
Il disastro storico dei Detroit Pistons
Con 27 sconfitte consecutive, i Detroit Pistons sono entrati nella storia NBA dalla parte sbagliata.
A Mo-Town è buio totale. E ancora non si vede la luce in fondo al tunnel. Nell'antivigilia di Natale i Detroit Pistons, con la sconfitta in casa dei Brooklyn Nets, hanno eguagliato il record di 26 sconfitte consecutive in singola stagione, primato appartenente senza troppo sfoggio di vanteria dai Cleveland Cavaliers 2010-11 - prima annata post The Decision di LeBron James - e dai Philadelphia 76ers 2013-14, in pieno Process. Ora soltanto un’altra sconfitta li separa dal non invidiabile traguardo della squadra con la maggiore striscia di sconfitte nella storia dei più di 75 anni di vita della lega di pallacanestro più seguita al mondo.
Nella notte di Santo Stefano, ancora contro i Nets, la squadra di coach Monty Williams ha deciso di fugare ogni dubbio su quale fosse la peggiore striscia della storia della National Basketball Association: 112-118 alla Little Ceasars Arena, 27 sconfitte consecutive, record siglato tra le mura (non troppo) amiche del Michigan e nome inserito negli annali.
Il peggior record di una Regular Season NBA rimane il 9-73 dei Philadelphia 76ers 1972-73, ma al ritmo a cui stanno viaggiando quest'anno, i Pistons sarebbero in grado di superarli. Il 6.9% di vittorie in proiezione porterebbe Detroit a chiudere la stagione con sole 6 vittorie e ben 76 sconfitte.
Dal 2019 la franchigia sta chiudendo regolarmente la RS sotto il 30% di vittorie, dal 2016 non ha una stagione con un saldo positivo tra successi e sconfitte. Come se non bastasse, i Pistons non vincono una partita di playoff da 15 anni. L’ultima volta? 26 maggio 2008. Per dare un po’ più di contesto: nel maggio 2008 Antetokounmpo non giocava ancora a basket, Russell Westbrook e Derrick Rose sarebbero state le prime scelte al successivo Draft, Steph Curry non era ancora nella lega e Kevin Durant avrebbe vinto un mese dopo il Rookie of the Year per la sua grande stagione coi Seattle Supersonics. Sì, c’erano ancora i Sonics.
Per capire i problemi di questa squadra e l'inizio terribile di questa stagione bisogna tornare indietro nel tempo, precisamente alle 2004 NBA Finals. I Pistons hanno la meglio sui favoritissimi Los Angeles Lakers per 4-1, in una serie considerata ancora oggi come uno dei grandi upset della storia dell'NBA. Dopo il titolo, per qualche anno Detroit continua ad avere una squadra molto competitiva, considerata da molti favorita al titolo. Perde in finale nel 2005 con gli Spurs, arriva a maggio a giocarsi le partite che contano anche nei due anni successivi. Poi inizia il declino.
Nel 2008 la trade che coinvolge Chauncey Billups, uno dei pilastri della squadra, in cambio di Allen Iverson si rivelerà completamente fallimentare: l'attuale coach dei Trail Blazers arriverà coi Nuggets fino alla finale della Western Conference, le pessime prestazioni di The Answer lo porteranno a essere messo fuori squadra e a fare le valigie a fine stagione.
Ma cosa c’entra tutto questo con le 26 sconfitte consecutive di quest’anno?
Da quella stagione in avanti, tra infortuni e trade che si sono rivelate meno proficue del previsto, inizierà un processo di rebuilding che si trascina fino ai giorni nostri. Da anni Detroit vocifera di apportare grandi cambiamenti alla squadra ma i risultati dicono che la rivoluzione necessaria, ancora, non si è vista.
La società non è stata capace di gestire una grande squadra come quella del titolo e degli anni successivi trasformandola e rinnovandosi nel tempo; le prestazioni di quest’anno sono così deludenti che è ormai diventata oggetto di ilarità sui social la promozione della nota catena americana Wing Stop. Nelle partite casalinghe lo sponsor dei Pistons offre per ogni vittoria 5 alette di pollo gratis. O meglio, offrirebbe. I supporter della squadra sono rimasti a lungo a pancia vuota e i polli del Michigan ringraziano.
Si è parlato negli anni di mancanza di “mentalità vincente”, di ambiente deleterio. Detroit negli anni si è guadagnata la fama di “squadra che rovina i talenti”, in cui è meglio non capitare. Per spazzare via queste voci in estate la franchigia si è mossa sul mercato, non tanto a livello di giocatori quanto a livello di coaching. Monty Williams, che nel 2022 è stato nominato anche Coach of the Year per la crescita dei giovani del nucleo dei suoi Phoenix Suns, è stato individuato come profilo ideale per contribuire a una risalita in termine di produzione di talento e di risultati.
Le aspettative a inizio stagione erano tante: Williams ha firmato un contratto per la cifra record - per un head coach che non si chiami Gregg Popovich - di 78.5 milioni di dollari in 6 anni. In sede di presentazione ha utilizzato non il termine rebuilding ma restoration, “restauro”, come se si trattasse di un'opera d'arte antica e non di una squadra di pallacanestro. Le aspettative molto alte però tendono spesso a essere deluse. Lo stesso Williams si è più volte riferito in stagione a un gruppo che «non si impegna, non combatte e non è in grado di esprimere un gioco degno della tradizione di Detroit e di quello che i sostenitori si aspettano».
Cade Cunningham è certamente il volto di questo gruppo, il giocatore su cui la dirigenza ha deciso di puntare per tornare a competere: nonostante le cifre si attestino oltre i 22 punti e i 7 assist di media, il punto debole dell’ex giocatore di Oklahoma State rimane però la solidità difensiva, non da squadra che punta ai primi posti della classifica e che senza l'adeguato supporting cast è origine primaria di scompensi nella propria metà campo.
Almeno nel reparto guardie, l'assortimento non può definirsi al momento all'altezza: i numeri di Jaden Ivey sono nell'ultimissimo periodo in leggera crescita ma non sufficienti da rispecchiare le prospettive da secondary handler e minaccia costante del ferro avversario; Killian Hayes alterna ancora momenti in cui è giocatore che molti scout non considerano meritevole di essere stato chiamato così in alto al primo giro a possessi in cui la wingspan in difesa e il playmaking in attacco potrebbero conferirgli duratura cittadinanza in NBA.
Uno dei grandi problemi della squadra è la percentuale del tiro da 3 punti: il 19% contro Philadelphia il 15 dicembre è solo uno dei tanti esempi, dato che la media stagionale è 33,4%, la peggiore di tutta la NBA. Il problema non risiede soltanto nel roster, privo di tiratori affidabili a eccezione di Bogdanovic e Alec Burks, sicuramente troppo acerbo per ambire a competere per i primi posti della classifica, ma in una più generale mancanza di fiducia dell’ambiente, che deriva anche dalle prestazioni non entusiasmanti. Se vincere aiuta a vincere, perdere...
Al Draft 2023 la #5 era nelle mani dei Pistons. Ausar Thompson è uno dei talenti grezzi dal potenziale, soprattutto difensivo e come passatore, maggiore dell'ultimo lustro NBA: l’MVP delle finali della Overtime Elite 2021 può portare un briciolo di speranza alla causa, ma ha ancora bisogno di costruirsi.
Tra ali e lunghi il roster di Detroit è se possibile ancor più corposamente mal assortito: la trade per James Wiseman si può dire ormai definitivamente una sconfitta del front office di Troy Weaver; lo stesso discorso si potrebbe fare per Marvin Bagley, che ha subìto le grandi aspettative dell'esser stato scelto alla 2 da Sacramento, prima di Luka Doncic e Trae Young tra gli altri, senza un immediato ritorno in un altro contesto disfunzionale quali i Kings pre-Mike Brown.
Jalen Duren, forse il prototipo più intrigante a livello atletico e il più giovane del lotto, ha così troppi pochi minuti per sgrezzare la ruggine tecnica e Isaiah Stewart, il meno futuribile del pacchetto e quello con più range di tiro, è costretto a estremizzare brani di gioco perimetrali che dovrebbero appartenergli come plus e non come base per stare su un parquet NBA. Un bel mappazzone, direbbe qualche cuoco emiliano...
Ci si aspettano mosse da Detroit entro la Trade Deadline di febbraio: i Pistons hanno a libro paga alcuni “contrattoni” che potrebbero fare comodo a squadre che cercano il pezzo per completare il proprio puzzle. Bojan Bogdanovic (20 milioni di dollari), Joe Harris (19.9 milioni), anche i 10 milioni di Alec Burks e Monte Morris - che, a causa di un infortunio al quadricipite destro, non ha giocato neanche un minuto in questa stagione - possono rispondere all'identikit dei "buoni-giocatori-se-inseriti-nel-giusto-contesto", quale Detroit al momento non è. Lo stesso proprietario dei Pistons, Tom Gores, ha commentato la situazione attuale della squadra, rassicurando i tifosi che non resterà di certo a guardare. "Adesso non siamo a posto, sono necessari cambiamenti e li faremo sicuramente" ha dichiarato a The Athletic.
Giova ricordare, tuttavia, che Detroit non sia esattamente la città dei sogni per un giocatore di pallacanestro. Tra i '50 e i '60 Detroit era la capitale dell’industria automobilistica americana, città florida e tra le più popolose degli States. A causa della crisi petrolifera e della delocalizzazione delle produzioni, comprese le grandi fabbriche di General Motors, Ford e Chrysler, Mo-Town si è rapidamente svuotata e, per via della sua vocazione monosettoriale, non è riuscita a riconvertirsi.
Nel 2013 lo stato del Michigan ne ha dichiarato il fallimento a causa dei debiti accumulati: fino a pochi anni fa circa 1/3 della superficie di Detroit versava in uno stato di totale abbandono, ancora oggi ha uno dei più alti tassi di criminalità degli USA. Nonostante i contratti milionari dei giocatori NBA, in free agency tutti i giocatori liberi di firmare con qualsiasi squadra ci pensano due volte prima di decidere di trasferirsi in quella che in alcuni quartieri ricorda molto una ghost town.
Un paragone che possa offrire una fiammella di speranza, prima che siano la striscia di sconfitte e i malumori della Little Ceasars Arena, è quello proposto da The Athletic. Nell'aprile 2021 i Pistons e gli Orlando Magic si trovavano allo stesso punto, in coda alla Eastern Conference con rispettivamente 23 e 22 vittorie. L’ 8 dicembre scorso invece i Magic hanno inflitto a Detroit la più grande sconfitta della stagione (123-91) e oggi sono 4° nella Eastern Conference, con un record di 17-11. In Florida sembrano finalmente aver trovato il giusto equilibrio, affiancando a Paolo Banchero tanti altri giovani in crescita e pieni di energia, e quest’anno sembrano finalmente poter ambire a un accesso diretto ai playoff.
La stagione di Cunningham e compagni invece sembra indirizzata verso un tanking pesante per sperare di ottenere una scelta quanto più alta possibile al draft dell’anno prossimo, e nel frattempo cercare di costruire un gruppo e soprattutto un gioco. Che non sia ancora troppo tardi per le speranze dei Pistons? Cari tifosi di Detroit, ci sarà comunque da soffrire ancora per un po’.
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