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, 28 Dicembre 2023

Saltburn - Considerazioni Sparse


Un film viscerale.


L’horror grafico - quello crudo, fatto di sangue, organi spiattellati qua e là e violenza fisica estremizzata e gratuita - non fa più schifo a nessuno. L’assuefazione dello spettatore a questo tipo di contenuti ha portato a una specie di anestesia cerebrale selettiva, che ci impedisce di provare schifo davanti alle scene più truculente, come fossimo tutti macellai perfettamente a nostro agio davanti al sangue. Io, i film horror, solitamente li odio. Mi sembrano spesso privi di contenuto, mero materiale da scannatoio in cui l'unico scopo sia mostrare viscere o fare urlare lo spettatore con l'ennesimo, superfluo, jumpscare. Invece, apprezzo profondamente quei film non "di paura", ma "dell'orrore". Quei film che raggiungono il loro scopo mettendoti a disagio mostrando i lati più mostruosi della normalità, della quotidianità. Non a caso il mio autore preferito è David Lynch, maestro supremo del disagio nel cinema, ed è sempre per questo motivo che guardando Saltburn mi sono divertito un casino. È un film viscerale nel più puro senso del termine, nel senso di “relativo alle viscere, dal punto di vista anatomico e patologico”. In Saltburn tocchiamo le superfici più squallide dei nostri organi, dallo stomaco all’intestino, senza mai vederli. Emerald Fennell - già nota al pubblico per Promising Young Woman e per un cameo in Barbie - è straordinaria nel riuscire a immergere lo spettatore nelle viscere più putride attraverso l'uso della macchina, della luce, della messa in scena;

Perché Saltburn fa così schifo? Nel senso, perché questa pellicola trasmette un senso di fetore costante, pur essendo soltanto la storia di un'amicizia? Il film, infatti, racconta del rapporto tra due ragazzi - uno bello e ricco l’altro povero e sfigato - iniziata a Oxford e proseguita appunto a Saltburn, una inglesissima magione dispersa in un’inglesissima campagna, con un inglesissimo personale di servizio, abitata da un’inglesissima famiglia con inglesissimi figli e altrettanti inglesissimi parenti. Niente di troppo distante dalla realtà, a parte qualche tono leggermente esasperato. Saltburn fa così schifo proprio perché è estremamente realistico, privo di qualsiasi filtro sociale. Saltburn rinchiude - in una villa gigantesca - manifestazioni psichiatriche sviscerandole una dopo l’altra, in un tourbillon lento e costante, in cui una particella maligna scardina il meccanismo trascinandoci al grand finale. L'esplorazione degli aspetti più reconditi dell'umano ci fa schifo, ma soprattutto ci fa paura. La totale assenza di empatia, l’egoismo sconsiderato, ci fanno talmente schifo da non riuscire ad ammetterli, a osservarli. Guardare Saltburn significa mettersi nudi, allo specchio, mentre scorriamo le notizie del giorno sul telefono, mentre leggiamo di bambini scannati come agnelli in qualche paese africano, e intanto ci laviamo i denti; poi scopriamo di un attacco terroristico in Afghanistan, e ci mettiamo il deodorante; ci tagliamo le unghie e sentiamo alla radio che un matto ha scuoiato gli amici e ne ha fatto sapone perché si annoiava. Poi, la nostra giornata va avanti come fosse niente. Non è Saltburn a farci sentire male, è la consapevolezza di quanto sia reale Saltburn a farci sentire male.

Questo trionfo del male più banale è retto da uno straordinario Barry Keoghan, attore di rara bravura che quest'anno aveva già brillato in The Banshees of Inisherin e che ad ogni nuovo film mostra ulteriori margini di crescita. Basta metterlo in condizione di lavorare. La performance (e il personaggio) di Keoghan sono come un solista il cui spartito cresce armoniosamente con l'orchestra, scandendo il ritmo del racconto, contestualizzando l'evoluzione dei personaggi e i loro cambiamenti anche drastici. Keoghan è accompagnato da un cast di ottimo livello - Rosamund Pike, Jacob Elordi fino, Carey Mulligan - che interpreta egregiamente i propri personaggi riuscendo ad estremizzare i propri connotati in performance tutte psicologiche che, per riuscire, avevano bisogno di grande spessore. Non entriamo in maggiori dettagli per evitare ogni possibile spoiler. Oltre alla recitazione di Barry Keoghan, poi, il ritmo è scandito magnificamente dalla fotografia di Linus Sandgren, già elogiato dal sottoscritto per Babylon. Dal formato della pellicola alle ombre profonde, dai rossi e sanguinolenti drappeggi alle scene che sembrano dipinte da Hopper, una costante inquietudine visiva ci spinge sempre più in fondo al nostro divano. 

Il vate del cinema-che-ti-mette-a-disagio David Lynch disse una volta di aver scritto Twin Peaks - ma in realtà si tratta di una costante nella sua opera - per bilanciare tutto il male che non veniva espresso al cinema. Secondo Lynch, l’industria cinematografica disegnava una realtà distorta, in cui veniva espressa una quantità di odio e di male sproporzionata per soddisfare gli spettatori, odio e male che però poi non trovavano effettivo riscontro nella narrazione, come se non ci fossero conseguenze. Saltburn, allo stesso modo, ci mette davanti alla società psicologicamente più cruda e cruenta che si possa immaginare, una società imperterrita di fronte alla violenza più bruta, impassibile innanzi ad eventi catastrofici, annoiata dalla propria onnipotenza. 

  • Rimini, 23/09/1994. Laureato in Comunicazione Pubblicitaria allo IED di Milano, freelance e multiforme. All’anagrafe porta il nome di Ayrton e la Formula 1 è appuntamento immancabile del weekend, a cui associa un passato da tennista sgangherato e anni di stadio a Cesena. Incallito e vorticoso consumatore di vinili e di cinema.

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