totale di 39 reti segnate e 5 subite.

Rispetto alla rosa che ha preso parte al Campionato del mondo 2022 si notano vari cambiamenti, in maggioranza dettati da ragioni anagrafiche. Il risultato è un gruppo che conta solo tre elementi (su 26) sopra i trenta anni d’età e, al contempo, una profondità invidiabile. Il reparto che risulta maggiormente interessato da questo rinnovamento è senza dubbio la difesa: gli addii di Hiroki Sakai, Yuto Nagatomo e dell’ex capitano Maya Yoshida segnano la fine di un’era, con gli ultimi due che sono sul podio delle presenze all time per la nazionale nipponica. A loro si unisce anche l’assenza del portiere che era il titolare nell’ultima rassegna mondiale, Shuichi Gonda. Ma se queste erano assenze annunciate, ben più rumorose sono quelle per scelta tecnica di Daichi Kamada – che paga caro le difficolta di adattamento nella Lazio – e Kyogo Furuhashi, idolo dei tifosi del Celtic Glasgow, mai davvero entrato nelle grazie del CT giapponese.

Il Giappone abitualmente si schiera in campo con una difesa a quattro: il movimento calcistico del Paese del Sol Levante sta vivendo un momento di grande abbondanza per quanto riguarda i difensori centrali e nella rosa selezionata per la Coppa d’Asia non mancano di certo le alternative. I titolari dovrebbero essere Ko Itakura del Borussia Mönchengladbach e Takehiro Tomiyasu dell’Arsenal, che all’occorrenza potrebbe anche essere schierato come terzino destro. A destra la casella è occupata dal laterale dell’AZ Alkmaar Yukinari Sugawara, ventitreenne in rampa di lancio che potrebbe essere al suo ultimo anno in Olanda prima di un trasferimento in uno dei campionati maggiori. A sinistra si contendono il posto Hiroki Ito dello Stoccarda e Yuta Nakayama dell’Huddersfield Town, entrambi impiegabili anche al centro. Proprio l’alto numero di centrali convocati lascia presuppore che l’opzione di una difesa a tre – peraltro già impiegata in alcune partite dello scorso Mondiale – sia comunque presente nella mente di Moriyasu come possibile piano B, da impiegare anche a partita in corso. In porta, a completamento del reparto difensivo, dovrebbe spuntarla il 2002 Zion Suzuki, che dalla scorsa estate difende i pali del Sint-Truiden in Belgio.

A centrocampo i nipponici si possono schierare sia con due mediani – gli esperti Wataru Endo e Hidemasa Morita – e un trequartista più avanzato, sia a tre, adattandosi all’avversario. Sarà interessante capire come Moriyasu intenda coprire l’ultimo posto disponibile a centrocampo, visto che sono assenti i due giocatori che nell’ultimo biennio hanno più spesso completato il terzetto: oltre al sopraccitato Kamada è rimasto a casa anche Ao Tanaka, ufficiosamente perché distratto dai rumors di mercato che lo vedrebbero in procinto di approdare in Bundesliga. I candidati con più chance di occupare il posto di trequartista-mezzala sono quindi un rigenerato Takumi Minamino e Ritsu Doan del Friburgo. Entrambi possono giocare anche in posizioni più decentrate del campo ma vista l’abbondanza di ali a disposizione dell’allenatore è molto probabile che vengano impiegati centralmente.

Davanti l’abbondanza di ali crea ulteriori dualismi. Sulla fascia sinistra il titolare sarebbe Kaoru Mitoma, che però è alle prese con un infortunio alla caviglia e resterà fuori perlomeno fino alla fase ad eliminazione diretta. In attesa del recupero dell’ala del Brighton, dovrebbe partire titolare Keito Nakamura, uno dei nuovi innesti che hanno debuttato lo scorso anno, peraltro con un’efficacia invidiabile (5 reti in altrettante presenze). A destra, sebbene tutti gli occhi siano puntati su Kubo – che a San Sebastián sta vivendo la stagione della sua definitiva consacrazione – non deve essere sottovalutato il valore di Junya Ito, compagno di Nakamura al Reims e spesso tra i protagonisti più brillanti in nazionale. Infine, nel ruolo di centravanti Ayase Ueda spera di trovare in Coppa d’Asia le soddisfazioni che finora gli stanno mancando nella sua prima stagione al Feyenoord. Sarà comunque ampia la rotazione fra le punte, con Mao Hosoya – 2001 che milita nei Kashiwa Reysol – che potrebbe attirare gli sguardi degli scout delle squadre europee.

Il Giappone non vince la Coppa d’Asia dal 2011, guidato da Alberto Zaccheroni. Nell’ultima edizione è arrivato in finale senza troppe difficoltà – nei turni a eliminazione diretta non incassò nemmeno una rete – ma si fece sorprendere da un Qatar in missione, non riuscendo a reagire dopo il vantaggio qatariota. Le aspettative sono quindi altissime, riusciranno a non farsi schiacciare dalle pressioni?

Un’altra squadra che arriva alla rassegna continentale con grandi speranze è la Corea del Sud. I coreani si affacciano alla competizione forti di superstar di livello assoluto – nessun’altra squadra può disporre di stelle del calibro di Son Heung-min e Kim Min-jae – ed un reparto offensivo temibile, nel quale tutti gli elementi sono tirati a lucido.

Jürgen Klinsmann, nominato selezionatore dopo il Mondiale, pratica un calcio molto diretto e veloce, senza troppi tatticismi, lasciando Son libero di svariare alle spalle della prima punta e sfruttando la creatività del suo giovane più talentuoso, quel Lee Kang-in che sta definitivamente sbocciando al PSG, che dalla destra tende ad accentrarsi per rifinire o andare alla conclusione. A questi si aggiungono Hwang Hee-chan, schierato a sinistra – il quale sta vivendo la sua miglior stagione da quando è in Premier, essendo già in doppia cifra per i Wolves – e Cho Gue-sung, possente centravanti che dopo essersi fatto notare al Mondiale sta vivendo un’ottima stagione d’esordio in Europa col Midtjylland.

Se in attacco la Corea del Sud non teme il confronto con nessuna avversaria, negli altri reparti appaiono complessivamente un gradino sotto ai giapponesi per qualità media ed alternative. In mediana Hwang In-beom (Stella Rossa) non ha un partner di pari livello, a meno che Klinsmann non scelga di schierare assieme a lui Hong Hyun-seok – che però nel Gent gioca perlopiù come trequartista – varando così una formazione a trazione anteriore a discapito dell’equilibrio.

In difesa oltre a Kim Min-jae compongono la linea tre giocatori che militano in K League: il prescelto ad affiancare l’ex difensore del Napoli al centro dovrebbe essere Jung Seung-hyun che in posizione di laterale destro ritroverà il suo compagno di club, nell’Ulsan HD, Seol Young-woo. Seol – un altro che potrebbe essere in procinto di trasferirsi in Europa – offre maggiori garanzie rispetto a chi coprirà la fascia opposta, sia che si tratti di Kim Jin-su sia nel caso di Lee Ki-je. In porta infine, il veterano Kim Seung-gyu dovrebbe spuntarla sugli altri portieri, ruolo in cui i coreani storicamente tendono a produrre un buon numero di interpreti di livello.

Da Seul filtra un certo ottimismo sulle possibilità di trionfare, come è emerso anche nell’ultima conferenza stampa di Klinsmann prima della partenza per il Qatar. Sebbene il movimento calcistico coreano vanti infatti grande tradizione a livello continentale, è addirittura dal 1960 che manca la vittoria in Coppa d’Asia. Inoltre la prospettiva di sfidare in finale il Giappone – se entrambe vincessero il proprio girone, si potrebbero incontrare solo in finale – nel solco di una rivalità presente non solo a livello sportivo e particolarmente sentita in Corea, alimenta ulteriori aspettative.

Ci sono diversi elementi che giustificano tale entusiasmo. Tutti i giocatori chiave arrivano all’appuntamento continentale in grande condizione, galvanizzati dalle ottime prestazioni nei club di provenienza. Inoltre dopo alcune difficoltà di adattamento iniziali al nuovo CT, la squadra – nelle ultime cinque partite giocate solo vittorie, 19 goal fatti e 0 subiti – sembra aver introiettato lo stile di gioco verticale e meno basato sul possesso ricercato dal tecnico tedesco. Le maggiori incognite restano su come la rosa reagirà ad eventuali infortuni o assenze per squalifica delle proprie stelle, e sulla mancanza di un piano alternativo da parte dello staff tecnico.

L’Iran vive un rapporto con la Coppa d’Asia simile a quello della Corea del Sud: nonostante sia storicamente nell’élite calcistica del continente, non vince il trofeo dagli anni settanta. Ciononostante, resta una squadra con cui si deve sempre fare i conti quando si fa il computo dei valori in campo in Asia.

Il Team Melli si presenta al via del torneo con poche novità rispetto alla rosa che ha preso parte al Mondiale in Qatar. La principale è il cambio di guida tecnica, con Amir Ghalenoei che ha preso il posto lasciato vacante da Carlos Queiroz – una piccola curiosità è che nello staff è presente Antonio Manicone, per dieci anni vice di Vladimir Petkovic. Per Ghalenoei si tratta della seconda esperienza alla guida della nazionale iraniana dopo l’amara esperienza del biennio 2006-2007, culminata con l’eliminazione ai quarti di finale della Coppa d’Asia.

La squadra è schierata con un 4-1-3-2 in cui agiscono parecchi giocatori ben strutturati fisicamente. In porta, il portiere del Persepolis Alireza Beiranvand rappresenta una garanzia. Davanti a lui il centrale di riferimento è Majid Hosseini, che gioca in Turchia nel Kayserispor. Al suo fianco Hossein Kanaani dovrebbe essere il preferito nelle sfide contro gli avversari più importanti. Le fasce sono presidiate rispettivamente da Milad Mohammadi (AEK Atene) a sinistra e Ramin Rezaeian o Sadegh Moharrami a destra.

L’incaricato di fare da diga a centrocampo è Saeid Ezatolahi – giocatore ora al Vejle, in Danimarca, che con la maglia della nazionale offre sempre prestazioni migliori di quanto riesca a fare per i club in cui milita. Nel terzetto alle spalle delle punte sono sicuri del posto Alireza Jahanbakhsh – poco impiegato nel Feyenoord, ben lontano dai tempi in cui nell’AZ chiuse un’Eredivisie con 21 reti – a destra e Saman Ghoddos del Brentford in mezzo. L’ultimo posto se lo giocano Mohammad Mohebi (Rostov) e un altro giocatore del Persepolis, Mehdi Torabi. Mohebi è l’unico volto nuovo tra i giocatori convocati (età media 29,5 anni) che possa ambire ad essere titolare, segnale emblematico della fase interlocutoria in cui si trova al momento l'Iran.

Chi è il miglior calciatore iraniano? Un video prova a risolvere questo mistero

In attacco i due posti sono prenotati da Mehdi Taremi e Sardar Azmoun. Nessuno dei due sta vivendo una stagione esaltante, con Taremi in predicato di liberarsi dal Porto a zero a fine stagione e Azmoun che fatica a ritagliarsi spazio nella Roma.

L’Iran si ritrova in una posizione complessa: da una parte, il valore medio dei suoi giocatori lo renderà un avversario ostico per qualunque avversaria se lo troverà davanti nella fase a eliminazione diretta; dall’altra, il divario con le due superpotenze calcistiche dell’Asia orientale sembra essere aumentato nell’ultimo biennio. Le speranze di vittoria passano dalla capacità dell’Iran di imporre la propria fisicità contro gli avversari più tecnici, questa strategia di sicuro paga contro le nazionali minori, ma il mondiale del 2022 ha esposto grosse crepe nella tenuta della squadra quando è stata messa sotto pressione. La notizia positiva per l’Iran è che tutte le luci dei riflettori saranno puntate altrove, lasciando il gruppo libero di preparare la manifestazione con maggiore serenità.

Outsiders

In questa categoria si trovano le squadre che partono un gradino sotto alle tre di cui si è detto in precedenza. Nel gruppo sono presenti Arabia Saudita, Australia e Qatar. Queste nazionali hanno delle chance di vincere la Coppa – come ha fatto il Qatar nella passata edizione – ma al momento per vari fattori non appaiono altrettanto competitive.

Ovviamente non si può parlare dell’Arabia Saudita senza tenere conto che Roberto Mancini – dopo la querelle estiva ed il repentino addio alla nazionale italiana – ha assunto la guida della squadra solo a settembre, avendo quindi solo poche amichevoli e due partite di qualificazione al prossimo mondiale come test in vista del torneo continentale. Mancini nei match a diposizione ha testato un gran numero di calciatori e moduli, con risultati poco incoraggianti visto che le uniche due vittorie sono giunte contro avversari poco probanti.

Il lampo con cui i sauditi avevano stupito il mondo battendo l’Argentina all’esordio del Mondiale 2022 è rimasto un episodio isolato, e l’abbuffata di acquisti estivi in Saudi Pro League ha paradossalmente complicato le cose per diversi giocatori locali, che si sono ritrovati un’improvvisa concorrenza proveniente dai massimi campionati europei, perdendo spazio e minuti di gioco.

Anche per questa ragione i giocatori più in vista della nazionale araba restano i soliti Salem Al-Dawsari, tecnica ala sinistra e Mohamed Kanno, possente mezzala, entrambi dell’Al-Hilal. Tra i giocatori più giovani continua la crescita della punta Firas Al-Buraikan, già autore di 11 reti e 5 assist in questa prima metà di Saudi Pro League (un goal ogni 116 minuti).

Ben più radicali sono stati i cambiamenti per i Socceroos che, nonostante abbiano mantenuto al timone Graham Arnold, vedono una rosa stravolta e zeppa di esordienti. Lo spirito resta però quello che nel 2022 ha portato l’Australia a qualificarsi agli ottavi in un girone impegnativo, ovvero che il tutto è più della somma delle singole parti. Arnold punta molto su un pressing battagliero, chiedendo agli interpreti del suo 4-2-3-1 grande dinamismo.

Della Coppa del Mondo in Qatar è rimasta comunque la spina dorsale della formazione, a partire dal portiere dell’AZ, nonché capitano della nazionale Mathew Ryan. Altri elementi di continuità sono il gigantesco difensore centrale del Leicester Harry Souttar, il centrocampista Jackson Irvine – beniamino dei tifosi del St. Pauli – ed il centravanti Mitchell Duke, che gioca in Giappone nel Machida Zelvia.

Indubbiamente resta complesso sostituire giocatori del calibro di Aaron Mooy e Mathew Leckie. Il primo si è ritirato al termine della passata stagione mentre il secondo, dopo il Mondiale, è stato piagato dagli infortuni. L’onere di non far rimpiangere troppo l’assenza delle geometrie di Mooy spetta soprattutto a Connor Metcalfe, che se non altro non ha bisogno di tempo per sviluppare un’intesa con Irvine, essendo suo compagno anche nel club tedesco.

Considerate queste premesse, c’è un po’ di rammarico per non poter vedere i due giovani più quotati prodotti dall’A-League nelle ultime stagioni. Non sono stati infatti convocati né Garang Kuol – che appena diciottenne ebbe la chance per costringere ai supplementari l’Argentina – né Nestory Irankunda, ala del 2006 che il Bayern ha già bloccato per la prossima stagione.

Per i padroni di casa del Qatar l’obiettivo primario deve essere quello di non ripetere la magra figura fatta in occasione dei Mondiali casalinghi. L’avvicinamento al torneo – di cui è sempre bene ricordarlo, il Qatar è campione in carica – è stato però piuttosto turbolento poiché Carlos Queiroz, dopo sole 12 partite, ha risolto il suo contratto con la federazione qatariota, che quindi si è trovata a dover rimediare in fretta e furia, nominando il catalano Tintín Márquez ad inizio dicembre.

La scelta rappresenta comunque una decisione pragmatica, visto che Márquez conosce bene la realtà qatariota, avendo allenato nel paese per diverse stagioni ed avendo lavorato in precedenza anche per l’Aspire Academy. Proprio l’accademia sportiva, che quest’anno celebra il ventesimo anno dalla sua fondazione, continua ad essere fondamentale per lo sviluppo dei giocatori che formeranno poi il serbatoio da cui attingere per la nazionale.

Ad esempio ne è stato un allievo il centravanti della nazionale Almoez Ali, mattatore della scorsa Coppa d’Asia, nella quale segnò ben 9 reti (record nella storia del torneo). A cinque anni di distanza l’attaccante originario del Sudan rimane il principale finalizzatore a disposizione di Márquez. L’altra stella della squadra è il coetaneo Akram Afif, elegante ala-trequartista dotato di un’ottima tecnica in conduzione. A loro sono affidate gran parte delle sorti offensive del Qatar. In difesa poi è da registrare la recente aggiunta di Lucas Mendes, difensore centrale che lo scorso anno ha ottenuto il passaporto qatariota. Infine in porta il titolare è Meshaal Barsham, fratello minore del Mutaz Essa Barshim vincitore della medaglia d’oro di salto in alto ex aequo con Gianmarco Tamberi alle Olimpiadi di Tokyo.

Underdogs e miscellanea

Nella categoria di sfavoriti che potrebbero raggiungere un risultato migliore delle attese, le squadre con le maggiori potenzialità sono Iraq, Uzbekistan ed Emirati Arabi Uniti.

La prima è una squadra che è la plastica rappresentazione di cosa è stato l’Iraq negli ultimi decenni. Nella rosa del selezionatore spagnolo Jesús Casas sono due infatti le caratteristiche principali che saltano all’occhio scorrendo la lista dei convocati: la prima è la quantità di giovani – sono nove i giocatori nati dal 2000 in poi nel gruppo – fedele riproposizione dello stato delle cose in un paese con un’età media della popolazione di poco superiore ai venti anni. La seconda è la presenza di un’ampia diaspora di ragazzi nati e/o cresciuti in Europa – circa metà dei convocati sono nati all’estero, con la Svezia che è il paese col gruppo più numeroso, cinque.

L'Iraq vinse la Coppa d'Asia 2007 da totale underdog

L’Iraq si schiera con una difesa a quattro guidata dall’ex Udinese Ali Adnan, schierato da centrale. In attacco il più atteso è Mohanad Ali – 23enne che vanta già 40 presenze in nazionale e che spera di essersi lasciato alle spalle gli infortuni che lo hanno a lungo rallentato nelle ultime stagioni. In prospettiva è da monitorare lo sviluppo di Montader Madjed, ala 2005 dell’Hammarby al debutto assoluto.

Il movimento calcistico uzbeko è in forte crescita grazie al lavoro della federazione locale, specialmente a livello giovanile. La prova dei progressi fatti sono gli ottimi risultati raggiunti nelle manifestazioni internazionali degli ultimi due anni: l’Uzbekistan ha chiuso in seconda posizione l’ultima edizione della Coppa d’Asia U23; ha vinto il medesimo torneo a livello di U20 (arrivando poi agli ottavi nella Coppa del Mondo di categoria) mentre con la rappresentativa U17 ha raggiunto la semifinale in Coppa d’Asia e i quarti nel Mondiale.

I primi frutti di questo lavoro virtuoso si possono già rintracciare nella nazionale maggiore. Sia Abdukodir Khusanov, difensore centrale del 2004, acquisito la scorsa estate con lungimiranza dal Lens, sia Abbosbek Fayzullaev, intelligente trequartista già protagonista nel CSKA Mosca, erano parte della selezione che ha vinto la Coppa d’Asia U20 meno di un anno fa.

Sfortunatamente per l’Uzbekistan, Eldor Shomurodov, giocatore fondamentale per la nazionale ex sovietica, si è infortunato a dicembre, dovendo pertanto rinunciare al torneo. Senza l’attaccante del Cagliari le chance di portare a casa un buon risultato in questa manifestazione si assottigliano, tuttavia la strada tracciata non potrà che portare a migliori risultati in futuro, magari con la storica prima qualificazione ad un Mondiale, approfittando anche dell’allargamento a 48 squadre che ci sarà dal 2026.

Gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto Paulo Bento, ex CT della Corea del Sud, per tentare di riconfermarsi fra le migliori nazionali del continente. Nell’edizione del 2019, giocata in casa, gli EAU dovettero infatti arrendersi in semifinale al Qatar, dopo aver ottenuto lo scalpo eccellente dell’Australia. Detto questo, e vista la presenza dell’Iran nel girone, sarà complicato qualificarsi come prima ed evitare uno dei pesi massimi della competizione già agli ottavi.

La rosa a disposizione dell’allenatore portoghese è composta totalmente da giocatori del campionato emiratino. Tra loro svetta per carisma ed esperienza internazionale il capitano Ali Mabkhout, recordman per segnature in nazionale con ben 85 reti. A dargli man forte nel reparto offensivo ci penseranno i due brasiliani naturalizzati Fábio Lima e Caio Canedo.

Le altre nazionali che parteciperanno alla Coppa d’Asia avranno come obiettivo principale la qualificazione alla fase ad eliminazione diretta. Molto dipenderà dalla capacità di evitare imbarcate contro le corazzate del proprio girone ed approfittare di cadute inattese.

Un tratto comune a diverse di queste squadre è la presenza di una stella che si trova a dividere il campo con giocatori di livello nettamente inferiore, rischiando di predicare nel deserto. Tra questi sono esemplari i casi di Wu Lei, ala di una Cina parecchio dimessa, in passato capace di ben figurare in Liga giocando per l’Espanyol; Sunil Chhetri, primatista per reti e presenze della nazionale indiana; il giordano Mousa Al-Tamari, che sta vivendo un’ottima prima stagione in Ligue 1 al Montpellier; infine Oday Dabbagh, attaccante palestinese dello Charleroi, alle prese – assieme ai suoi compagni di nazionale – con la gigantesca dissonanza fra la terribile realtà di quanto sta succedendo nella Striscia di Gaza e la frivola futilità di un torneo calcistico.

Una sfida nella sfida è quella che coinvolge le quattro nazionali appartenenti all’ASEAN – regione corrispondente al Sudest asiatico. La rivalità tra Thailandia, Vietnam, Malaysia e Indonesia è molto sentita ed un risultato positivo per una di queste squadre sarebbe uno strazio per i tifosi delle altre. L’Indonesia sembra quella con meno chance di ottenere il passaggio del turno mentre la Malaysia è capitata nel girone meno proibitivo. Thailandia e Vietnam sono le squadre che hanno offerto gli spunti più apprezzabili ma con filosofie divergenti: la prima si affida all’estro dei suoi giocatori più tecnici – tra questi l’astro nascente è il ventunenne Suphanat Mueanta – i secondi invece puntano sull’organizzazione e la compattezza difensiva.

Infine chiudiamo con una piccola curiosità per chiunque si stesse chiedendo che fine avesse fatto Héctor Cúper: sarete felici di sapere che l’hombre vertical dal 2023 siede sulla panchina della Siria. Oltre al suo classico 4-4-2, l’ex allenatore dell’Inter ha portato in dote un massiccio lavoro di scouting per rintracciare giocatori di discendenza siriana in tutto il Sud America e rimpolpare la rosa della squadra mediorientale. In Qatar sono quattro gli oriundi – tre argentini ed un colombiano – ad aver aderito al progetto.


  • Si è laureato in Studi dell'Africa e dell'Asia e si definisce un appassionato di storia e geografia. Gli piacciono le bandiere ma senza arrivare ai livelli di Sheldon Cooper.

pencilcrossmenu