Presentazione di Benzema in Arabia Saudita
, 20 Dicembre 2023

È stato l’anno dell’Arabia Saudita


Che ci piaccia o no, l'arrivo dell'Arabia Saudita nel mondo dello sport è uno dei nostri dieci momenti sportivi del 2023 che troverete nel quarto numero del nostro magazine, in uscita oggi.

Se esistesse un premio calcistico per il paese di cui si è parlato di più rispetto all’anno precedente, nel 2022 sarebbe sicuramente vinto dal Qatar. Lo scorso anno, il piccolo emirato ha fatto lungamente parlare di sé – anche se in termini prevalentemente negativi, ma comunque sufficienti per farsi conoscere in ogni angolo del globo – per la Coppa del Mondo che ha ospitato, che gli ha permesso di uscire definitivamente dall’anonimato in cui galleggiava fino a meno di un decennio fa. Quest’anno, invece, questo immaginario premio andrebbe senza dubbio a un “vicino di casa” del Qatar, più grande e più conosciuto dal pubblico  occidentale, ma che ha comunque visto crescere enormemente la sua presenza sui media e nelle chiacchiere da bar sport di tutto il mondo. Stiamo ovviamente parlando dell’Arabia Saudita.

Il più grande stato della penisola arabica ha vissuto un 2023 straordinario dal punto di vista sportivo, non tanto per mediocri risultati sportivi  raggiunti dalle sue rappresentative, ma la quantità e la qualità degli eventi che è riuscita ad assicurarsi – in aggiunta ai molti che già organizzava – e per i campioni che è riuscita ad attirare sul suo suolo. Come accaduto con il Qatar, questa potente mareggiata che si è abbattuta sullo sport (e non solo) mondiale ha scatenato un gran numero di critiche, obiezioni, richiami alla coscienza e all’etica a causa della situazione dei diritti umani in Arabia Saudita, del governo autoritario del paese e delle modalità impiegate da Riyadh per raggiungere i suoi scopi. 

In poche parole, i sauditi stanno provando – e in buona parte riuscendo – ad acquistare grosse fette dello sport mondiale, nell’ottica di una diversificazione della propria economia e del miglioramento della propria immagine sulla scena internazionale, un evidente tentativo di sportwashing diretto sia verso l’esterno che verso i propri cittadini. Questo grande piano di espansione nel mondo dello sport e dell'organizzazione di eventi è parte di Vision 2030, il progetto di trasformazione dell’economia e della società saudita lanciato da Mohamed Bin Salman nel 2016 ma che solo quest’anno ha avuto un vero boom tangibile per l'occidentale medio. 

Insomma, il 2023 è stato l’anno dell’Arabia Saudita e abbiamo deciso di ripercorrerlo dall’inizio alla fine per fare il punto della situazione, cercando di capire quanto Riyadh sia riuscita a  raggiungere. Perché, che ci piaccia o no, l’Arabia Saudita è una realtà con cui noi appassionati di sport dovremo fare i conti nei prossimi anni.

Ronaldo, quasi Messi e l’unico “no”

L’anno dell’Arabia Saudita è iniziato con il botto. Il 2 gennaio Cristiano Ronaldo atterra a Riyadh accolto da una folla festante di tifosi dell’Al-Nassr, la nuova squadra del campione portoghese. In realtà si sapeva del trasferimento già dal mese precedente, quando un Cristiano Ronaldo sempre più scontento e inquieto aveva deciso di lasciare il Manchester United flirtando sempre più insistentemente con gli emissari dei club sauditi. Per la prima volta, dal Medio Oriente erano arrivate offerte in grado di fare gola anche ai migliori dello sport più popolare del mondo e, per la prima volta, un atleta generazionale, che per anni è stato il più forte di tutti, ha deciso di trasferirsi in un territorio fino a quel momento inesplorato dal calcio di alto livello.

L'arrivo di Cristiano Ronaldo in Arabia.
Cristiano Ronaldo al suo arrivo in Arabia Saudita.

Portare Cristiano Ronaldo in Arabia Saudita è stata un’innegabile prova di forza del governo saudita – e soprattutto da Mohammed bin Salman, vero deus ex machina dietro a tutto ciò – nonché una calamita mediatica rivolta a tutto il resto del mondo. In particolare, l’operazione Ronaldo aveva e ha ancora l’obiettivo di trasformare e migliorare l’immagine dell’Arabia Saudita e ha già ottenuto il risultato di fissare prepotentemente la più grande monarchia araba sulla mappa del calcio mondiale. Per la prima volta è sembrato seriamente che la geopolitica del calcio avrebbe potuto spostare il suo asse dall’Europa. È il primo passo dell’Arabia Saudita che fa così tanto rumore, e a un orecchio attento,  il rumore sembra essere piuttosto diverso da quello che avevano fatto a loro tempo Cina, Stati Uniti o Emirati Arabi Uniti.

A metà gennaio sembra addirittura che bin Salman voglia fare le cose ancora più in grande. Una voce si fa sempre più insistente, ipotizzando il trasferimento in toto in Arabia Saudita della più grande rivalità calcistica di questo millennio, dei due calciatori più forti della nostra epoca, uno contro l’altro negli stadi della Saudi League. In poche parole: Messi all’Al-Hilal, rivale storica dell’Al-Nassr di Cristiano Ronaldo, un duello da film creato ad hoc per la narrazione saudita; una contrapposizione che ricorda i match di esibizione tra grandi pugili, una Rumble in the Desert, parafrasando lo storico match combattuto a Kinshasa. Sembra tutto fatto: Messi, fresco campione del mondo, sarebbe un testimonial perfetto in vista della candidatura per ospitare i Mondiali del 2030. Il 19 gennaio si gioca addirittura una partita tra il Paris Saint-Germain e una selezione di giocatori di Al-Nassr e Al-Hilal, che sembra il perfetto incipit dei futuri Messi contro Ronaldo da giocare in Arabia Saudita.

Messi e Ronaldo nella sfida tra PSG e selezione di Ryiadh
Tutta l'epica del duello Messi-Ronaldo trasferita in Arabia Saudita.

La partita finisce 5-4 per il Paris Saint-Germain, Cristiano Ronaldo segna due gol e Messi uno, il suo primo in terra saudita. Tutto sembra puntare verso un epilogo annunciato: passano i giorni e le settimane; ciclicamente si parla di corteggiamento dell’Arabia Saudita per Messi, di una “tassa Messi” a cui si sottoporrebbero tutte le squadre del campionato saudita per avere la Pulce, di Messi ai ferri corti con il PSG e pronto ad andarsene, ma poi continua a non succedere nulla, silenzio totale fino al finale che tutti conosciamo: l’approdo di Lionel Messi in MLS, all’Inter Miami di Beckham e del Tata Martino. L’Arabia Saudita trova comunque il modo di vincere lo stesso: emergerà successivamente – anche in seguito ad una fuga lampo dell’argentino nel paese mediorientale – che per 22,5 milioni di euro annui, Messi ha accettato di diventare testimonial per il turismo in Arabia Saudita, garantendo anche il suo silenzio sulla situazione dei diritti umani nel paese.

Mentre a Riyadh si godono le prime partite in gialloblù di Cristiano Ronaldo e attendono invano l’arrivo di Messi, lo sport mondiale ha comunque motivo di rivolgere il proprio sguardo verso La Mecca. Infatti, il 2023 sportivo del paese mediorientale aveva già delle buone basi da cui partire:  la Supercoppa Italiana tenutasi a gennaio nella capitale saudita e vinta per 3-0 dall’Inter sul Milan e la Supercoppa Spagnola, disputata nello stesso periodo, sempre a Riyadh, e vinta dal Barcellona in finale contro il Real Madrid). A fine gennaio, poi, sbarca in Arabia Saudita la Formula E per correre l’E-Prix di Diriyah e altrettanto fa la Formula 1, che a marzo corre un Gran Premio nel circuito cittadino di Jeddah. Nello stesso periodo arriva anche un annuncio importante per il calcio italiano: la Supercoppa Italiana continuerà a tenersi in Arabia Saudita, diventando una final four – come già fatto dagli spagnoli – facendo così salire a tre il totale delle partite da disputare sul suolo saudita. Contemporaneamente, l’Arabia Saudita si aggiudica anche l'organizzazione del Mondiale per Club 2023. Sembra che nessuno sia in grado di dire di no a bin Salmanz ai suoi collaboratori e ai loro - tanti - dollari.

Qualcuno che dice no, in realtà, c’è. L’Arabia Saudita nei primi mesi del 2023 avvia dei colloqui con la FIFA – che dai primordi della presidenza Infantino si sta dimostrando molto interessata a collaborare con il paese mediorientale – per rendere Visit Saudi uno sponsor della federazione internazionale, in particolare da associandolo al nome della Coppa del Mondo femminile di calcio. Appena la voce si sparge, però, le giocatrici, le federazioni calcistiche di Australia e Nuova Zelanda (dove si è tenuto il Mondiale), le organizzazioni umanitarie e tanti altri fanno sentire il proprio disappunto contro un accordo grottesco che avrebbe marchiato il più importante torneo di calcio femminile con il nome di un paese tristemente famoso proprio per il disprezzo dei diritti delle donne. Infantino è costretto, volente o nolente, a fare un passo indietro. Una prima sconfitta per la strategia saudita, proprio quando sembrava che, grazie ai loro soldi, potessero arrivare ovunque e nel modo in cui volevano.

Comprare uno sport

“Ma se fosse tutto qui?” “Ma se alla fine si limitassero a prendere Ronaldo?” Questo è più o meno ciò che si sono chiesti molti appassionati nel corso della primavera di quest’anno. Dopo l’attenzione morbosa rivolta a ogni respiro, a ogni passo mosso da Cristiano Ronaldo all’inizio della sua avventura araba, i riflettori sul campionato saudita hanno ridotto man mano la loro intensità, se non per il ritorno delle voci su Messi in occasione della “fuga” da Parigi citata in precedenza. Qualcosa però sta bollendo in pentola. C’è chi se ne accorge e ipotizza che i sauditi stiano affinando il loro piano per migliorare il loro campionato e riempirlo di stelle. “Bisogna attendere il mercato estivo”, però, viene detto. 

A inizio giugno salta definitivamente il coperchio: il Pallone d’Oro in carica Karim Benzema, che ha deciso di lasciare dopo 14 anni il Real Madrid, sembra voler accettare l’offerta dell’Al-Ittihad, una delle big del calcio saudita.

Passano alcuni giorni e quell’offerta, Benzema, l’accetta davvero, venendo presentato in pompa magna a Riyadh – con tanto di Pallone d’Oro in mano – in un King Abdullah Sports City Stadium gremito. È come il colpo di pistola dello starter: all’ex centravanti del Real Madrid si uniscono in rapida successione Firmino, Mendy, Brozovic, Kanté, Henderson, e molti altri, fino ad arrivare addirittura a Ruben Neves, che a 26 anni è tutto fuorché prossimo alla fase calante della sua carriera. A quanto pare, il campionato saudita non è attrattivo solo per i giocatori arrivati a fine percorso. La prova di forza saudita fa preoccupare le leghe europee e segna una differenza fondamentale rispetto ai tentativi cinesi, emiratini e qatarioti degli anni precedenti. Pezzo per pezzo, l’Arabia Saudita si sta comprando il calcio europeo per costruire in laboratorio un campionato competitivo.

La presentazione di Benzema all'Al Ittihad
La presentazione in pompa magna di Karim Benzema all'Al Ittihad.

Questo è reso possibile anche da una mossa politico-economica annunciata a inizio giugno, ovvero l’acquisto da parte del PIF – Public Investment Found, il fondo d’investimento del governo saudita – della maggioranza dei quattro club piu importanti del paese: Al Hilal, Al Ahli, Al Ittihad e Al Nassr. Da quel momento, queste quattro squadre hanno una potenza di fuoco quasi illimitata e il governo può distribuirvi i giocatori a piacimento per rendere più avvincente la competizione. Tutto questo con l’idea di aumentare lo spettacolo in campo e, di conseguenza, l’attrattività del campionato, che crescerebbe di valore e di esposizione mediatica. I mesi di giugno e luglio vengono scanditi da un martellare giornaliero di “l’Al-Hilal ha offerto 80 milioni per X”, “l’Al Ittihad ne ha offerti 60 per Y”, “per Z pronto un contratto da 40 milioni l’anno all’Al Nassr”. Sembra quasi che ogni calciatore d’Europa abbia parlato con un emissario di un club saudita.

Ad agosto, l’Al Hilal fa la cosa più vicina possibile, almeno a livello mediatico, all’acquisto di Messi tanto cercato e mai concretizzatosi acquistando Neymar. Finito ai margini del progetto Paris Saint-Germain, il brasiliano cede alle lusinghe del club saudita nonostante sia ancora pienamente in grado di fare la differenza in Europa. La sua offerta prevede 160 milioni in due anni e 500.000 euro per ogni post sui social volto a promuovere la Saudi League, oltre a una villa, un aereo privato e – secondo alcune indiscrezioni – uno zoo personale. Negli stessi giorni dell’approdo di Neymar nella penisola arabica, di punto in bianco, Roberto Mancini lascia la panchina della nazionale italiana, adducendo motivazioni personali che si sostiene legate a screzi interni con la federazione. Basta attendere qualche giorno, però, e inizia a circolare una voce che poi diventa indiscrezione che poi si trasforma in certezza: Roberto Mancini sarà il nuovo allenatore della nazionale di calcio dell’Arabia Saudita. La nazione delle città sante e del petrolio è riuscita a strappare un commissario tecnico – seppur in rotta di collisione da tempo con l’ambiente – a una nazionale dell’élite del calcio mondiale.

Roberto Mancini alla presentazione in Arabia Saudita
Roberto Mancini ha scelto di lasciare l'Italia per inseguire l'ambizione saudita.

Ancora più incredibile e più simbolico è quanto accade con Gabri Veiga, centrocampista classe 2002 del Celta Vigo, che nel mese di agosto è corteggiato insistentemente dal Napoli. Gli Azzurri sono i campioni d’Italia in carica e hanno di conseguenza la certezza di giocare la Champions League nella stagione che sta per iniziare. Sarebbe un importante passo in avanti nella carriera di Veiga, ma quando sembra tutto fatto per il passaggio in maglia partenopea, il calciatore spagnolo sceglie di trasferirsi in Arabia Saudita, all’Al Ahli. Una squadra saudita è riuscita a battere sul mercato una squadra Europea. Dirà poi Veiga riguardo al suo trasferimento: “Alla fine, tra tutte le opzioni che stavo valutando, credo sia stata quella che mi ha permesso di crescere come calciatore, di maturare e di continuare a crescere nel mondo del calcio. Un allenatore giovane, una squadra con tante stelle e un campionato che sta crescendo molto. È stato un passo per guardare al futuro, anche se ci sono molte persone che non lo capiscono”.

Commentando quel che è successo nell'ultima sessione estiva del calciomercato,  qualcuno ha detto, metaforicamente, che l’Arabia Saudita si sta comprando un intero sport. Uscendo di metafora, però, i sauditi uno sport se lo sono comprati davvero: il golf. Nel 2022, infatti, era nato il circuito LIV Golf, che si era subito proposto come serio rivale del più famoso PGA, fino a quel momento egemone e monopolista. Entrati in competizione, i due circuiti sono finiti a darsi battaglia nei tribunali fino al giugno di quest’anno, quando LIV e PGA hanno annunciato la fusione in un’unica entità finanziata dal fondo di investimento saudita. La storia e l’expertise arrivano dal circuito statunitense, ma i soldi e le decisioni arrivano dalla penisola arabica. Un’operazione a suo modo storica. Dopo il golf, si inizia a parlare anche di un possibile sbarco dei sauditi in NBA e le ATP Next Gen Finals - il torneo tra i migliori otto tennisti sotto i 21 anni - finiscono a Jeddah, in attesa di quelle dei “grandi”. Sembra che lo sport si possa davvero comprare.

Il mondo in Arabia Saudita 

Nella prima parte del 2023 si era parlato di un interesse da parte dell’Arabia Saudita a ospitare i Mondiali di calcio del 2030, la massima espressione dello sport per diffusione, seguito e influenza, assieme ai Giochi Olimpici. Inizialmente era circolata la voce di una candidatura in solitaria, poi quella di un ticket con Egitto e Grecia, un po’ per aggirare le regole sulla rotazione dei paesi ospitanti tra i continenti e un po’ per allargare la sfera d’influenza saudita sui due paesi. A giugno, però, i giornali iniziano a riportare che l’Arabia Saudita abbia deciso di non sfidare Spagna, Portogallo e Marocco per aggiudicarsi il Mondiale del centenario, sapendo bene di rischiare di perdere. Questa, però, non è una bandiera bianca sventolata da Riyadh, poiché l’obiettivo si sposta semplicemente in avanti di quattro anni, ovvero alla Coppa del Mondo 2034, a cui l’Arabia Saudita arriverebbe con la Vision 2030 già completata e senza la fatica di dover aggirare il divieto di ospitare il mondiale per due volte in otto anni nello stesso continente.

Si arriva quindi a ottobre, quando la FIFA assegna, quasi in contemporanea, l’organizzazione dei Mondiali 2030 e 2034, come accaduto tra mille polemiche per quelli del 2018 e del 2022. Per l’edizione più vicina a noi nel tempo c’è una sola candidatura solida, quella di Spagna, Portogallo e Marocco, ma la FIFA decide di celebrare il centenario della Coppa del Mondo premiando comunque i paesi riuniti in un’altra candidatura, tuttavia molto più debole, ovvero Argentina, Uruguay e Paraguay. Questi tre paesi ospiteranno ognuno una delle prime tre partite del Mondiale, ricordando così la prima edizione sudamericana del 1930 prima di volare in Spagna, Portogallo e Marocco. Questa decisione fa storcere il naso a più di qualcuno, poiché preclude l’organizzazione del torneo del 2034 a nazioni europee, sudamericane e africane, mentre le nordamericane sono escluse in quanto organizzatrici dell’edizione 2026, divisa tra USA, Canada e Messico. Restano quindi in campo solo nazionali asiatiche e dell’Oceania.

Qual è l’unica candidatura che la confederazione asiatica ha intenzione di supportare, nonché l’unica in grado di essere pronta per il termine entro cui queste vanno presentate? Esatto, quella dell’Arabia Saudita. Ad agevolare i sauditi c’è anche una modifica al regolamento decisa all’ultimo momento dalla FIFA, che ha fatto scendere da sette a quattro il numero di stadi che devono essere già esistenti o in costruzione al momento della candidatura, e quattro è il numero esatto di stadi che l’Arabia Saudita ha a disposizione. Un tappeto rosso steso appositamente per i sauditi, confermato ufficialmente il 31 ottobre, quando Gianni Infantino ha dichiarato che - scaduto il tempo per ricevere ulteriori candidature - Riyadh avrebbe ospitato l’edizione 2034 della Coppa del Mondo di calcio. Il Qatar e tutto quello che c’è stato attorno per dieci anni, per una seconda volta. Se vincere il Mondiale è la massima aspirazione per una nazione a livello di calcio giocato, organizzarlo è il punto più alto per chi muove i fili dello sport più popolare del mondo da dietro le quinte. L’Arabia Saudita è riuscita a farlo, è riuscita ad ottenere quello che voleva. 

Immagine promozionale per il Mondiale 2034.
Nel 2034 si tornerà in Medio Oriente per la massima competizione calcistica.

Manca però ancora un evento da organizzare per coronare l’avvenuta trasformazione dell’Arabia Saudita, che dovrebbe essere completata nel 2030. Anche in questo caso Riyadh ha una freccia al suo arco, pronta da scoccare per aggiungere un ulteriore tassello alla sua strategia. Per parlarne dobbiamo uscire un momento dall’ambito sportivo, ma è importante citare anche questo momento del 2023 saudita per avere tutti gli elementi che hanno composto lo straordinario anno della monarchia del Golfo. Stiamo parlando dell’Expo 2030, la cui assegnazione ha luogo a fine novembre. I sauditi candidano Riyadh, che si è trovata a sfidare Roma e Busan, città della Corea del Sud. All’Italia non sono bastati Jannik Sinner e Bebe Vio, i BTS non sono stati abbastanza per spingere la candidatura coreana e alla fine con 119 voti – 90 di scarto sulla seconda classificata Busan – l’Expo se lo è aggiudicata Riyadh, che proporrà il tema “L'era del cambiamento: insieme per un futuro lungimirante”. A leggerlo così, è perfettamente in linea con quanto avvenuto nel resto dell’anno e con la già citata Vision 2030.

Tra interesse, legittime preoccupazioni, entusiasmo, disgusto e grossi dubbi, in questo 2023 l’Arabia Saudita ha messo le mani sullo sport – e non solo – dei prossimi dieci anni. Non sappiamo se tutto andrà secondo i piani, se sarà un fallimento, se l’Arabia Saudita diventerà una potenza mondiale, ma non è così improbabile che ci troveremo in un dicembre qualsiasi dei prossimi anni a dire “È stato di nuovo l’anno dell’Arabia Saudita”. Il tono con cui pronunciare queste parole lo lascio decidere a voi.


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  • Classe '99, fervente calciofilo e tifoso dell'Udinese, alla sua prima partita allo stadio vede un gol di Cesare Natali e ne resta irrimediabilmente segnato. Laureato in scienze politiche a Padova e in un corso dal nome lunghissimo che finisce per "media" a Bologna, usa la tastiera per scrivere di calcio e Formula 1 e il mouse per fare grafiche su Canva.

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