
TUNNEL - Considerazioni Sparse
L'album d'esordio di Simba La Rue ci ricorda le radici del rap.
Qualche tempo fa, intervistato a The BSMT, il podcast di Gianluca Gazzoli, Fabri Fibra ha parlato della storia del rap italiano e delle sue ere, osservando come attualmente sia in corso la quinta generazione. Si tratta della prima dopo la rivoluzione portata tra il 2015 e il 2016 da Sfera Ebbasta, Ghali, Tedua, Rkomi, Izi e Dark Polo Gang fra gli altri, generazione alla quale a suo dire appartengono Baby Gang e Paky. Le affermazioni del rapper marchigiano offrono diversi spunti di riflessione, alcuni più ovvi, altri meno evidenti; il modo di rappare e di raccontare delle nuove leve è decisamente diverso, tanto a livello sonoro quanto nei testi, rispetto alla generazione del 2016, ma perché Fibra vede proprio in un napoletano emigrato nella periferia di Milano e un figlio di immigrati marocchini, cresciuto tra riformatori e carceri di varie città, due dei principali esponenti di questa generazione? Si può arrivare ad affermare che i rapper della quinta generazione parlano meglio di strada, perché l'hanno vissuta a un livello ancora superiore, basti pensare a Baby Gang e al protagonista delle nostre considerazioni, Simba La Rue, un artista non di rado banalizzato collegandolo allo stereotipo del maranza, al quale vengono peraltro ricondotti altri protagonisti di spessore della scena, come Rondodasosa e Artie 5ive, oltre a quelli già elencati.
Il primo disco ufficiale è forse il passo più importante della carriera di un rapper italiano nel 2024, perché difficilmente i successivi progetti risultano altrettanto forti e peculiari — Sfera Ebbasta docet —. Di fatto Simba La Rue ha concentrato tutte le sue forze in questo trattato di street credibility vera, cruda, addirittura a un livello differente, che in Italia forse non si era mai davvero sentito prima, e che permette sul serio di specchiare il nostro rap in quello dei cugini americani, inglesi e francesi.
Simba La Rue è un condannato. È uno che ha commesso dei reati in Italia, che è stato in carcere minorile e in comunità, e lo scorso ottobre gli sono stati inflitti quattro anni di pena da scontare in carcere, ovviamente nulla per cui elogiarlo a livello umano. Tuttavia è inevitabile che tutto questo dia un peso specifico diverso a ciò che racconta nelle sue canzoni. Sentire parlare di strada e criminalità, di fame, di "Beccaria San Vittore" Simba La Rue è qualcosa di molto diverso dal sentire la solita tiritera sul regalare la casa a mamma. Quello che dice Simba è vero, ma è vero perché sa di vissuto, uno spaccato di una vita ancora molto corta, e comunque già piena di episodi al punto da portarlo a realizzare un album su di essi.
La qualità del disco di Simba La Rue, al di là della sua autenticità, la sua realness (ancora oggi, forse la caratteristica più importante per un rapper), risiede nella sua capacità di prestarsi anche a suoni diversi durante tutto il cd. A livello armonico, nell’album si alternano canzoni dal sound più cupo, fortemente influenzato dalle sonorità inglesi e francesi, fino a pezzi, soprattutto nel finale, quasi più latine, leggere, dolci. Il tutto legandosi bene di volta in volta con gli artisti che lo hanno accompagnato, dai pesi massimi Guè (“SHOPPING”) e il già citato Sfera Ebbasta (“BATIMENT”), fino al fratello Baby Gang, e poi Tedua ("HOOD", uno dei pezzi migliori del disco) e Ghali ("SOLDI A CASA"), un altro che può tranquillamente essere visto come fratello maggiore di Simba La Rue e Baby Gang, nonché loro idolo e modello, perché protagonista della rivoluzione di ormai quasi dieci anni fa.
La cattiveria e la voglia di riscatto che emana "Tunnel" sono tutto quello che un disco d'esordio deve contenere per portare alla consacrazione di un artista dopo una marcia d'accompagnamento e una costruzione del sé di questo spessore (va ricordato che stiamo parlando di un rapper pregiudicato, con tutte le sfaccettature che ciò comporta nel valutarne il percorso artistico). Simba La Rue a questo album è arrivato con calma, si è preso tutto il tempo del mondo per convincere i suoi primi detrattori, ma non ci è voluto molto scoprirne il segreto di Pulcinella, un po' quello che si diceva sopra: chi conosce meglio quello che dice, ne sa anche parlare meglio. Non è dunque un caso allora che i rapper migliori d'Italia oggi siano napoletani e nordafricani, vissuti per davvero, senza far riferimento in particolare ad alcun concorrente, con un piede in carcere e un altro nel quartiere.
In un’intervista a Rolling Stone dello scorso dicembre, la prima che ha concesso al pubblico, il rapper del 2002 si è finalmente aperto, parlando del suo vissuto, dell’adolescenza e del carcere minorile, dei suoi progetti futuri, di com’è vivere ai domiciliari. «Il nome Simba La Rue nasce un po’ per scherzo, mio zio mi chiamava Leone e così anche i miei amici. Poi il nome si è trasformato in Simba, il cucciolo leone, e La Rue perché ero sempre in strada dalla mattina alla sera. Mia mamma mi rincorreva in quartiere perché non tornavo mai a casa fino a sera, io le dicevo “mamma, a me piace la strada”» ha affermato, spiegando l’origine del suo nome. Interrogato sul pentimento, egli afferma che tutto è scritto, che “Alhamdulillah”, grazie a Dio sempre per tutto, e che se deve succedere qualcosa, succede e basta, lui non si pente di niente. Simba La Rue con “Tunnel” non solo sta raccontando ciò che nessuno di noi si augura possa accadere fuori da casa propria, ma si sta anche facendo capopopolo di un’Italia nuova, multietnica, cambiata dagli sbarchi dei migranti come lui, che in Italia ci è arrivato quando era ancora un bambino, e chissà quanti bambini oggi possono rivedersi a loro volta in lui. Simba non si considera un esempio, se è per questo non si considera neanche un rapper. È solo qualcuno che ha trovato nella musica la luce, quando invece sembrava già troppo tardi per uscire dal tunnel.
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