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Ataa Jaber in azione con la maglia della Palestina
, 22 Dicembre 2023

Il caso di Ataa Jaber


Il centrocampista del Neftçi Baku è passato dalla nazionale israeliana a quella palestinese.

Martedì 21 novembre 2023. Sul campo neutro dello stadio Jaber al Ahmad di Kuwait City è andata in scena la partita valida per la seconda fase di qualificazione ai prossimi mondiali della AFC (Asian Football Confederation) tra la Palestina e la super favorita Australia. Prima del fischio di inizio i calciatori di entrambe le nazionali hanno osservato un minuto di silenzio in ricordo delle migliaia di vittime palestinesi. Tra i calciatori di casa abbracciati tra loro attorno al cerchio di centrocampo, con la kefiah al collo, per osservare il minuto di silenzio, anche Ataa Jaber, centrocampista ventinovenne del Neftçi Baku, squadra della massima serie azera, convocato per la prima volta dalla nazionale della Palestina lo scorso 14 giugno in occasione della partita terminata sullo 0 a 0 contro l’Indonesia.

Quella del centrocampista palestinese è stata la presenza che ha maggiormente colpito l’opinione pubblica araba ma soprattutto israeliana, al punto che ancora oggi dalle parti di Tel-Aviv - e non solo - se ne sta parlando e, ovviamente, non con toni celebrativi. Perché Jaber, tra il 2012 ed il 2016, aveva rappresentato la nazionale under 19 ed under 21 israeliana in ben nove occasioni, indossando anche la fascia di capitano, prima di decidere nel giugno scorso di indossare la maglia della nazionale palestinese e chiudere definitivamente con il suo passato. Una decisione non dettata, come spesso siamo abituati,
da interessi sportivi e di carriera ma dalla presa di coscienza di una situazione diventata insostenibile e che non poteva continuare ad essere avallata e sottaciuta.

Come spiegato dallo stesso calciatore, nel settembre scorso, infatti, il cambio di nazionalità è stato frutto della sua maturata consapevolezza che lo sport e la politica non potevano in alcun modo essere separati e di come i tragici eventi di Sheikh Jarrah del maggio 2021, lo avessero portato ad intraprendere un viaggio intimo e personale concluso con la decisione di rappresentare la nazionale della Palestina. Una decisione che aveva immediatamente scatenato una vera e propria campagna mediatica contro Jaber inaugurata da Yoseph Haddad – un convinto filo-israeliano che lavora a stretto contatto con il ministero degli Esteri israeliano – che a settembre aveva pubblicamente chiesto che al calciatore palestinese fosse ritirata la cittadinanza israeliana.

Una richiesta che Haddad ha rinnovato all’indomani della partita contro l’Australia, dando nuovo vigore ad una campagna di odio che restituisce in tutta la sua disumanità la dimensione dell’oppressione israeliana: “La decisione di giocare per la nazionale palestinese, soprattutto alla luce del massacro del 7 ottobre e dal momento che Israele è sotto attacco, è per definizione tradimento… Facciamo appello al ministro degli Interni, Moshe Ariel, affinché prenda in considerazione il ritiro della cittadinanza ad Ataa Jaber”, lo sconcertante comunicato ufficiale dell'MS Ashdod, club israeliano per il quale Jaber ha giocato nella stagione ‘21/’22; “Per te, organizzerei un taxi speciale di sola andata domani mattina direttamente a Khan Younis. A proposito, le forze dell'IDF (le forze di difesa israeliane ndr) stanno arrivando lì", musica e parole di Yaniv Katan, ex calciatore israeliano e capitano del Maccabi Haifa negli stessi anni in cui il calciatore palestinese era suo compagno di squadra; “Se non gli negheranno la cittadinanza dopo questo, sarà la fine” le parole dell’ex difensore di Chelsea e City Tal Ben Haim; “Non lo volevano (gli altri calciatori ed i dirigenti ndr) nella nostra nazionale ma ora non ha posto nel nostro Paese. Non dovrebbe solo procurarsi una carta d'identità arancione (attualmente è verde ed è il documento di identità destinato a chi vive a Gaza o nella West Bank, ndr), ma dovrebbe finire direttamente nel cestino arancione (il colore dei cestini della plastica in Israele ndr). In Israele è importante “inquinare il meno possibile”, quanto affermato dal suo ex allenatore che gli affidò la fascia da capitano ai tempi dell'under 21 israeliana che, già in precedenza, aveva bollato come spregevole la sua scelta di rappresentare la Palestina.

Ma non è finita qui perché addirittura l'agente del calciatore, Dudu Dahan, ha deciso di interrompere il suo rapporto professionale con il calciatore annunciando pubblicamente che "ScoutPush non lo rappresenta più…Non tollereremo alcun sostegno a Gaza. Romperemo i legami con qualsiasi nostro giocatore che lo farà”, mentre la stampa israeliana presente in Ungheria per dare copertura alla partita valida per le qualificazioni agli imminenti europei, giocata il 18 novembre sul campo neutro di Felcsút, tra Israele e Romania, non solo ha chiesto a Mohammed Abu Fani – nazionale israeliano di chiare origini arabe – di prendere posizione sulla scelta del collega Ataa Jaber ma anche di condannare quanto accaduto il 7 ottobre.

Una campagna che, evidentemente, non solo mira a criminalizzare il calciatore palestinese ma che rappresenta il tentativo da parte di Israele di fare pressione su altri calciatori che vivono la sua stessa condizione e contraddizione per evitare un pericoloso effetto domino che, però, sembra essere già in atto dal momento che - dal giugno scorso ad oggi - altri tre calciatori hanno deciso di rappresentare la nazionale palestinese chiudendo, di fatto, con quella israeliana. Un timore quello di Israele che esula la semplice sfera calcistica considerato che quasi due milioni di persone, ovvero oltre il 20% della popolazione israeliana, ha origini arabe e sembra nutrire una maggiore consapevolezza rispetto alle
precedenti generazioni. Popolazione araba che ha una sovrarappresentazione, guarda caso, proprio nel mondo del calcio israeliano e che, per questo, rappresenta un pericolo per la narrazione portata avanti da Israele.

Non stupisce, quindi, che sia proprio la nazionale di calcio israeliana ad essere portata ad esempio concreto e plastico della natura democratica, tollerante e cosmopolita di Israele, per smentire la narrazione secondo cui quello israeliano sarebbe, invece, uno stato illegale e di apartheid. La nazionale, dunque, diviene vero e proprio strumento di propaganda politica al punto da mettere in evidenza, per rafforzare l'idea di cui sopra, la presenza di diversi calciatori palestinesi al suo interno. Calciatori che, ovviamente, non vengono definiti tali da Israele ma musulmani (sebbene “drusi” o “beduini”) o al più arabi-israeliani - termine coniato ad hoc per cancellare ogni riferimento alla Palestina, proprio come fatto con Mohammed Abu Fani o anche Ramzi Safouri e Anan Khalaili. E poco importa se un altro calciatore, il centrocampista del Maccabi Haifa, Diaa Saba sia stato letteralmente messo alla porta dalla nazionale e dal club non per qualche sua dichiarazione ma perché sua moglie avrebbe “osato” diffondere dai suoi social alcuni post di solidarietà con i bambini e le bambine di Gaza.

Una storia che abbiamo voluto raccontare per portare a galla alcuni di quegli aspetti collaterali che l’occupazione israeliana - e l’attuale operazione militare - porta con sé e a cui troppo poco si pensa quando ci si ferma a ragionare sulla natura della questione palestinese. Il processo di normalizzazione dell’occupazione e la disumanizzazione di un intero popolo sono armi potentissime che la politica israeliana utilizza da anni per spostare l’opinione pubblica internazionale dalla propria parte. Propaganda che, come spesso accade, utilizza anche lo sport - e il calcio in particolare - come strumento di guerra; una guerra sporca portata avanti non solo con bombe e carri armati ma anche con menzogne, pressioni e subdole ritorsioni che hanno conseguenze devastanti per centinaia di migliaia di vite umane.

Perché, spesso, le parole ed i gesti di chi è un riferimento sportivo per milioni di persone, possono risultare più potenti delle bombe stesse, capaci di cambiare gli equilibri della percezione di un conflitto e trasformare la vittima in carnefice. Ed allora proprio per questo è necessario continuare a parlare di quel che avviene in Palestina, di quanto sia - anche in tempi di “normalità” - difficile poter anche semplicemente dedicarsi alla propria passione quale può essere il calcio così da dare ulteriore forza a quello che è il pensiero di chi vive sulla propria pelle tutta la brutalità e la violenza dell’oppressione israeliana perché per loro il calcio non è semplicemente un gioco ma uno strumento attraverso il quale lottano per realizzare il sogno di uno Stato ufficialmente riconosciuto per ogni palestinese, Il calcio è un modo potente per dimostrare che i palestinesi, nonostante le sfide che devono affrontare, sono esseri umani, con le loro ambizioni, sogni e talenti.


  • Attivista da più di dieci anni nelle lotte di Napoli e provincia. Per lui i fenomeni sociali sono strettamente connessi alla politica, calcio incluso.

  • Attivista sociale, frequentatore di stadi e collezionista di t-shirt da gioco, è appassionato di sport e politica. Ha unito queste passioni nel progetto di "Calcio&Rivoluzione" di cui è tra i co-fondatori.

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