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Manchester City
, 8 Gennaio 2024

Il Manchester City sta cambiando di nuovo


Superate le difficoltà dell'autunno, Guardiola sembra aver intrapreso una nuova direzione.

Sei mesi fa, a Istanbul, il Manchester City realizzava il sogno della sua proprietà e del suo allenatore, completando il treble per la prima volta nella sua storia. Sei mesi dopo, a Jeddah, la squadra di Guardiola portava a cinque il numero di trofei vinti nel 2023, mancando il sextuple solo per la sconfitta ai rigori nel Community Shield con l'Arsenal. Tuttavia, in quella che doveva essere la stagione della conferma, il City ha vissuto una leggera flessione nel rendimento, chiudendo l'anno solare solo al terzo posto in classifica, alla pari con l'Arsenal e dietro ad Aston Villa e Liverpool.

Parlare di flessione per una squadra che a metà stagione è appena a -5 dal primo posto ci dice bene a che standard ci ha abituato Guardiola. Il Manchester City è sempre lì, nonostante Stones e De Bruyne abbiano saltato larga parte della stagione e anche altri uomini chiave, come Rodri e perfino Haaland, abbiano dovuto perdere più di qualche partita.

In verità, se vogliamo rifarci a una voce statistica storica, il City ha sempre sofferto l'inizio di stagione: nel dicembre 2020, per esempio, era precipitato al settimo posto in classifica. Nel dicembre 2022 aveva chiuso a otto punti di distanza dall'Arsenal. In entrambi i casi ha concluso il campionato al primo posto, esibendo una violenza impressionante nel recuperare lo svantaggio, dopo aver inellato un percorso praticamente perfetto.

Dunque il dato di quest'anno è in linea con la tradizione recente degli sky blues, forse anche migliore del previsto. Eppure, questi mesi hanno anche segnato un momento delicato di transizione per il Manchester City, perennemente diviso tra la volontà ossessiva del suo manager a controllare le partite e la difficoltà nell'ottenerlo, il controllo, senza alcuni uomini chiave. Questo ha portato ad alcune variazioni tattiche quantomeno interessanti.

Guardiola sa sempre cosa fare. Ma soprattutto cosa dire

Il momento in cui Guardiola ha visto cedere alcune delle convinzioni maturate nel finale della scorsa stagione è indubbiamente il pareggio per 4-4 contro il Chelsea a metà novembre. Il piano di gioco del catalano si è scontrato duramente con il pressing folle della squadra di Pochettino, che già un paio di settimane prima aveva mandato in crisi l'Arsenal in maniera piuttosto simile. Gunners che, esattamente come il City, ambiscono al totale controllo delle partite.

La serie di partite che segue il pari con il Chelsea, è di netto la più negativa nella storia recente del City. Non tanto per i semplici risultati (due pareggi e una sconfitta) quanto per il fatto che i primi due sono arrivati contro Tottenham e Liverpool e l'ultima contro l'Aston Villa. Mettendo in prospettiva con la sconfitta di qualche settimana prima con l'Arsenal, il City ha de facto perso tutti gli scontri diretti con le prime in classifica.

Per chi bazzicava fra le conferenze dei canali ufficiali del Manchester City, ci si era ormai abituati al nervosismo di Guardiola, anche al netto della felicità incravattata mostrata dopo la vittoria del Mondiale per Club. Il culmine è quella prima dello stesso match con il Villa, poi raggiunte dalle dichiarazioni prima della sfida con il Luton Town, vinta dal City in rimonta.

Un promemoria, una corsa alla legittimazione nei confronti del Manchester City.

Nel momento più difficile del Manchester City, Guardiola si scaglia contro le pressioni con cui il club si affaccia ogni giorno. Essere il Manchester City non è facile. Quantomeno mediaticamente, dato che ogni trofeo è il minimo sindacale per i soldi investiti. Come scrive bene Sam Lee su The Athletic: «Il triplete? Inevitabile. Quattro partite senza vincere? Una crisi.» "Crisi" declinata secondo le pressioni dei media, dal sentore attorno alla squadra, della valutazione continua del progetto emiratino, tendenzialmente di aspra negatività. Lo stesso Guardiola, di recente, ha voluto (dovuto?) ribadire il percorso straordinario degli ultimi anni, spesso bistrattato dal pubblico esterno e dagli avversari.

L'universo del Manchester City è assalito da ogni critica possibile da sempre. Dalla questione dell'Emptyhad fino ai tanti soldi spesi per vincere, intesi con un duplice significato: la provenienza degli stessi fino al tentativo di scrivere una storia che, pare, il City non abbia. E se mai la avrà, sarà comunque macchiata, mendace, priva di passione, comprata. Sicuramente le questioni giudiziarie con la UEFA prima e la Premier league non hanno aiutato a rompere questa narrazione. In formula: il progetto del Manchester City non piace perché discendente diretto dei petrodollari.

Al di là di ogni questione morale sui soldi investiti o della provenienza degli stessi, Guardiola muove da stratega. Dice cose sostanzialmente ovvie, insindacabili. Ma è proprio questo ciò che cerca Guardiola: il ruolo da antagonista perfetto. Per un campionato intero, contro il mondo intero. Il Manchester City, in questo senso, è il club ideale per la sua narrazione da villain.

Ne viene fuori una polarizzazione fra dentro e fuori Manchester, e conseguenza ne è un continuo «contro tutti e contro tutto». Quello che si respira in casa City è questo: un ruolo da antagonista eccellente della Premier League. L'odio addosso, la Haine. Alimentato dalle narrazioni dei media, cavalcato con immenso piacere da Guardiola, immenso genio tattico quanto clamoroso attore teatrale. Un'intelligenza perfida spalmata equamente fra la sfera tattica-sportiva e quella carismatica-retorica, quest'ultima intrisa di profonda ambiguità.

In un ruolo così delicato, in una legittimazione che non giungerà mai dagli avversari, Guardiola è stato costretto a dominare la Premier League, a renderla perfino noiosa per quanto il City continuasse a vincere, a tal punto da non lasciar speranza ai tifosi delle altre squadre neanche con un cospicuo vantaggio accumulato. Non aveva altra strada, il Manchester City, per ottenere la legittimazione tanto desiderata. E miglior leader possibile per abbracciare una questione del genere altro non poteva essere che l'allenatore catalano, uomo che si pone chiaramente al di sopra degli schemi e dei valori del singolo club.

Da questo concetto nasce il Manchester City dominatore di tutti questi anni, da cui volutamente si svincola dall'includere in sé la magia ancestrale che pervade il Real Madrid o la ferocia del Liverpool di Klopp. Rischiando di scimmiottare l'estetica del Barcellona che dominava tutto a inizio decennio scorso, salvo essere poi lontanissmo dall'estetica culér dei blaugrana. Il Manchester City ha dominato nel modo più banale possibile: sapendo sempre cosa fare, come fare e quando fare. Un'esposizione perfetta del decision-making dei giocatori che soltanto nella stagione 2022-23 è riuscito a rendere la propria fase difensiva perfetta e invalicabile. A rimarcare questa identità dura e meccanica, è la stessa bandiera di questo club, Kevin De Bruyne, giocatore meccanicamente perfetto e privo di sussulti emotivi.

È il gioco del controllo, il controll-ball, ciò che ha permesso al Manchester City di poter vincere la Champions League, che è stata vissuta più come sospiro di sollievo che festa di gioia irripetibile. Il disegno di lungo periodo del City era quello di dominare tutto e tutti e per farlo la tattica è stata quella di riempire la squadra di Guardiola di giocatori modellabili nelle idee del suo allenatore e che, di base, dovevano saper fare essenzialmente una cosa bene: controllare il pallone. Giocatori come Rodri, De Bruyne, Bernardo Silva, Gündoğan, Grealish, Mahrez, Foden, Stones sono arrivati a Manchester come giocatori raffinati, eccellenti nelle loro funzioni di base. Oggi ne ne stanno uscendo come giocatori sempre più completi, sempre più intelligenti, sempre più funzionali. Capaci di gestire ogni pallone nel modo più saggio possibile, di leggere la situazione e fare sempre la scelta giusta. In formula: gioco di posizione.

La formazione tipo della stagione 2022-23. Foden, Álvarez e Mahrez pronti a subentrare dalla panchina.

Una tattica perfetta ha permesso al City di soddisfare il proprio piano strategico nel 2023. Ma quella solidità tattica raggiunta, quel City della scorsa stagione è già un ricordo piuttosto lontano, per interpreti e movimenti di gioco. Che ha comunque dominato il suo girone di Champions e ha vinto altre due finali, ma Lipsia, Stella Rossa, Young Boys, Siviglia e Fluminense non sono esattamente allo stesso livello tecnico del City.

L'impatto di Jérémy Doku

In tutti questi anni, Guardiola era riuscito fin da subito a imprimere un'identità piuttosto precisa ed efficace alla sua squadra, posta prima di tutto sul controllo del pallone con il gioco di posizione. L'inizio della stagione 2023-24, tuttavia, ha mostrato un Manchester City fragile e vulnerabile. Nulla di irreparabile né di inedito: gli standard fissati con il treble sono difficilmente eguagliabili, tuttavia il cammino intrapreso sembra(va) completamente sconnesso rispetto ai tempi recenti.

Le cessioni di Gündoğan e Mahrez hanno indebolito la rosa del City, da sempre sapiente nel liberarsi dei suoi pilastri al momento giusto. Le idee per sostituire gli ex 8 e 26 erano le seguenti: Mateo Kovačić e Matheus Nunes per rimpiazzare il tedesco, la promozione di Cole Palmer per affrontare quella dell'algerino. I primi due hanno deluso nell'impatto e nel rendimento, il terzo, invece, ha a sua volta lasciato il club per accasarsi al Chelsea per una cifra vicina ai 40 milioni di sterline.

Tra le due, l'assenza di Gündoğan è senz'altro quella che ha pesato maggiormente nell'ordine della squadra. Oggi in Europa non c'è un numero 8 completo come il tedesco in entrambe le fasi, ed è stato sostituito con due giocatori quasi per sopperire numericamente più che qualitativamente. Kovačić e Nunes sembrano surrogare anche solo una parte dei suoi compiti, uno fino alla trequarti e uno oltre di essa. A settembre, con l'espulsione di Rodri contro il Nottingham Forest, la difficoltà strutturale si è espansa ulteriormente, portando a tre sconfitte consecutive contro Newcastle, Wolverhampton e Arsenal. La maggior parte dei tifosi avevano giudicato dunque il Manchester City troppo dipendente da Rodri, sbagliando. È indubbio che lo spagnolo abbia un peso specifico inquantificabile negli equilibri in campo, ma la sua assenza è stata insostenibile solo perché affiancata ad altre.

Forse è questo il momento specifico in cui Guardiola allora corre ai ripari, facendo da parte Grealish per dare più spazio Jérémy Doku, il diavolo della Tasmania da scatenare al servizio della squadra più accorta del mondo. La sua presenza in campo sembra confliggere drammaticamente con l'idea di controllo che ha il Manchester City. In Italia ce lo ricordiamo bene Doku, la sua partita simbolo era stata quell'Italia-Belgio di Euro2020 in cui aveva messo in scena una sorta di freak show di accelerazioni e dribbling contro Di Lorenzo. Il belga si è calato nello scacchiere di Guardiola come un vero e proprio agente del caos. Doku è, in effetti, il primo calciatore a passare nelle mani del City realmente fuori di testa per il modo di giocare, di estetica vibrante e aggressiva, con un modo diretto di giocare il pallone. Opposto all'austera eleganza di David e Bernardo Silva. Un ospite assassino nella tranquillità del Grand Hotel di Manchester, dicasi Etihad Stadium. Un Cluedo.

Grazie all'inserimento di Doku, il City diventa una squadra decisamente spericolata e verticale, col belga che diventa elemento di connessione tra i reparti e giocatore che, più di tutti, deve accelerare il gioco. I Citizens scricchiolano visibilmente, ma reggono il passo: tutto sembra andare bene, perfino i tifosi si divertono col chaosball, frenetico ed elettrizzante rispetto a quelle partite dominate e controllate dall'inizio alla fine, per alcuni quasi da boring ball.

L'assist di Doku per il 2-0 di Bernardo ha spezzato la meccanicità del City a cui eravamo abituati da anni.

Doku l'assassino si mostra nella sua totalità nella sfida con il Bournemouth, chiusa con quattro assist e un gol. In molti cadono nella trappola di dare a Doku le chiavi del futuro del City, ancora inconsapevoli di star per assistere al periodo più lungo di crisi campioni d'Europa. Da lì, nonostante le partite di Champions vinte, il City cola a picco in classifica. Chelsea, Liverpool e Tottenham. Partite vive e accese, ma che il City non riesce a portare a casa. Poi si ferma Doku, infortunato, e in campo torna Jack Grealish. E nel frattempo Guardiola ha cucito il nuovo abito tattico del City, fatto su misura di due ragazzi provenienti da due emisferi opposti del mondo.

Foden-to-Álvarez

Il Kun Agüero e il mago David Silva sono storia della città di Manchester. Entrambi latini per radici, il duo spagnolo-argentino è stato parte delle fondamenta del club dalla gestione Mancini fino alla prima finale con Guardiola. Oggi entrambi hanno una statua all'esterno dello stadio. Qualcosa di simile, tra David e Phil e tra Sergio e Julian, c'è. Dalle identità alla sinergia in campo e al modo di giocare. Álvarez sembra in tutto e per tutto una reincarnazione di Agüero, con alcune similitudini di movenze e ciclicità storiche al limite del concetto di coincidenza. Foden, invece, dopo una stagione passata da dodicesimo uomo, sembra aver fatto un altro salto di qualità. Caratteriale, piuttosto che tecnico.

I primi ad accorgersene sono stati i tifosi sky blues, che hanno immortalato Foden impartire indicazioni tattiche a Bernardo Silva (!). I numeri in Premier League ne raccontano ancora meglio la crescita: Foden ha disputato 17 partite da titolare sulle 19 totali – e l'anno scorso ne ha disputate 32 totali e solo 22 da titolare. Ha già eguagliato il numero di assist della scorsa stagione (6) ed è già a 5 reti segnate. Discorso ancora più incisivo nei confronti di Álvarez: l'argentino ha disputato tutte le gare di campionato da titolare, e ha raccolto più minuti da agosto a dicembre (1588) che in tutta la Premier League 2022-23 (1465). 9 reti e zero assist nella stagione da treble, 6 goal e 5 assist tra l'agosto 2023 e i primi di gennaio 2024.

Álvarez e Foden hanno combinato anche nel 5-0 contro l'Huddersfield che ha segnato il ritorno di De Bruyne.

Complice l'infortunio d'inizio stagione di De Bruyne e l'assenza di Haaland da inizio dicembre, per Julian Alvarez c'è sempre stato posto. Con l'attaccante norvegese disponibile, il numero 19 ha occupato il KDB-role, andando a fargli da spalla, quando invece Haaland è mancato, a Julian è toccato direttamente il ruolo di finalizzatore principale, in modo simile a quanto visto nella scorsa stagione. Per quantro l'argentino abbia reso bene in tutti i ruoli e in modo molto continuo, è chiaro che nel ruolo di De Bruyne non poteva offrire le stesse opzioni del belga, dando poco modo alla squada di distendersi al meglio.

Senza sorprenderci più di tanto, per Álvarez è andata decisamente meglio quando si è trovato a sostituire Haaland. Con Foden alle spalle, Grealish sulla sinistra e Bernardo Silva sulla destra, il Manchester City ha ritrovato parte di sé e ha ritrovato la marcia tanto desiderata. La componente associativa dell'argentino rispetto ad Haaland aveva dato già al City una forma più simile a quella tipica vetero-guardiolista già nella scorsa stagione, seppur utilizzata poche volte. Quest'anno, il suo ritorno come centravanti ha messo in piedi il giusto compromesso tra il chaos-ball di ottobre 2023 e il paranoico-disfunzionale control-ball di inizio stagione.

Se il City sembra star uscendo dalle sue criticità di inizio stagione, è anche vero che qualcosa ancora non sta trovando bene il suo posto: Nunes e Kovačić, appunto, non sono ancora entrati pienamente nell'impianto di Guardiola e difficilmente dal mercato arriverà qualcuno che possa toglierli dal campo. Ora, al catalano servirà sperare nella forma di Rodri, Foden e Bernardo Silva o o nell'esplosione definitiva di Rico Lewis.

Infine, è tornato Kevin De Bruyne. Accolto con calore dagli spalti dell'Etihad e dal timore di Jurgen Klopp, per rivedere il belga a un livello consono delle aspettative bisognerà pazientare qualche tempo. La lesione del tendine al ginocchio è stata trattata con estrema cautela e con un Foden così in mezzo al campo non c'è alcun bisogno di affrettare i tempi. Sarà difficile fare a meno di Álvarez, invece, quando Haaland tornerà disponibile e dunque automaticamente titolare. Contro l'Huddersfield, inoltre, è tornato anche Doku, ma la sensazione è che il chaos-ball del belga verrà usato con più parsimonia nel 2024. Anche perché ne va della salute mentale di Guardiola.

Insomma, Pep Guardiola ha fatto cambiare nuovamente pelle al proprio Manchester City. Se Cole Palmer fosse rimasto, forse avremmo ammirato un Manchester City con picchi clamorosi nelle ultime porzioni di campo, da magia vera. Ma Phil Foden e Julian Álvarez hanno tutta l'ambizione di dimostrare che sono dei titolari puri in questo Manchester City da treble, e possono bastare da sé. Il Manchester City è dunque ancora la squadra da battere, nonostante tutto? Finché Guardiola siederà su quella panchina, dire il contrario non è incosciente. È paradossale.

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