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, 27 Dicembre 2023

Cosa ci riserverà il 2024 nel tennis?


Proviamo a mettere giù qualche previsione.

Introduzione a cura di Nicola Balossi.

Senza tennis ci sentiamo un po’ persi e straniti, e – complici i rigori invernali - precipitiamo fatalmente in una dimensione onirica, letargica e lisergica, condita di visioni sulla prossima stagione. Di fantasia in fantasia ci capita di partire seri e diventare faceti, per finire al delirio di assegnare i nostri Slam e la top ten di fine anno (prossimo). Tutte operazioni di cui ci assumiamo gli altissimi margini di rischio: il tennis ci smentirà ma crediamo ugualmente nel valore della chiacchiera che ci facciamo sopra.

Prima di passare alle giocose sabbie mobili di sorprese, amori ingiustificati, top e flop, dobbiamo giocoforza occuparci della prospettiva che si gode dai piani alti. Per farlo, abbandoniamo la nostra tipica visione trinitaria - eccezione che conferma la regola – perché i galloni per stare lassù se li sono conquistati in quattro. D’altra parte, anche la filosofia fab-four ha un suo perché. Vediamo allora l’eredità 2023 dei quattro vertici e l’insidia principale che li attende dietro l’angolo.

Tre Slam, le Finals, le settimane infinite in cima al ranking: tutto rimanda al nome di Novak Djokovic. Anche quest’anno il serbo dal multiforme ingegno si è adattato a ogni sfida e ha trasformato le rare sconfitte nelle fondamenta della successiva vittoria. Proprio quando il gap con i pretendenti sembrava colmato, ha dato nuova linfa al suo tennis, con prestazioni mostruose al servizio e il gioco aggressivo che ha fulminato Sinner alle Finals e Medvedev a New York. Saggio, scaltro, e manicale nella cura di ogni piccola sfumatura: è ancora lui l’uomo da battere in tutti gli Slam. Il suo nemico si chiama tempo: dicono che alla lunga sia invincibile, ma finora non ce ne siamo accorti.

La stagione di Novak Djokovic (via Nitto ATP Finals)

Carlos Alcaraz è una forza della natura, combina acciaio e seta come se non facesse altro da quando è nato. Quando ha strappato lo scettro di Wimbledon dalle mani salde di Novak, in molti hanno pensato a un passaggio di consegne. Invece nei mesi successivi il futuro monarca assoluto del tennis ha vissuto un periodo di appannamento che ne ha incrinato (molto leggermente, per la verità) le certezze. È stata proprio la sudatissima rivincita di Nole a Cincinnati a mettere il primo tarlo, seguita dalla lectio magistralis di Sinner a Pechino che ha smorzato l’onnipotenza dell’iberico, e infine ci si è messo in mezzo un brusco calo di forma.

Il nemico, paradossalmente, è la sua stessa forza, la strapotenza fisica che gli permette di dominare nei momenti di picco. Deve imparare a gestirla e dosarla, per vincere anche nelle giornate un po’ così; conoscendo la sua mentalità e la sua riserva illimitata di talento, è solo questione di tempo e di esperienza. In Australia non difende punti e potrà scacciare i dubbi a modo suo: puntando alla vetta.

Daniil Medvedev non sarà aggraziato come un ballerino del Bol'šoj, ma ha la capacità più unica che rara di cucinarti e mandarti fuori giri con il suo tennis di rimessa, scuro come uno specchio che non riflette alcuna immagine. Il 2023 gli ha portato in dote cinque titoli, oltre alla riconciliazione con terra ed erba. Il dolce trionfo romano dell’otto maggio resta però la sua ultima conquista, poi il russo ha mancato di un soffio parecchi bersagli. Le semifinali di Wimbledon e delle Finals, oltre ai secondi posti di New York, Pechino e Vienna sono oggettivamente ottimi risultati ma contengono un piccolo segnale di allarme. Se perdere da Alcaraz sull’erba era in preventivo, le ripetute sconfitte con Sinner – sempre domato facilmente – e quella con Djokovic agli Us Open – battuto due anni fa proprio lì, stessa spiaggia, stesso mare – fanno pensare a un’inversione di tendenza: qualcuno ha trovato la chiave dell’enigma e questo lo priva di un grande vantaggio.

Il suo nemico è l’evoluzione degli altri, che cominciano a prendergli le misure; per superarlo, più che rivoluzioni tecniche, gli servirà lavorare sui dettagli e fare appello alla grandissima forza mentale che lo ha elevato fra i signori del tennis. Difficoltà aggiuntiva: difende tanti punti nei primi mesi dell’anno, e per rimanere fra i primi dovrà fare bene in Australia, l’unico torneo bucato nel primo semestre 2023.

L’uomo del momento ha i capelli rossi e si chiama Jannik Sinner, occupa il quarto posto ma vuole di più. Nel 2023 ha preso il volo, specialmente dopo l’estate, quando ha vinto il 1000 di Toronto e poi ha superato in breve i suoi tabù. I tre match point salvati in Davis contro Nole resteranno scolpiti nella storia. Così, dopo gli aspri mugugni che l’hanno spesso accompagnato, è partita la gara a chi le spara più grosse nel prevederne glorie. Il suo nemico è l’aspettativa. Tutti lo vedono già numero uno e campione Slam, lui invece dovrà isolarsi e marciare con il paraocchi: la buona notizia è che ha già dimostrato di saperlo fare. Arriveranno i momenti storti e l’opinione pubblica gli presenterà il conto degli onori di oggi, ma siamo certi che saprà gestirli. Noi lo aspettiamo e non ci stupiremmo di vedere la sua prima finale in un Major nei prossimi mesi, ma se anche dovesse patire un periodo di assestamento, niente panico. La sua casa non è costruita sulla sabbia.  

https://twitter.com/quindicizero/status/1728517664677708030

3 giocatori che avranno una breakout season

di Francesco Garamanti

Piccolo disclaimer tecnico prima di cominciare. Nel gergo sportivo anglosassone «breakout» equivale all’italiano «esplosione». Dunque: quali tennisti esploderanno nel 2024? Quali saliranno alla ribalta come (future) star del circuito? Si tratta di un concetto relativo, da intendere in proporzione al livello di gioco già espresso dal singolo. Tanto per fare un esempio (con due tennisti a malincuore esclusi dal terzetto definitivo): «stagione della svolta» per Jiri Lehecka significherebbe entrare in top-10, per Flavio Cobolli imitare il 2023 di Matteo Arnaldi.

Ben Shelton

Ben Shelton che mima il gesto del telefono, alza la cornetta e poi riattacca. Djokovic che imita il gesto di Shelton che imita il gesto del telefono. Musetti che fa lo stesso in Davis. E poi Fognini, Cobolli, Vlahovic. Decine di atleti alle prese con cellulari invisibili da chiudere in faccia, una curva memetica cui non è mancata l’appendice un po' cringe di Charles De Ketelaere. L’esultanza lanciata dal classe 2002 di Atlanta allo scorso US Open incapsula bene la sua attitudine al tennis: spensieratezza, carisma da Main Event, esuberante sfrontatezza.

Professionista dall’estate del 2022, Shelton è oggi n. 17 ATP, semifinalista Slam, vincitore 500. Famoso per un servizio supersonico («catapulta di muscoli» è la perfetta definizione di Stefano Semeraro), Shelton non va ridotto allo stereotipo del potente big server, ma visto come un tuttocampista in nuce, un giocatore proattivo capace di coniugare la verticalità e la grazia di una certa tradizione serve & volley con la resistenza da contrattaccante del tennis moderno. Dopo la semifinale di New York ha chiuso l’anno con 8 vittorie su 11 e il primo titolo ATP a Tokyo. Insomma, è quasi impossibile avanzare dubbi sul suo talento, e il 2024 ha tutte le carte in regola per essere l’anno della sua consacrazione.

Al netto di infortuni e cataclismi, crediamo che Shelton metterà in bacheca almeno un altro titolo pesante e farà a breve il suo ingresso nei primi 10 (5?). Magari tra marzo e ottobre (con pochissimi punti da difendere), tra un promettente Sunshine Double e una parentesi green che sulla carta è il teatro ideale del suo tennis da prime di servizio a 240 km/h, tocco delicato e dritti in top assassini. Per informazioni, chiedere al Matteo Berrettini versione Wimbledon 2021.

Arthur Fils

Alle Next Gen ATP Finals di Gedda il n. 1 del seeding Arthur Fils sopravanzava di 30 posizioni in classifica la seconda testa di serie (Van Assche), addirittura di 56 la terza (Stricker). Un divario che ci dice molto sulla precocità del francese, unico under 20 nei primi 50 del mondo e primo 2004 vincitore di un titolo ATP (Lione). Un 2023 da record che l’ha visto Newcomer of the Year e catapultato tra i maggiori talenti della (nuova) Next Gen.

Il suo tennis d’attacco potente e muscolare, fatto di strappi e accelerazioni, atletismo e completezza tecnica, può ricordare quello di Auger-Aliassime, ma ha anche qualcosa dell’esuberanza di Carlos Alcaraz. Fils si descrive come farebbe lo spagnolo: «In campo mi piace portare le mie emozioni e molta energia, fa parte della mia personalità, è importante per me più che per il mio tennis». Quest’anno ha scalato oltre 200 posizioni chiudendo a ridosso dei primi 30, un’ascesa che ricalca in parte quella del murciano nel 2021. E ricordiamo tutti il 2022 di Alcaraz, suggellato dalla vittoria a Flushing Meadows e dalla vetta del ranking. Il lettore può tranquillizzarsi: chi scrive non sta affermando che a breve avremo un Fils n.1 ATP, anche se qualcuno forse più coraggioso di noi sembra ipotizzarlo.

Ma la sensazione è che il transalpino possa rapidamente irrompere nei primi 20 (se non nei 10), sfruttando una stagione su terra che dovrebbe esaltarne le doti e magari (chissà) piazzando un gran risultato nello Slam parigino. Intanto, in Kuwait, si allena con un Rafa Nadal sul viale del…comeback, Australian Open in piena vista. Per un teenager che studia per diventare grande, un viatico (e un biglietto da visita) davvero niente male.

Hamad Medjedovic

È possibile che dopo le nostre considerazioni su Fils qualcuno si senta come Aldo Baglio in Tre uomini e una gamba nella famosa scena sulla spiaggia. Meraviglioso Fils, bello, bello, intanto com’è che le Finals di Gedda non le ha vinte? La risposta a questa domanda ha un nome e un cognome: Hamad Medjedovic da Novi Pozar, Serbia, classe 2003, n. 110 ATP, che il torneo in Arabia l’ha vinto da underdog, sconfiggendo in finale proprio il francese.

A dispetto del nome, il serbo non risulta affatto una fusione tra Medvedev e Djokovic (l’idolo e modello che da 10 anni lo finanzia come suo pupillo), ma una specie di versione balcanica di Nicolas Jarry, un battitore sopraffino capace di tagliare splendidamente il campo bombardando dal lato del dritto (già di livello top) e da quello del rovescio (non meno promettente). Quest’anno sono arrivati i primi risultati di peso: tre Challenger, due semifinali in tornei 250, l’esordio nel main draw di uno Slam. Certo, per la definitiva irruzione ad alti livelli qualche aspetto sembra da limare: una certa difficoltà nella gestione dello stress (a farne le spese svariate racchette) e una fisicità non ancora all’altezza dei suoi fondamentali. Vediamo Medjedovic leggermente sovrappeso ciondolare sul campo, piedi larghi e fianchi robusti, e ci viene in mente la vecchia bufala del calabrone, che non sarebbe adatto al volo ma vola lo stesso.

Se come promette lavorerà in tal senso, non vediamo perché il serbo il volo non possa spiccarlo sul serio. A breve entrando nei 100, per poi puntare ai primi 50. Accumulando partite nel circuito maggiore, provando a sparigliare le carte in tabelloni di prestigio. Forse tra un anno, di questi tempi, sarà lui l’erede di Fils come Newcomer of the Year.

https://twitter.com/UbiTennisEng/status/1551873905278722048

3 giocatori che flopperanno

di Marco Bellinazzo

Sebbene sia probabilmente superfluo specificare che cosa sia un flop, concetto chiaro più o meno a tutti coloro che seguono un po' di sport, è altrettanto chiaro come i contorni di una tale valutazione siano spesso poco nitidi e troppo soggettivi. Come è ovvio, a rendere una stagione deludente non sono solo i risultati in sé, ma la combinazione di essi con aspettative e potenzialità di un giocatore. Se i primi sono un insindacabile dato oggettivo, su tutto il resto c'è fin troppo da discutere, pertanto non esiste un vero e proprio criterio per certificare un pezzo flop. Quello che è certo è che questa è la sezione più scivolosa di questo pezzo, quella con più possibilità di essere riesumata tra 12 mesi, con la figuraccia dietro l'angolo. Nel frattempo, ecco tre giocatori che noi crediamo possano deludere in questo 2024.

Stefanos Tsitsipas

“È solo bello?” si chiedeva una lapidaria prima pagina di Tuttosport di una decina di anni fa: il bersaglio era Fernando Llorente, ancora oggetto misterioso a poche stentate settimane dal suo arrivo alla Juventus. Il basco però non era solo bello, e alla fine ebbe modo di dimostrarlo in campo. E di sicuro solo bello non lo è nemmeno Stefanos Tsitispas ma, se qualcuno avesse visto giocare il greco soltanto negli ultimi mesi, in realtà non sarebbe particolarmente sorprendente che gli sorgesse questo stesso quesito. Tsitsipas, per la verità, è bello anche come tennista, ha movenze classiche e pulite e quel rovescio armonioso ispirato a colui che dello stile ha fatto un marchio di fabbrica per tutta la carriera: è sicuramente un giocatore che ruba l'occhio ma il timore, alla fine di questa stagione, è che di speciale gli stia restando solo quello.

Sulla seconda finale Slam della sua carriera Tsitsipas ha costruito la classifica per accedere ancora alle ATP Finals, disertate in modo discutibile dopo 3 game della seconda partita, ma il greco oggi sembra molto distante da quel futuro padrone del tennis mondiale che tutti ci aspettavamo che sarebbe diventato insieme a Medvedev e Zverev, gli altri rappresentanti della sua generazione.

La sensazione è che il 2024 per lui sarà un po' la stagione spartiacque, che potrebbe dimostrare che quella recente è stata solo una fisiologica flessione, oppure confermare la parabola discendente di un tennista che a soli 25 anni potrebbe aver già visto il culmine della sua carriera. Date le premesse, non leggere il suo nome tra quelli dei primi 10 farebbe il sordo rumore del fallimento: noi temiamo che possa capitare.

https://twitter.com/quindicizero/status/1724428371612839954
Casper Ruud

È l'11 settembre del 2022 e a Flushing Meadows si gioca la finale degli US Open. Casper Ruud e Carlos Alcaraz non solo si contendono il primo titolo Slam della loro carriera, ma anche la vetta della classifica ATP. Il vincitore, a partire dal giorno seguente, sarà il numero 1 al mondo. Da qui in poi la storia la conosciamo, lo spagnolo vince e si consacra come futuro (ma anche presente) dominatore del tennis e tuttora tiene fede alle straordinarie aspettative che tutti hanno su di lui. Ma chi è quel ragazzotto che, lo stesso giorno, si trova ad una sola partita dall'essere il numero uno del tennis mondiale?

Casper Ruud è un biondino norvegese con una di quelle facce tremendamente dimenticabili, l'occhietto un po' malinconico, scandinavo ma non vichingo. Ha 25 anni ma è facile che guardando una sua foto gliene dareste una buona decina in più, oltre ad una vaga somiglianza con Ryan Gosling (non il più espressivo tra gli attori, in effetti). Il tennis di Ruud, tra l'altro, sembra cucito perfettamente da un sarto sopra la sua fisionomia un po' anonima: provate a chiudere gli occhi e pensare ad un colpo o una caratteristica che renda speciale, in qualche modo riconoscibile, il gioco di Casper Ruud. Su due piedi è difficile, eh?

Allora come ha fatto Ruud a raggiungere 3 finali Slam, 10 titoli ATP, il numero 2 della classifica, direte voi? Un po' sfruttando abilmente le occasioni, un po' vivendo un momento di grazia, un po' traendo più del massimo dall'unica superficie in cui si trova davvero a suo agio. Ma per quanto basterà per mantenerlo ad alti livelli? Secondo chi scrive, non per molto: questa stagione potrebbe mettere fine al suo tour ai piani alti.

https://twitter.com/TheTennisLetter/status/1739723462451839388
Taylor Fritz

“C’è chi aspetta la pioggia per non piangere da solo, io son di un altro avviso: son bombarolo”. Un altro dei “benedetti” dallo sciagurato Break Point su Netflix in cui, con il suo ciuffo californiano e la sua biondissima ragazza Morgan, confeziona un’immagine tanto glamour e televisiva quanto è sgraziata e ruspante quella che ci restituisce in campo.

Alto e sgangherato, con quelle movenze dinoccolate e quelle braccia srotolate lungo il corpo, che ti guarda con uno sguardo che non sembra trasudare intelligenza, Taylor Fritz (a proposito, esiste un nome più americano di questo?) ricorda una specie di reincarnazione di Milos Raonic, ma più belloccio e infiocchettato, tanto da far pensare di trovarsi più a suo agio vicino ad una telecamera che sotto rete. Non il primo e certamente nemmeno l’ultimo della scuola dei big server americani, la cosa che stupisce è come sia caduta su di lui la responsabilità di riportare in auge il tennis a stelle e strisce: un giocatore che, fuori dall’efficacia brutale dei primi due colpi, sembra prendere le decisioni lanciando la monetina e che varca la linea di fondo campo con la stessa dimestichezza con cui Kyrgios lascia l’Australia.

Eppure Fritz, non più di qualche mese fa, occupava un posto nella top 5 mondiale, oltre ad essere uno dei principali spauracchi dei tabelloni dei tornei su superfici veloci. La coda del 2023 sembra avere un po’ annacquato il suo momento, lasciandolo ancora fuori dalle Finals. La sensazione è che nel 2024 sia più facile vederlo scendere che salire.

A proposito di big serve

3 comeback che vorremmo vedere

di Matteo Petrera

Arriviamo ora alla parte più sentimentale e ottimista di tutto l’articolo. Qui non faremo analisi e non avanzeremo pronostici, ma ci limiteremo a immaginare quanto sarebbe bello se i tre giocatori che seguono tornassero in piena forma nel 2024. I nomi rispecchiano tutti i target del pubblico tennistico: ce ne sarà uno più pop e che tutti noi sicuramente vorremmo rivedere, un altro dedicato specialmente a noi italiani, e l’ultimo più personale e intimo, spinto dal puro gusto estetico di chi scrive.

Rafael Nadal

Ho sempre pensato che non mi sarei meritato di terminare la carriera in una conferenza stampa. Volevo altro. E ho continuato a combattere per questa illusione che ora, però, è realtà”.

Sono le parole di Rafael Nadal quando, poche settimane fa, ha annunciato la sua partecipazione al torneo di Brisbane, in Australia, ufficializzando il suo ritorno in campo nella prossima stagione. Lui lo ha lasciato intendere: sarà con ogni probabilità il suo ultimo anno da professionista, ma non si tratta di una cerimonia di addio, come quella di Federer nel contesto semi-esibizionistico della Laver Cup, dove in coppia proprio con Nadal aveva fatto commuovere tutti.

Quello di Nadal è un ritorno a competere, o meglio, a voler competere. Quale sarà il suo livello nel 2024 è uno degli argomenti più in voga nel dibattito tennistico. La ragione ci porta a credere che i guai fisici siano troppi anche per uno come lui, ma è proprio perché si tratta di lui che la tentazione di viaggiare con la fantasia si presenta così forte. Nadal è forse il tipo che torna per guardare gli altri batterlo? L’immagine che ha dato di sé in tutti questi anni ci fa pensare di no.

L’unico errore da non commettere è crearsi delle aspettative, e a questo ci ha pensato il suo allenatore, Carlos Moya: “Rafa passerà ora dall'allenarsi, dove è andata molto bene, a competere. E questo è il mio timore più grande. Giocare al meglio dei cinque set, vincere, riposare, tornare in campo dopo due giorni, sono questi i dubbi che abbiamo ancora oggi”.

Ciò che è certo è che Nadal tornerà. L’obiettivo non dichiarato è concedersi un ultimo tango a Parigi, per poi piegarsi al proprio fisico definitivamente, con la consapevolezza di essere riuscito ancora una volta a superarsi e terminare in pace con se stesso. Come ha sempre voluto.

Matteo Berrettini

In un articolo del 10 marzo, Marco Bellinazzo parlava di “speranza come unico antidoto allo sconforto”, riferendosi contemporaneamente al presente e al futuro di Matteo Berrettini. Continuare a crederci era diventato un dovere, ma le basi empiriche alle quali appigliarsi iniziavano seriamente a scarseggiare.

Da quel 10 marzo la stagione di Berrettini ci ha confermato quello che già sapevamo: se in condizione decente, il tennista romano può regalare prestazioni e risultati notevoli, ma il suo fisico non riesce a dargli la continuità necessaria per intraprendere un vero percorso di rinascita.

Ed è per questo che parlare della stagione 2024 di Berrettini ha un po’ il sapore di deja-vù, facendoci tornare con la mente al dicembre dell’anno scorso, quando ci chiedevamo come sarebbe stato il suo 2023. Stavolta però qualcosa che assomiglia a un punto di ripartenza c’è. In primis, il cambio di guida tecnica; dopo una vita passata al fianco di Vincenzo Santopadre, Berrettini ha deciso di affidarsi all’ex n. 60 del mondo Francisco Roig, storico membro dello staff di Nadal sia con lo zio Toni sia con Moya. La scelta, al di là delle ragioni di campo, è anche il segno che Berrettini è pronto ad abbandonare le certezze del passato e ricominciare da capo. A Sinner ha portato benissimo.

La seconda fonte di speranza è il Matteo Berrettini visto a Malaga in Coppa Davis. Non si parla quindi di tennis giocato, ma di tennis vissuto con un entusiasmo e un trasporto emotivo che mancavano da tempo. Saranno questi i motori del suo 2024? La risposta è sempre la stessa: speranza.

Denis Shapovalov

Prendete questo paragrafo come una preghiera personale. Il ritorno ad alti livelli di Shapovalov è un desiderio intimo, che parte dall’immenso dispiacere del sottoscritto nel vedere un giocatore con un tennis così stiloso al numero 109 del ranking mondiale. A dire la verità, è già da qualche anno che non occupa più i piani alti della classifica, complice un’innata instabilità sia fisica che, soprattutto, mentale. Il tennis del canadese è uno dei più ricchi di tutto il circuito, ma è bilanciato da una tenuta psicologica traballante, che nei momenti più delicati gli volta le spalle.

Il suo 2023 si è fermato al quarto turno di Wimbledon, per poi arrendersi a un problema al ginocchio che si porta dietro dal 2022. Anche lui, come Nadal e Berrettini, punterà subito sull’Australian Open, dove godrà del sistema del ranking protetto per evitarsi una teste di serie al primo turno. L’impressione è che Shapovalov dovrà prima di tutto mettere in fila partite e minuti in campo, per ritrovare quella condizione psicofisica che negli ultimi anni non lo ha mai contraddistinto. Quello che sappiamo però è che il suo gioco vale la top 10. Shapovalov l’ha raggiunta in ben due stagioni, con il picco a Wimbledon 2021, dove perse in semifinale contro un Novak Djokovic praticamente imbattibile.

A neanche 25 anni, la carriera di Denis Shapovalov sembra già indirizzata verso una deludente mediocrità, e più lo si guarda giocare, più si ha la sensazione di un’occasione sprecata. Noi invece vogliamo continuare a crederci. Per godere ancora del suo rovescio in salto, delle traiettorie strette e imprevedibili del suo dritto mancino, e dei suoi passanti fulminei e paralizzanti. Chiediamo troppo?

Le prediction che ci rinfaccerete

Potrà sembrarvi una mossa tafazziana (lo è), ma qui in redazione pensiamo che flop, scommesse e comeback non siano abbastanza. È o non è un pezzo sull’anno che verrà? E allora eccole, le nostre previsioni. Un pronostico sugli Slam 2024 e la top 10 di fine stagione. Prediction rigorosamente scaturite dalla media dei voti di ciascuno di noi. Perché coprirsi di ridicolo è una cosa seria, e noi vogliamo farlo bene.

La Top 10 del 2024
  1. Alcaraz
  2. Djokovic
  3. Sinner
  4. Medvedev
  5. Zverev
  6. Rublev
  7. Rune
  8. Shelton
  9. Tsitsipas
  10. Hurkacz
Vincitori e finalisti Slam
  • Australian Open: Novak Djokovic su Daniil Medvedev
  • Roland Garros: Carlos Alcaraz su Novak Djokovic
  • Wimbledon: Novak Djokovic su Jannik Sinner
  • US Open: Jannik Sinner su Carlos Alcaraz

  • La Redazione di Sportellate è un miscuglio di persone che provano a scrivere di sport senza mai tirarsi indietro.

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