Antonio Silva
, 21 Dicembre 2023

António Silva, il difensore (im)perfetto


Il centrale del Benfica ha scalato le gerarchie ma può crescere ancora.

“Eu não ‘tou aqui p’ra tentar ser perfeito”. Non sono qui per essere perfetto, canta Slow J in Reza, una delle canzoni del suo ultimo album. Eppure, con lo stesso, qualcosa di simile alla perfezione lo deve aver raggiunto il rapper di Setúbal. Si chiama Afro Fado e, come dice il nome, unisce le sonorità e i motivi della terra d’origine, l’Africa, a quelli tradizionali della musica del paese di maturazione, il Portogallo.

Lo fa per tutto il disco e a partire dalla copertina, una foto che definire iconica sarebbe quasi un’offesa: un bianco e nero che raffigura un sorridente Eusébio, con la maglia del Benfica, che stringe la mano ad una signora che si sporge in avanti col busto uscendo dalla folla, Amália Rodrigues, conosciuta anche come “L’anima del Fado”. Afro Fado è uscito lo scorso 23 novembre ed è diventato l’album portoghese più ascoltato di sempre nelle 24 ore successive al lancio. Se non vuole essere perfetto, almeno ci consenta di definirlo come l’emblema della precocità. Un po’ come, nel calcio di queste ultime due stagioni, lo è stato il giovanissimo difensore centrale del Benfica, António Silva.

Il 31 ottobre 2003 sono successe due cose più o meno rilevanti per la nostra società. Mentre io, voi e i bambini di tutto il mondo giravamo ognuno per il proprio quartiere sperando di raccattare quante più caramelle possibile, in Giappone veniva osservato il primo tetraquark, nominato X(3872). Ora, non ce ne vogliano gli scienziati, non pare una delle scoperte che hanno cambiato la storia dell’umanità. Dall’altra parte del mondo, nasceva António Silva. Anzi, più precisamente, António João Pereira de Albuquerque Tavares Silva nasceva a Viseu, una cittadina di circa 90 mila abitanti nell’entroterra del Portogallo a sud-est di Porto.

Nel suo centro, ancora molto intatto, si respira storia del Portogallo nonostante qui non sia mai successo nulla di particolarmente rilevante per le sorti del paese. Provincia pura. La sua piazza centrale è soprannominata Rossio, proprio come quella magnifica di Lisbona, che a maggio si dipinge di violetto grazie alla fioritura dei jacaranda che circondano la statua dedicata a Dom Pedro IV, primo imperatore del Brasile e al quale il Brasile deve in qualche modo la sua indipendenza. Quella di Viseu, invece, ha una statua dedicata a Dom Henrique, infante del Portogallo e duca di Viseu, considerato il primo grande navigatore della storia del paese, colui che ha dato il via alle esplorazioni via mare continuate da Vasco da Gama e Cristoforo Colombo.

Viseu, in Portogallo.

Se vi state chiedendo dov’è che avete già sentito la parola Viseu, probabilmente è a causa dell’ex attaccante brasiliano dell’Udinese di nome Felipe, il cui cognome però si scrive con la “Z”, e non, invece, per essere stata sede, nel XVI secolo, della più importante scuola di pittura rinascimentale del Portogallo.

A proposito di pennellate, tutti abbiamo negli occhi quelle di João Felix, brillanti con la maglia del Benfica, tristi con quella dell’Atlético, cupe con quella del Chelsea e piene di speranza infine a Barcellona. I tifosi juventini di medio-lunga data ricorderanno anche una pennellata morbida morbida di Paulo Sousa, quattro anni prima che João Felix nascesse, trasformata in gol da una rasoiata di Ravanelli contro il Marítimo in Coppa Uefa. Non deve essere un caso che entrambi abbiano dato i loro primi calci proprio qui, a Viseu, prima di trasferirsi al Benfica per diventare quello che sono diventati, proprio come António Silva.

Non è però grazie ad una pennellata, reale o metaforica, che Viseu è nota in tutto il Portogallo, ma grazie a una penna, la folle, saggia e dannata penna di Camilo Castelo Branco, che proprio qui, a Viseu, ha deciso di ambientare il suo più grande capolavoro, universalmente riconosciuto come il più importante romanzo del romanticismo portoghese: Amor de Perdiçao (o, nella sua traduzione italiana del 2000, Amore di Perdizione). Volete una citazione? Eccola: “Amou, perdeu-se e morreu amando,” "Amò, si perse, e morì amando". È riferita a Simão Botelho, il protagonista della storia, una sorta di Romeo e Giulietta al portoghese. Se Simão - Botelho, non Sabrosa - è Romeo, la Giulietta per cui si perse fino a morire di crepacuore mentre navigava il fiume Douro verso l'esilio è la figlia di un nobile di provincia: Teresa de Albuquerque. La prima edizione del libro esce nel 1862.

Centosessant’anni dopo, un altro adolescente nato a Viseu, che fra i suoi quattro cognomi porta anche quel “de Albuquerque”, diventerà famoso in tutto il Portogallo.

Tutta la perfezione di António Silva

Quando il 27 agosto 2022, a 19 anni ancora da compiere, António João Pereira de Albuquerque Tavares Silva esordisce in un Boavista-Benfica grazie alla squalifica di Otamendi, è già conosciuto nell’ambiente benfiquista come uno che ha tutte, ma proprio tutte, le stimmate del predestinato: viso pulito, cognome da nobiltà di provincia, stessa città di nascita di due dei più brillanti prodotti del Benfica Campus, risultati personali e di squadra strabilianti a livello giovanile.

Arrivato a 13 anni al Campus di Seixal, dove si allenano le giovani aguias, dopo essere stato cercato anche da Porto e Sporting, Antonio ha fatto tutta la trafila delle giovanili, sia in nazionale, che con il suo club. A 16 anni ha firmato il suo primo contrato da professionista e a 18 è diventato capitano dell’under 19 del Portogallo di quella del Benfica, poco dopo aver esordito fra i professionisti, il 2 aprile di quell’anno, con il Benfica B, in seconda divisione. Una ventina di giorni dopo avrebbe alzato, da capitano, il primo trofeo europeo del Benfica dai tempi di Béla Gutmann, esattamente sessant’anni dopo quel 1962: la Youth League, vinta 6-0 in finale contro il Salisburgo.

Il suo percorso fino alla prima squadra è stato il più classico dei percorsi netti. O quasi. I primi mesi dopo l’arrivo dal Viseu United non sono stati affatto facili. Antonio aveva sofferto di nostalgia di casa, anzi, vera e propria saudade, e il Benfica lo aveva rispedito provvisoriamente dalla sua famiglia, mettendogli a disposizione una psicologa. “Non è stato un passo indietro nella mia carriera, ma un passo avanti”, ha poi dichiarato recentemente, pensando a quei momenti difficili.

Il suo percorso con la prima squadra, invece, è stato ancora più netto di quello nelle giovanili. Dopo quel 27 agosto nessuno gli toglierà più la titolarità e nelle successive nove partite il Benfica otterrà cinque reti inviolate. Il 5 settembre firma un nuovo contratto con una clausola da 100 milioni. Il giorno dopo esordisce in Champions contro il Maccabi Haifa. Al suo primo mese fra i grandi vince il premio di difensore del mese in Liga Portugal. Chiude la successiva doppia sfida contro il PSG di Neymar, Messi e Mbappé con zero dribbling subiti.

Il 25 ottobre segna il suo primo gol fra i professionisti, in Champions contro la Juventus. Il 6 novembre segna la sua prima doppietta, in campionato contro l’Estoril. Il 10 novembre arriva la prima convocazione in nazionale maggiore, quella per il Qatar. Una settimana dopo esordisce contro la Nigeria. Archiviata la delusione mondiale e quella in Champions, il 27 maggio 2023, è campione del Portogallo e viene inserito nel miglior undici della stagione. Il 20 luglio indossa per la prima volta la fascia da capitano, in amichevole contro l’Al Nassr di Cristiano Ronaldo, uno dei suoi idoli assieme a Luisão e, soprattutto, Jonas.

Le sue fonti d’ispirazione, invece, sono Rüdiger, van Dijk, Tolói e, soprattutto, Rúben Dias, al quale viene costantemente paragonato. Intanto, però, António è già diventato, lui stesso, fonte d’ispirazione di una futura bandiera del club, ossia Tomás Ferreira, difensore centrale dell’under 15 che lo scorso marzo ha firmato il suo primo contratto professionale con il Benfica.

Negli anni ha ricevuto gli elogi e le investiture di giocatori importanti della storia del Benfica - come i difensori Ricardo Gomes, Paulo Madeira e ovviamente Rúben Dias, oltre al centrocampista Nemanja Matic - di compagni di squadra (Weigl e Vertonghen) e di Nazionale (José Fonte e Danilo Pereira), ma anche di un avversario di sempre, il centrocampista classe 2005 Dário Essugo, dello Sporting. Recentemente è arrivato ottavo nell’edizione 2023 del Golden Boy di Tuttosport e del Trofeo Kopa di France Football ed è stato nominato, nella categoria “emergenti”, anche per i Globe Soccer Awards che si terranno a gennaio 2024.

Oggi António Silva è un difensore completo: ha senso della posizione, è difficile da saltare in dribbling, forte nel gioco aereo e puntuale in scivolata, bravo a leggere le situazioni con serenità e conoscenza del calcio. È a suo agio anche con il pallone fra i piedi: in conduzione, sul lungo e sul corto (ha il 92% di pass accuracy, con una media di 71 palloni toccati a partita, per FBref). In questo è il migliore in assoluto in Liga Portugal (dopo aver chiuso la scorsa stagione alle spalle del solo Ugarte). La sua specialità, però, è l’anticipo, che gli consente, assieme alle altre sue caratteristiche difensive, di vincere il 73% dei duelli, l’84% se consideriamo le sole partite di campionato. Anche in questo, ovviamente, è il primo.

Qui trovate un bel video di oltre sei minuti con le sue migliori giocate difensive.

Chi lo conosce afferma che António sembra non sentire alcuna pressione. Eppure c’è un divertente aneddoto dell’estate 2022 che, da una parte, lo rende quantomeno più umano, dall’altra, però, ci fa capire perfettamente com’è che António Silva stempera la tensione fino ad eliminarla. A raccontarlo è il terzo portiere di allora, Hélton Leite. Uno dei primi allenamenti della pre-season di quell’anno si doveva svolgere al Da Luz, davanti a 20 mila persone. All’ingresso in campo, António Silva sembra terrorizzato. Guarda il portiere brasiliano, suo compagno nella partitella, e gli dice: “Non ho mai giocato una partita con così tanta gente a vedere, figuriamoci un allenamento!”

Leader silenzioso e “Benfiquista di ferro”

António Silva non è, però, solo un difensore molto forte e una probabile fonte di guadagno a tre cifre per il suo club. Prima di tutto è un ragazzo che ha realizzato il suo sogno di giocare per la sua squadra del cuore e non ha nessuna fretta di andarsene. Si è auto-definito “Benfiquista di ferro” e “Giocatore-tifoso”. “Sogno il mondiale? Il mio sogno è giocare la prossima partita contro il Rio Ave”, aveva dichiarato quando ormai era in odore di convocazione per il mondiale.

Forse anche per questo, a 20 anni, António Silva è già considerato un leader dallo spogliatoio, un capitano senza fascia al braccio. “Penso che come leader posso sempre dare qualcosa alla squadra, anche se sono giovane. Mi piace sentire questa responsabilità,” aveva detto dopo averla assaggiata contro l’Al Nassr. Ed effettivamente, a queste parole sono sempre stati fatti corrispondere dei fatti.

Già nell’inverno scorso aveva avuto un ruolo fondamentale nell’inserimento in prima squadra di João Neves, un altro talento abbagliante del Benfica Campus, suo compagno in under 19 e grande amico. Nell’ultimo derby vinto dal Benfica in rimonta lo scorso 12 novembre, un suo gesto aveva fatto parlare molto della sua maturità in Portogallo. Quando João Neves aveva segnato l’1-1 al 94’, il suo ex capitano in under 19 lo aveva rincorso, braccato mentre esultava con i suoi tifosi e riportato di forza in campo, facendo capire a lui e alla squadra che non è il momento di festeggiare, ma di vincerla quella partita. Tre minuti dopo, all’ultimo respiro, Tengstedt farà il 2-1 per gli Encarnados.

Non è, però, da esempio solo per i più giovani, ma anche per chi al Benfica ci gioca da più tempo di lui. Il 4 febbraio, il vice-capitano João Mário segna una doppietta nel derby contro il Casa Pia. Dopo uno dei due gol, esulta scivolando in ginocchio. Si vede António Silva che lo rincorre e gli dice “fai quella di Gonçalo”: quello che gli sta chiedendo è di esultare con la doppia pistola, alla Gonçalo Ramos, che in quel momento era indisponibile per infortunio.

António Silva, insomma, è uno che ci mette la faccia, come dopo quello che è stato forse il suo primo errore grave da quando gioca in prima squadra. Il 20 settembre, al 12’ di Benfica-Salisburgo compromette la partita dei suoi con un fallo di mano sulla linea di porta: rigore trasformato da Šimić e uomo in meno per il Benfica. Le Aguias perdono 2-0 e a fine gara, consapevole della frittata, si presenta ai microfoni di Eleven Sports: “Chiedo scusa per l’espulsione ma voglio fare i complimenti ai giocatori che hanno difeso il Benfica. È stata un’azione infelice la mia, ma sono qui per rivendicare quanto fatto dai miei compagni: in 10 uomini sono stati superiori. Esco da questa partita più maturo”.

Tutte le imperfezioni di António Silva.

Maturo, sì, ma relativamente. D'altronde, quanto può essere maturo un ragazzo di vent’anni? E il peso del giocare in Champions si sente quando, nella penultima partita del girone, António Silva si fa espellere di nuovo, rischiando ancora di compromettere non solo la partita, ma anche la qualificazione. Il 29 novembre, all’86’ Benfica-Inter è sul 3 a 3 con gli ospiti che, dopo aver rimontato tre gol, attaccano sull’onda dell’entusiasmo per segnare il quarto. Una sconfitta avrebbe comportato l'ultimo posto nel girone e addio anche all’Europa League. António Silva fa un’entrata brutta e inutile su Barella: rosso e Benfica in 10 nei 4 più recupero finali. Fortunatamente per loro, e per lui, finirà comunque 3 a 3.

Questi due cartellini rossi sono probabilmente davvero gli unici due errori grossolani commessi dal centrale di Viseu in questo primo anno e mezzo di carriera. Poi ci sono una serie di sbavature, situazioni che potevano essere lette e gestite meglio, sfumature quasi impercettibili, imperfezioni normali per un difensore normale ma che, se commesse da chi ha da sempre gli occhi di tutti addosso, possono far parlare, soprattutto se poi risultano decisive per il risultato finale.

Nella stessa partita contro l’Inter ha qualche traccia responsabilità sul secondo gol dei nerazzurri: mentre Otamendi marca Sánchez, lui copre il primo palo nonostante non ci sia nessuno e non si accorge dell’inserimento a centro area di Frattesi e dell’altra punta, Arnautović, entrambi completamente soli. Sempre in Champions, sempre al Da Luz, anche contro la Real Sociedad potrebbe fare meglio sull’unico gol della partita: Barrenetxea punta Bah, lui va ad aiutare il compagno in raddoppio, ma, come lui, abbocca alla finta dello spagnolo, si fa sbilanciare e non è poi in grado di andare a contestare il tiro di Brais Méndez sul pase de la muerte del 7 di San Sebastián.

Ce n’è ancora, anche in campionato, tutti in questo inizio di stagione. Il primo è proprio alla prima giornata, quando il Benfica cade in casa del Boavista: all’87’, su un lancio innocuo di Awaziem all’87’ colpisce all’indietro di testa con sufficienza, regalando un possesso in area a Boženík. L’azione prosegue, il pallone arriva a De Santis a un passo dalla porta. In ritardo, è costretto a stenderlo: rigore per gli axadrezados, che poi segnano il gol decisivo nel recupero in contropiede.

Il 12 novembre è tempo di derby, ma nello Sporting c’è un nuovo devastante attaccante, Viktor Gyökeres. Silva arriva con una frazione di secondo di ritardo sul suo taglio, consentendogli di calciare di prima intenzione e fulminare Trubin sul suo palo. Poi lui fa un gol assurdo, improvviso, ma la sensazione è che contestare il tiro avrebbe potuto essere utile. Alla fine però il Benfica la vincerà, lui farà quella cosa con João Neves di cui parlavamo prima e quindi tutti felici. Ce ne sarebbe anche uno in Benfica-Farense 1-1, ma questo ve lo risparmiamo.

“Non sono qui per essere perfetto” è una frase perfetta per un cantante, ancor più se un rapper, ma provate a farla dire a un calciatore in conferenza stampa o in un’intervista post-partita. No, vietato, specialmente se a parlare non è un fantasista, ma un difensore centrale le cui imperfezioni possono tradursi in gol subiti. Impensabile. Eppure, anche ai calciatori, come a tutti noi comuni mortali, l’accesso alla perfezione è negato. Al massimo ci si può tendere, limando tutte le imperfezioni, ma perfetti no, non si può esserlo. Meglio sostituirla con “maturo", come ha fatto António Silva dopo il primo grave errore della sua carriera. “Da questa partita ne esco più maturo,” aveva dichiarato in quell’occasione. Maturo, non perfetto. D’altronde, nessuno è qui per essere perfetto.

  • Un altro ragazzo col vizio dell’overthinking e la passione per i mediani intelligenti e i mezzi trequartisti inconcludenti.

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