
Devono tutti fare i conti con il Bologna
La squadra di Thiago Motta ha certificato le sue ambizioni battendo la Roma.
«Lavoriamo con il sorriso. Le soddisfazioni arrivano in partita, quando conta, ma anche in allenamento c'è grande professionalità» dice a fine partita Thiago Motta, dopo aver battuto la Roma con un 2-0 netto in cui a dominare è stato il suo Bologna, oggi quarto in Serie A, e squadra meno battuta – 2 sconfitte in 16 giornate – dopo Juventus e Inter. La franchezza che abbiamo iniziato a riconoscere in certe dichiarazioni naïf di Thiago Motta stavolta sgombra il campo a una consapevolezza lucida: «I tifosi hanno il diritto di sognare» prosegue come per esasperare il discorso che aveva fatto prima sulla grande partita del Bologna. «Noi pensiamo ad allenarci».
Non è la prima prestazione esaltante del Bologna di Thiago Motta, né il primo grande scalpo che rimedia contro una big del nostro campionato. Tutto era cominciato nella seconda metà dello scorso campionato: le vittorie a Bergamo e a Firenze, e in casa contro l'Inter, avevano messo al centro della ribalta una squadra che palleggiava bene, capace di manipolare le difese avversarie anche senza un attaccante di ruolo – a causa dell'assenza per infortunio di Arnautovic. Il Bologna occupava l'area di rigore soprattutto con i centrocampisti: il 4-3-3 con il "triangolo rovesciato" aveva reso un giocatore intelligente ma inespresso come Lewis Ferguson la chiave per stappare ogni partita.
È la vittoria contro la Roma, però, che potremmo ricordare come un manifesto del calcio che il Bologna prova a esprimere ogni domenica in campo. Una prova di dominio schiacciante, che ha portato José Mourinho nel post-partita a riflettere sulla sua natura di instant coach: «Mi chiedo se non sia meglio iniziare a puntare sui giovani in cui vedi un potenziale» ha detto a DAZN e per quanto ci abbia abituati a conferenze istrioniche – in cui provocare preventivamente gli arbitri o trascinare dietro un interprete e parlare in portoghese – è dura non intercettare una resa ideologica di fronte alla complessità, al dinamismo, all'efferatezza del Bologna.
Thiago Motta ha giocato per Mourinho all'Inter, tredici anni fa, e oggi da allenatore può dire di averlo battuto come una volta Mourinho faceva con i suoi avversari: spuntandone ogni arma, riducendo la partita a una lunga passarella della sua visione del gioco.
Per Mou il calcio è ancora uno spettacolo sardonico, oscura creazione di un demone annoiato in cui ciò che conta è essere più furbi dell'altro, affrontare l'imprevisto della partita con la malizia dei cacciatori di taglie. Si gioca sporco perché è tutto una merda, sembrano comunicarci le sue squadre, appena possono trasformano una comune e sciatta azione di gioco in una rappresaglia per il gusto di farlo, come una moderna reinterpretazione della filosofia di Thomas Hobbes.
Fin dai primi minuti Bologna e Roma hanno dato vita a una battaglia culturale. Dopo il fischio d'inizio, i rossoblù hanno tenuto il pallone per un paio di minuti: un possesso blando, spesso giocato nella metà campo difensiva per stanare il pressing della Roma.
Risultato:
- 00:55, strattonata di Cristante su Ferguson a palla lontana;
- 01:19, ginocchiata di Mancini a Nikola Moro;
- 02:18, fallo di Llorente e Mancini su Saelemaekers (l'arbitro dà vantaggio);
- 02:22, fallo di Pellegrini su Moro.
Per tutta la partita il confronto è stato impietoso. Il Bologna che aggrediva la profondità, sfruttando la diagonalità e applicando in maniera estrema i principi del gioco di posizione tra le linee rabberciate dei giallorossi; dall'altro lato la Roma che puntava a fermare il gioco, a spezzare il pallone e intimorire gli avversari. È un atteggiamento che a volte ha pagato, come nelle trasferte valorose giocate in Europa League, dove la Roma ha eliminato squadre di livello come RB Salisburgo, Real Sociedad, Feyenoord e Bayer Leverkusen. È dall'inizio di questa stagione, però, che Mourinho sembra essersi irrigidito su posizioni ostruzionistiche.
La Roma, per citare ciò che ha scritto ieri Andrea Giachi su Sportellate, ieri ha giocato «un calcio superato dal tempo». Va detto che si presentava al Dall'Ara senza i suoi due migliori giocatori – Lukaku out per squalifica, Dybala per... sì, di nuovo infortunio – e con il rientrante Pellegrini, schierato "trequartista" alle spalle di El Shaarawy e Belotti. Ma è altrettanto doveroso sottolineare come la Roma non abbia prodotto tiri in porta significativi, a eccezione del tentativo da cinquanta metri di Llorente, prima del 2-0 avvenuto nel secondo tempo.
Il Bologna, per contrasto, si è stagliato sulla Roma come il polo opposto del Tao. È difficile in effetti trovare due squadre così yin e yang: per tutto il primo tempo il Bologna ha conservato la palla tra i piedi senza forzare la giocata, provando a sfruttare l'ampiezza. La fase di possesso del Bologna è stata una continua ghirlanda brillante, piena di trigger che innestavano i movimenti sequenziali dei giocatori. Prendiamo il caso di Calafiori, quest'anno reinventato da Thiago Motta come difensore centrale: era lui a sfruttare l'atletismo da terzino, e la tecnica che comunque gli rimane, per spezzare la pressione della Roma, alzandosi senza la palla o avviando conduzioni in profondità – sganciandosi come un "braccetto" della difesa a tre.

In questo caso, al 21esimo, Calafiori si alza alle spalle per Pellegrini per liberare la linea di passaggio verso Moro, che per tutta la partita ha tenuto una posizione più avanzata, da trequartista di sinistra. Moro trova l'appoggio di Zirkzee sulla trequarti, dove il centravanti lancia con un colpo di tacco in controtempo l'inserimento di Calafiori, che può puntare la trequarti sguarnita della Roma.

Nel primo tempo il Bologna ha mantenuto il 66% di possesso palla, con una percentuale bulgara di precisione nei passaggi (90%), e ha effettuato 6 tiri – contro 3 della Roma. Se ha potuto farlo è stato proprio grazie a questi meccanismi posizionali, che hanno spinto la Roma ad alzare il baricentro a centrocampo, per poi aggredire alle spalle di Cristante e Paredes, troppo statici sia in fase di pressing che di copertura.
Un altro esempio, in cui stavolta a staccarsi dalla linea è l'altro centrale, Beukema. Qui il vantaggio ottenuto è persino più evidente: mentre El Shaarawy insegue Beukema, deve uscire Cristante per chiudere Posch, liberando la zona centrale dietro di sé.

Posch non rischia il passaggio in verticale e appoggia largo a Ndoye. Beukema non si ferma e attacca la linea difensiva della Roma nella zona di Llorente. Ogni movimento del Bologna è finalizzato alla ricerca di uno spazio libero per un compagno.

Eppure Nikola Moro e Zirkzee non riempiono lo spazio creatosi a ridosso dell'area: allora Ndoye torna indietro da Posch e l'azione del Bologna ricomincia da capo.
La serenità con cui il Bologna attaccava ha mandato in crisi il sistema difensivo della Roma. Per attitudine, la squadra costruita da Mourinho intorno a un blocco basso – spesso oltre il limite della propria area – vuole spezzare il gioco, rendere il calcio uno sport digitale, pieno di discontinuità. Come nell'occasione del gol di Nikola Moro, il Bologna ha invece mostrato la sua struttura biologica fluida, ininterrotta. Più il Bologna teneva la palla, più la Roma diventava nervosa: commetteva falli brutti e ingenui, come se non avesse altri modi per rubare il pallone.
A fine partita José Mourinho ha detto che i centrocampisti della Roma possono fare poco contro giocatori "dal motore di Moro o Ferguson". Ciò che Mourinho nasconde sotto il tappeto – al di là di una evidente ipocrisia sul livello dei suoi giocatori: a inizio stagione chi avrebbe preso Moro e non Paredes? – è l'intelligenza collettiva del Bologna.
Al 36esimo Beukema si ferma sul pallone come se fosse distratto e recasse la sua attenzione in altri lidi. Allora Spinazzola lo aggredisce con ferocia, arrivando quasi a prendergli il pallone: pochi secondi prima di essere intercettato, però, Beukema sfrutta il movimento a scalare di Ferguson e apre un tracciante verticale bellissimo per Freuler.

Per tutta la partita, l'ex pretoriano di Gasperini si era erto come riferimento centrale davanti a Beukema e Calafiori, si era occupato della prima costruzione con diligenza. I registi conoscono i tempi del calcio e Freuler non è da meno: attacca di nuovo le spalle di Cristante, che rimane fermo di fronte alla varietà di movimenti dei rossoblù.

A questo punto a Freuler basta innescare il taglio di Ndoye alle spalle di Ndicka, che fa due giravolte per leggere le intenzioni del suo riferimento, per far arrivare l'altro centrocampista, Nikola Moro, al tiro dal cuore dell'area. È una costruzione offensiva raffinata, rigorosa nella teoria degli smarcamenti e dell'attacco agli spazi intermedi ma allo stesso tempo pratica, in cui i giocatori del Bologna hanno messo in luce una capacità di pensiero distribuito lungo tutte le individualità della squadra non banale.
A inizio ripresa era lecito aspettarsi una reazione della Roma. Mourinho inserisce Renato Sanches al posto di Spinazzola per aggiungere vivacità in mezzo al campo e passa a una specie di 4-4-2 a rombo. Invece al terzo minuto è ancora il Bologna a tenere sotto controllo la partita. Freuler riceve pochi metri dietro la linea di centrocampo e guarda davanti a sé: Ferguson si è allargato a destra – cosa che nel primo tempo faceva spesso Moro dall'altro lato – e permette a Ndoye di ricevere in mezzo.

Il Bologna usa i passaggi in diagonale come arma tattica: Ndoye si gira sul mancino e si apre la linea di passaggio verso Zirkzee. Lo serve e allora il numero nove rossoblù, con la sua grazia innaturale per i 193 cm di altezza, sventaglia di prima per il taglio di Ferguson. La Roma è passata alla difesa a 4 da pochi minuti e il Bologna ha già trovato il modo di sfruttare un difetto strutturale del suo modo superficiale di stare in campo.

È bastato un cross teso per il movimento ad attaccare la porta di Ndoye per indurre Kristensen a un goffo autogol che ha chiuso i conti.
La partita del Bologna di Thiago Motta ha avuto l'impatto di un saggio di neurobiologia: ci ha spiegato che si può allenare un pensiero di sistema, e soprattutto che il calcio si compie nelle relazioni tra giocatori. Ci siamo ritrovati spiazzati dalla natura di un gioco armonioso e feroce, che crea gli spazi e li deprime a suo piacimento. Come in un video di Stefano Mancuso che spiega l'intelligenza delle piante, la loro capacità di risolvere i problemi, di comunicare anche senza avere un cervello.
Nel finale gli attacchi dadaisti della Roma hanno impegnato Ravaglia giusto in un paio di uscite su corner. L'unica vera occasione capitata sui piedi di Belotti, che sottoporta ha spento un tiro brutto sulla gamba destra del portiere, era nata più da uno dei rischi congeniti del gioco senza palla dei rossoblù che da una vera giocata creativa. Calafiori si è rivelato come uno dei difensori più interessanti della Serie A – «io mi sento di poter giocare centrale, terzino, faccio tutto» ha detto – ma nelle letture può ancora migliorare e all'80esimo lo dimostra.

Nonostante Freuler fosse già partito in pressing su Bove, l'ex terzino non si accorge dell'assenza al suo fianco di Lucumí – portato fuori zona da Azmoun – e decide di uscire a sua volta. È comunque servita una grande giocata di Bove, che con un esterno al volo è riuscito a trovare Azmoun. Ma alla fine è la tragicità dipinta sullo sguardo torvo di Andrea Belotti che scruta il guardalinee a fotografare la stagione finora opaca della Roma: si aspettava di essere in fuorigioco e invece era tutto regolare.
Guardando solo agli xG di Bologna e Roma, rispettivamente 0.52 e 0.60, ci si potrebbe aspettare un equilibrio di fondo, o forse un risultato ingiusto. Non è così: il culto di Mourinho per la responsabilità individuale e per il nichilismo di un collettivo che gioca insieme ha toccato il suo acme, e quindi paradossalmente anche il suo baratro. Quanto sarebbe facile accusare Belotti per l'unica chance fallita della sua partita – ma se togliete "fallita", il senso della frase non cambia. Nella Roma è diventato un atto di fede trovare qualcosa che funzioni in una squadra in balia degli eventi: per quanto tempo può continuare così?
Il Bologna vive invece il momento più bello dell'ultima porzione della sua storia. Il fatto che ieri fosse il giorno dopo il primo anniversario della morte di Sinisa Mihajlovic ha reso questa vittoria più intensa e malinconica. E forse persino più dolce.
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