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Club Dogo
, 12 Gennaio 2024

CLUB DOGO - Considerazione Sparse


L'album che segna il ritorno dei Dogo è una lancetta che torna indietro nel tempo.

"Dieci anni fa ho fatto vedere a tutti come fare rap": così Guè apriva l'ultima traccia di Non siamo più quelli di Mi Fist, ultimo album dei Club Dogo edito nel lontano 2014. Oggi, dieci anni dopo, siamo ancora qua. Il disco più atteso del ritorno di Cristo (poi la smettiamo con le citazioni) che incarnerà fisicamente la reunion del collettivo milanese dopo un decennio, è un album hip-hop nel senso più puro e classico del termine, che si staglia su una scena italiana tanto più viva quanto sempre più alle prese con contaminazioni trap o drill (o da loro discutibili parodie). Un album autocelebrativo fino al midollo, esclusivo perfino nei featuring tanto familiari quanto di vertice musicale (Marracash, Elodie, Sfera Ebbasta), ma al tempo stesso un disco di massa, da chi sa di incarnare uno degli oggetti di culto più idolatrati del rap italiano da decenni. Un album dedica, elargito dall'alto alla gente e per la gente, a chi c'era e a chi ascoltava dieci, quindici, venti anni fa;

Siamo onesti: temevamo la cafonata. La paura per questo disco era che tornassero i Club Dogo ma non la musica dei Club Dogo. Dopo dieci anni d’assenza e tre carriere soliste che hanno preso binari completamente diversi, era normale temere qualcosa che fosse solo un'enorme operazione commerciale, che con l’hip hop avesse poco a che fare; ma già dal primo ascolto i dubbi sono stati spazzati via. Certo, pecunia non olet: si parla pur sempre di un album inserito in una campagna pubblicitaria colossale, che prima ancora del suo annuncio aveva fruttato tutti sold-out in pochi minuti per le date della maratona primaverile al Forum di Assago (cinque due giorni per 10 concerti in un mese). Ma Club Dogo, che per certi aspetti (come l'autocitazione) sfocia quasi nel fan service, è un disco che picchia e profuma di asfalto consumato, con sonorità variegate di un Don Joe in forma smagliante che vanno dal malinconico ("NATO PER QUESTO", feat. Marracash) al reggae ("KING OF THE JUNGLE", condito con una citazione da Note Killer) ai più classici toni gangsta dalle tinte cupe; un disco figlio di tre autori cresciuti nel culto del rap e che è quanto più old school possibile. Tracce che non hanno il ritornello cantato, o dove questo è presente con una scelta coerente alla direzione artistica e all'immaginario ricercato, richiamandosi al contesto culturale ed emotivo da cui i Dogo vengono (vedi Elodie). Insomma, un disco perfettamente calato nel 2024 che però dimostra come, ancora, i Club Dogo siano, volente o nolente, una colonna della scena rap italiana.

Non sappiamo dire quanto Club Dogo abbia bollito in pentola. Certo, l'apparizione di Jake e Don Joe insieme a Guè nel video di ∞ Love, estratto dall'album Persona di Marra e anche utilizzato in anteprima da Inter Media House per il derby di febbraio 2022, con la presenza del milanesissimo Federico Dimarco (ma quella partita la vincerà il Milan, cum summo gaudio di Cosimo e Francesco, ndr) aveva ben più che solleticato fan e nostalgici, orfani da tempo del trio in pausa di riflessione mai esplicitata e circondato da occasionali gossip su rapporti personali esauriti. Di certo, l'alchimia sulle tracce è quella dei tempi d'oro, e Club Dogo è tutto tranne che un prodotto improvvisato o musicalmente trascurabile.

In questa messianica immagine all'ombra del Duomo c'era tutta Milano, tessuto antropico che in Club Dogo non rimane solo sullo sfondo come scenografica quinta teatrale, ma bensì emerge come luogo chiave e centrale di una storia tutt'altro che finita, proprio come in ∞ Love dell'amico Fabio. I riferimenti alla città sono continui, e anche il percorso del gruppo viene legato a doppio filo alla città che li ha visti nascere: i Club Dogo sono Milano e in questo disco si sente tutta la street cred accumulata in vent’anni di carriera. La mitologia urbana della capitale morale è tale da meritarsi una dedica già nel titolo del featuring con una notturna Elodie, "SOLI A MILANO", il cui sample rallentato del brano di Donna Summer Faster and Faster to Nowhere ci riporta - ancora - al passato, nello specifico a La notte che rovesciammo l'ordine (da Penna Capitale). Ѐ il 2006, l'Italia è campione del mondo e tu nella tua adolescenza sei felice.

Le rime. Nonostante il trend dell’ultimo periodo sia cercare il pezzo per sfondare su TikTok, con un ritornello forte ma scarico di significato, i Dogo vanno controcorrente e ci sputano in faccia un disco denso di contenuti e rime ("guarda lo Stato frà, la caserma a Piacenza": un enorme Marra in "NATO PER QUESTO") pur in quello stile zarro che sempre li contraddistingue. Uno storytelling continuo impreziosito da beat primi anni 2000 e continui riferimenti alla vita di strada e ai film gangster, colonna portante dell’immaginario del gruppo. Guè e Jake ci prendono per mano e ci portano indietro di vent’anni, sul solito asfalto con il loro flow affilato come una sciabola.

Le prime due tracce del disco, "C'ERA UNA VOLTA IN ITALIA" e "MAFIA DEL BOOM BAP", si propongono come pezzi cult, inni a quell'immaginario di strada (e ai Dogo stessi, in quanto incarnazione di esso stando alla propria - coerente - narrazione di sé) che rimanda a Purò Bogotà o a Per la gente, per non andare ancor più indietro nel tempo. Jake che chiude il primo brano con "togliete i piedi dal tavolo, i capi sono tornati a casa" sa già di frase da ripetere all'infinito, e sempre Jake con "sono ancora qui per colmare quel vuoto, perché le casse non suonavano come coi Dogo" ribadisce in un loop infinito un concetto che su ogni altra bocca stonerebbe: la paternità della scena rap italiana da parte del trio milanese. Affermazione forse anche discutibile su un piano storico-musicale, ma alla fine quello che conta è l'alchimia, la sintesi tra qualità, storia e culto, aspetto quest'ultimo sapientemente coltivato nel lancio di questo disco. Alla fine, è proprio vero che "il sogno di ogni zanza si è avverato". E difficilmente qualcuno ne è rimasto deluso.

  • Scribacchino di calcio maschile e femminile. Fiorentina o barbarie dal 1990. Evidenzio le complessità di un gioco molto semplice.

  • Classe 99, come Darwin Nuñez. Tifoso della Fiorentina, dell’Athletic Club ed ossessionato dalla Doce. Apprezza il mate, un buon regista davanti alla difesa e tutto ciò che venga dal Rio de la Plata

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