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Genoa Torino
, 13 Gennaio 2024

Genoa-Torino (0-0) - Considerazioni sparse


Genoa- Torino è chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione.

Di Marassi il Genoa ha fatto un fortino, il Torino invece fatica in trasferta: per questo gli ospiti rischiavano grosso, specialmente per la loro allergia agli esami di maturità che la classifica propone loro. Il pareggio a reti bianche è figlio di una partita equilibrata, sofferta, spigolosa e tatticamente ben preparata dai due tecnici, con le due squadre che ci provano fino all’ultimo secondo del recupero ma di fatto mostrano di esser più brave a difendere che ad offendere. Al fischio finale, nessuna delle due squadre può dirsi scontenta: il Genoa continua la striscia positiva casalinga che perdura addirittura dal 7 ottobre, mentre il Torino si prende un punto su un campo che ultimamente si era rivelato molto ostico per chiunque.

Piaccia o meno, Ivan Juric ha trovato la quadra di questo Torino. Lo ha fatto con mosse forti, con cambio modulo, con esclusioni eccellenti, ma era chiaro che per ripartire dopo un inizio stentato dovesse farlo puntando su qualcosa in cui credeva ciecamente, e non venendo a patti con situazioni di cui non era convinto al 100%. Al giro di boa, il Toro è il migliore della sua gestione: stavolta sembra partire al piccolo trotto senza quella sua caratterizzante aggressività, e le note più stonate sono da un trio d’attacco che perde sovente i duelli e da un Ricci nella solita versione anonima vista in questa deludente stagione. Detto ciò, il Torino di oggi conferma di esser una squadra solidissima, nel più classico del “se non riesci a vincere, almeno pareggia”, cosa che spesso non era riuscita nella gestione del tecnico croato: qui dove il Genoa aveva fatto risultati stupefacenti, un piccolo passo di maturità che in passato, talvolta, i granata avevano fallito.

Gilardino arriva in emergenza, senza Dragusin e con soli 8 uomini di movimento in panchina. Se c’è una cosa che il suo Genoa sa fare però è stringersi, soprattutto tra le mura amiche, nelle difficoltà: nel primo tempo la squadra è propositiva e volitiva, prende campo autorevolmente e lo tiene sporcando i guantoni di Milinkovic Savic, che si riveleranno provvidenziali anche nel secondo in ben due occasioni su Gudmundsson. Ovviamente c’è un calo alla distanza, ma i rossoblù si difendono ordinatamente e rendono gli avversari potenzialmente pericolosi solo ed esclusivamente su palla inattiva: questa volta, dopo un ruolino di marcia horror nei finali di gara con 11 punti persi negli ultimi 10’, l’incubo della zona Cesarini non si manifesta ed un altro prezioso punto in chiave salvezza entra nella saccoccia rossoblù, che il tecnico biellese continua a cucire con caparbietà.

Tatticamente, la partita si blocca per le scelte sulla trequarti. Dal lato granata, gli esterni avrebbero bisogno che Vlasic innescasse le sovrapposizioni, e invece il croato si nota solo per un giallo troppo prematuro che lo condiziona in tutto. Dal lato rossoblù, Malinovskyi ha compiti reali di regìa dovendosi andare a prender la palla in costruzione, deputando a Gudmundsson e Messias i compiti di fantasia, che però mancano spesso di precisione. A svettare sono quindi le difese, con quella rossoblù che regge all’urto dell’assenza di Dragusin, e quella granata che si conferma tra le migliori del campionato (al momento quarta per clean sheet): in questo senso, altra prova maiuscola per Buongiorno e Rodriguez, ma una nota di merito al rientro di Djidji, che dopo un lungo infortunio sembra dare esattamente quella rapidità di cui il reparto difettava.

Genoa-Torino è la partita di chi viaggia in direzione ostinata e contraria, col suo marchio speciale di speciale disperazione. A Marassi, con la coreografia dedicata a Faber, oggi è andato in scena uno spot meraviglioso, forse nostalgico, ma che deve fare riflettere. Né Genoa né Torino, rispetto ai loro palmares, stanno vivendo il momento migliore della loro storia calcistica, con i rossoblù a far la spola tra A e B ed il Torino oramai condannato al purgatorio targato Cairo di centro classifica, un placebo che non ti fa stare troppo male ma ti impedisce qualunque sogno di gloria. Eppure, il Ferraris era esaurito, le tifoserie gemellate hanno dato vita ad un ambiente meraviglioso, che sapeva di Premier, di altri tempi, del ricordo di De André che calzava a pennello nella poetica di questo pomeriggio: immagini che spiegano più di ogni altra cosa come il nostro calcio si nutra profondamente della storia, dell’appartenenza, dell’identità. Chi portava i figli allo stadio oggi a veder queste nobili decadute, lo faceva in nome di quanto hanno rappresentato, nella storia del calcio e nella loro vita, e non ci sono petroldollari, fantamiliardi, Cristiano Ronaldo che tengano: c’è una sacca di resistenza alla plastificazione, ed è questa identità iconica, condivisa, e riconosciuta, che ti fa riempire uno stadio a gennaio anche se la tua squadra non è più quella che prima vinceva e seduceva coi risultati. Come al solito, le parole le ha trovate Faber.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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