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Baricco
, 29 Dicembre 2023

Wild Baricco - Considerazioni Sparse


Si può fare un podcast di 2 ore parlando di sé? Sì, se si è Alessandro Baricco. Irriverente, grande. Quasi quanto il suo ego.

Se una persona poteva fare un podcast di 2 ore parlando di sé stesso, quella persona è Alessandro Baricco: lo scrittore 65enne, sempre restìo a interviste e comparsate, decide di “concedersi” in un lungo podcast con Matteo Caccia, registrato nel suo salotto sulle colline torinesi per Il Post. Proprio nel termine “concedersi” sta tutto Baricco e la sua idea di sé: Baricco non viene ascoltato, ma concede di venir ascoltato, come se il mondo non aspettasse altro che questa maratona di 2 ore in cui l’autore dice la sua praticamente su tutto. Wild Baricco è un viaggio di 2 ore: costoso, in termini di attenzione e tempo, ma, come spesso accade con ciò che porta la sua firma, estremamente affascinante. Un viaggio che, in fin dei conti, vale la pena di intraprendere: arrivare alla fine sarà solamente una necessaria e vellutata conseguenza.

“L’ho fatto perché volevo pazziare”, dice Baricco all'interlocutore, che gli chiede il perché di questa scelta inusuale. In quel pazziare c’è tutta la cura della scelta dei termini di Baricco, quella che, a leggerlo, spesso non può che affascinare. Poteva dirlo in altro modo, ha scelto di strizzar l’occhio al dialettale, di essere istrionico, di esser ironico ma non fino in fondo. Per tutta la durata del podcast l’autore di Abel (per festeggiare il quale ha voluto pazziare, appunto) sceglie i termini con meticolosità inaudita. Questa capacità di scelta, tra una risatina e un sussulto, questa abilità di cambio di registro (“la narrazione è ricerca di intensità e puttana”) trascina nel seguirlo, anche se sei partito con qualche legittimo sospetto: usa l'abilità innata e talentuosa divertendosi a stupire nei modi e nei contenuti, alternando altissimi voli letterari ad aneddoti di mascalzonate da stadio nel vedere il suo Torino, per rispondere alle brillanti puntualizzazioni di Matteo Caccia, che provano a stanarlo e in fin dei conti ci riescono, almeno nei perimetri che lo scrittore accetta. Come capita a chi sa di esser affascinante, Baricco quel fascino lo maneggia sapientemente, e spesso ti rapisce anche se hai alzato il volume o sistemato le cuffie nelle orecchie con le migliori e più razionali intenzioni nei primi secondi del podcast. Tutto questo è quello che succede in queste due ore di ascolto, e trovare ad oggi un intellettuale che tenga incollati all’ascolto per due ore è merce assai rara;

Al di là dei registri e dei temi, in queste due ore Baricco si mette davvero a nudo: lo fa in modo quasi fisico, quando parla della sua malattia e di come gli abbia fatto riscoprire il suo corpo che emetteva suoni sino a quel momento sconosciuti, e di come questa “storia dei corpi sia effettivamente molto più affascinante della storia delle menti”. Si mette a nudo anche in una feroce autocritica, della cui autenticità un po' di dubbio è sempre legittimo. Afferma di “non esser stato una bella persona” quando si è trattato di combattere, perché nell’epica del combattimento l’eleganza e la cortesia si perdono sempre, come necessario effetto collaterale. Racconta la sua presunzione, il suo periodo in cui guardava “quanti giornali parleranno male di me oggi”, ma racconta anche il suo cambiamento, come se stesse cercando di andare verso la dolcezza, il superamento di quel combattimento, un ritorno alla bellezza consapevole però di tutta la bruttezza del proprio corpo, che oggi si conosce molto meglio di quando si ha 20 anni, come tutto il resto di sé.

Uno dei temi più cari, tra quelli trattati, è quello della scuola, intesa come Holden ma anche e soprattutto come istituzione. Questo è l’argomento in cui si trova più facilmente il Baricco in versione destruens e radicale, che non teme in nessun modo di essere rivoluzionario, e ci gioca sopra con l’abilità di un trapezista, senza paura di cadere: parla di erotismo dell’apprendere; si chiede come il latino, che chiede di risolvere problemi immobili come la traduzione di una frase che da secoli è tale, possa essere utile in un mondo che immobile non è; denuncia la staticità del sistema di classi sempre uguali, di fronte a un mondo che ci pone sempre di fronte a nuove conoscenze e persone diverse; sostiene che sarebbero le classi scolastiche a dover riempire i teatri, non facendo della cultura un divertissement esclusivamente borghese che allarga la forbice tra “il figlio del fornaio e quello dell’avvocato, che vedrebbero il teatro in classe assieme ed è l’unico modo di beccarli insieme”. Avrebbe potuto fare il ministro della cultura, Alessandro Baricco? Sì, se avesse accettato la corte di Matteo Renzi, che si è chiusa congelando un attimo di bellezza nel “grande dribbling” con cui l’autore ha detto di no in un grande albergo romano ("io nella pletora di candidati ai ministeri ero arrivato in treno col mio zainetto"), in uno scontro tra titani dell’egocentrismo, ma anche tra menti che temono l’immobilismo più di ogni altra cosa. A questa versione radical di Baricco verrebbe facile associare la parola chic, e visto come colloca le sue affermazioni e i suoi tra le partite di tennis in Cote d’Azur e il pianoforte a coda non sarebbe neanche una definizione del tutto erronea: ma la portata radical di affermazioni come quelle di cui sopra vale decisamente di più dei tentativi di annacquarle con una prospettiva facilona e provocatoria.

Cosa è un intellettuale di riferimento? Sarebbe difficile rispondere usando una considerazione delle sparse, e forse non basterebbero le 5 del format che la redazione ci impone. Di certo, uno degli ingredienti necessari, seppur non sufficienti, è il saper tracciare una strada, anche impensabile. Vederla dove altri non la vedono. Ciò che in fondo Baricco fece con la scommessa Holden nel lontano 1994, aprendo una università di narrazione laddove tutti si chiedevano che cosa fosse quella narrazione, a dispetto dell’inflazione di cui risente oggi questa parola: ma se è inflazionata, probabilmente è anche merito di chi ne ha colto il potenziale in tempi non sospetti, peraltro garantendo il lavoro a migliaia di persone in tempi in cui mangiare con la cultura è difficile. Ciò che Baricco ha fatto con la letteratura: quando prendevi in mano Seta o Castelli di Rabbia negli anni 90’ capivi di esser di fronte a qualcosa di totalmente diverso da ciò che era stato scritto sino a quel momento nella narrativa italiana. Se oggi ti aspetti che Abel abbia quella sintassi, 30 anni fa quel modo di scrivere è stata rivoluzione, se ricordo che la mia professoressa del liceo passava i suoi libri sotto banco per non incorrere nel giudizio dei colleghi. Per chiudere, Alessandro Baricco è quello del “piaccia o no”. Piaccia o no, è una delle menti più brillanti della sua generazione, che nella letteratura e nella vita reale ha tracciato strade che altri non avevano visto nemmeno lontanamente, o se le avevano viste, non avevano avuto il coraggio di seguire. Alessandro Baricco ha vissuto qualche anno davanti a noi, grazie a questa qualità, e a un Ego abbastanza grande per sostenerla. E come spesso accade in questi casi, è necessariamente divisivo, ma in fondo, a ballare su questa divisività, non si trova affatto male.

  • Torinese e granata dal 1984, dopo una laurea in Filosofia, opto per diventare allenatore professionista di pallavolo, giusto per assicurarmi una condizione di permanente precarietà emotiva e sociale. Questa scelta, influenzata non poco dalla Generazione di Fenomeni che vinse tutto a cavallo degli anni 90', mi porta da anni a girovagare per l'Europa inseguendo sogni e palloni, ma anche a rinunciare spesso a tutto il resto di cose che amo fare nella vita: nei momenti di sconforto per fortuna esistono i libri, il mare, il cioccolato fondente e le storie di sport in cui la classe operaia va in paradiso.

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