Copertina Coppa Davis
, 15 Dicembre 2023

L'apoteosi del tennis italiano


La vittoria dell'Italia in Coppa Davis è uno dei nostri dieci momenti sportivi del 2023 che troverete nel quarto numero del nostro magazine, in uscita a breve.

Prima istantanea. 15 settembre 2023, Bologna, Unipol Arena, secondo singolare tra Italia e Cile. Il pubblico rumoreggia in attesa di un responso. Nicolás Jarry, un elegante energumeno aduso a cerotti nasali e che fa sembrare il rettangolo di gioco piccolo come un tavolo da ping-pong, lancia una smorfia al suo angolo. Sembra dire: “È fuori”. Non di molto, ma fuori. Prima che il falco faccia il suo dovere, Filippo Volandri trova pure il tempo di discutere con il giudice di sedia. È un punto cruciale, si capisce. Forse sostiene che il cileno abbia chiesto la verifica dopo la risposta ,che è lunga. Al di là della rete, Lorenzo Sonego ha le mani sui fianchi. Sta per conoscere il destino della seconda appena scagliata per annullare il terzo match point della partita. Secondo lui ha pizzicato la riga. Se è fuori è doppio fallo, e sconfitta. Ma è dentro. La regia ci mostra nel riquadro in alto la zoomata dell’Hawk-Eye: l’impronta oblunga della pallina si sovrappone di pochi millimetri alla linea bianca orizzontale. È uno di quei momenti in cui ci chiediamo fino a dove si possa spingere l’occhio di una telecamera, quanti fili d’erba, quanti microgranuli di gomma sintetica sia in grado di restituire. Nei riquadri in basso vediamo Jarry nascondersi sotto l’asciugamano; un Matteo Berrettini in trance agonistica aizzare Sonego come un pugile alla fine di un round. L’italiano deve annullare pochi secondi dopo un quarto match point, ma alla fine vince la partita al terzo set. È un incontro decisivo per le sorti del girone di qualificazione: l’Italia chiude al secondo posto, dietro al Canada ma davanti al Cile.

Seconda istantanea. 25 novembre, Malaga, Palacio de Deportes José María Martín Carpena. Sinner contro Djokovic, per la terza volta in dieci giorni. Oggi però il primo ha la maglia azzurra, il secondo quella rossa della Serbia. È il 10° game del terzo set. Sinner è sotto 0-40: il suo avversario, incidentalmente il miglior ribattitore nella storia del gioco, ha tre match point in risposta. Non ha mai perso dilapidando un simile vantaggio in tutta la sua vita, oltre 1200 partite giocate. L’Italia è stata sconfitta nel primo singolare e ora è a un passo dal baratro. Ci sono tutti gli estremi per definire quello che sta per accadere con il termine prodìgio, s.m. [dal lat. prodigium]: «fatto, fenomeno, avvenimento che trascende, o sembra trascendere, l’ordine naturale delle cose»

Nel giro di pochi istanti vedremo materializzarsi un momento di pura sospensione dell’incredulità, l’equivalente tennistico delle scene di un disaster movie di Roland Emmerich, in cui il protagonista finisce risucchiato tra le fiamme o cade in un precipizio, per poi puntualmente riapparire, prima la mano poi la testa poi tutto il corpo, dopo qualche obbligatorio secondo di suspense. In rete circola ancora il fermoimmagine dell’inizio del primo punto giocato da Sinner sullo 0-40, spesso accompagnato da un ingrandimento dello score e da una foto di Jannik che esulta al termine del match. Come a dire: “Sì, Sinner è riuscito a vincere questa partita.” In quel frame l’italiano sta ricadendo con tutto il peso del corpo sulla gamba sinistra, la destra proiettata all’indietro, la testa della racchetta a cinturare la vita. È una seconda al corpo, un colpo che Sinner ha migliorato in modo esponenziale. Laggiù, piccolo in alto a destra, Djokovic è congelato nel movimento di preparazione del rovescio. Risponde, ma dopo qualche colpo gioca un back quasi indecifrabile: la palla prende il volo per ricadere una spanna oltre la riga di fondo. È chiaro fin da subito che questo glitch in the Matrix diventerà lo spartiacque del match. 

Jannik Sinner in campo durante la Coppa Davis.
(Foto: IMAGO / Jorge Guerrero)

Dopo quel punto il campo si trasforma in un piano inclinato su cui Sinner avanza implacabile come un Terminator, Nole spalle al muro, inerme, «l’Imperatore nudo» della fiaba di Hans Christian Andersen. Jannik annulla gli altri due match point con un servizio vincente e una discesa a rete che fino a un anno fa sarebbe stata fantascienza. Poi, tempo di sbattere le palpebre, strappa il servizio a Djokovic, serve per il match e chiude 7-5. Per tre volte l’Italia è stata a un 15 dall’eliminazione. Dopo la vittoria del doppio è in finale contro l’Australia.

Ogni sport offre ai suoi tifosi un momento di apnea molto specifico: una tripla sulla sirena; un tiro a portiere battuto che sta per gonfiare la rete o che forse non lo farà mai; l’ultimo giro del pilota in testa, quando non puoi non pensare che ogni curva potrebbe trasformarsi in una rovinosa caduta. Attimi in cui si può solo trattenere il respiro, sperando di essere dalla parte giusta della storia. Nel tennis sono soprattutto gli istanti che precedono un passante a elicitare questo senso di attesa straniante – la consapevolezza che qualcosa stia finendo di compiersi nell’esatto momento in cui la osservi. L’avversario scende a rete, ma il suo attacco non è abbastanza profondo, la sua corsa non abbastanza fluida, e allora c’è spazio per passare. Tirare il vincente nello spicchio di campo rimasto sguarnito. Calciare un rigore in movimento. Nell’ultima istantanea del nostro trittico, il tennista che sta per essere passato è Alexei Popyrin, nome e genitori russi ma passaporto australiano, l’esatta incarnazione moderna di un personaggio dei Fratelli Karamazov di Dostoevskij. Il tennista che sta per passare si chiama invece Matteo Arnaldi. Dietro la maglia ha la scritta «Italia», ha i piedi sulle parole «Davis Cup» e sta per colpire di rovescio. Esattamente un anno fa giocava i Challenger. Adesso ha sul piatto corde il match point più importante della sua vita. È solo il primo singolare della sfida tra Italia e Australia. Ma è un punto che vale molto di più, perché poi sarà sufficiente che Sinner batta de Minaur, una formalità di questi tempi. Lo comprendiamo dal sollievo di Matteo dopo la fine della partita – Popyrin si allunga in tuffo alla sua destra, ma riesce solo a scheggiare la palla – al modo in cui la tensione abbandona di colpo il suo volto aquilino. È il momento in cui tutti, combattendo con gli ultimi, tenaci residui di scaramanzia, lo abbiamo finalmente capito. Metteremo le mani sulla Coppa.

Sì, è successo davvero

Se, come avrete intuito, non si narra del trionfo di Carlos Alcaraz a Wimbledon è perché il 26 novembre scorso, appena in tempo per suggerire alla redazione di Sportellate un cambio di scaletta al volo per il magazine che tenete ora tra le mani, l’Italia ha conquistato il suo secondo titolo in Davis a 47 anni di distanza dalla prima volta.

Che nessuno, compreso il sottoscritto, avesse atteso l’esito delle Finals di Malaga prima di scegliere il momento clou del 2023 tennistico ci dice qualcosa sulle scarse speranze che riponevamo nella squadra di Volandri, o almeno sulla perdita di appeal di una competizione dal format discutibile e sempre più incompatibile con le scelte di programmazione dei top player. Al netto della competitività del nostro quintetto, dopo decenni di magra eravamo forse anche assuefatti all’idea che la mitica vittoria sul Cile nel 1976 fosse destinata a rimanere l’unico exploit della nostra storia tennistica.

Negli anni, l’Insalatiera d’argento conquistata tra le polemiche in casa di Pinochet ha finito infatti per rappresentare uno standard di eccellenza irraggiungibile. E proprio il 1976 – l’annus mirabilis in cui, oltre alla Davis, Panatta riuscì a vincere anche Roma e il Roland Garros e a diventare n° 4 del mondo – ha calamitato su di sé molti dei più longevi record nazionali. Da allora, in campo maschile, nessun tennista italiano ha più sollevato un trofeo del Grande Slam, nessuno ha più trionfato al Foro Italico, nessuno prima di Jannik Sinner quest’anno era stato in grado di issarsi fino al best ranking raggiunto da Adriano. Già, proprio Sinner. Che il vento stesse cambiando i fanatici della cabala l'avevano intuito a inizio ottobre, quando l’altoatesino raggiungeva la quarta piazza delle classifiche ATP cannibalizzando il 500 di Pechino – per qualità media dei partecipanti un 1000 mascherato, vinto battendo Alcaraz e Medvedev tra semifinale e finale.

Matteo Arnaldi in campo durante la finale di Coppa Davis
(Foto: IMAGO / Marta Magni)

A meno di non essere appena paracadutati da Marte, è stato impossibile ignorare la folgorante ascesa del Sinner 2.0 post swing asiatico. Schiantati gli argini in Cina, Jannik aveva conquistato anche Vienna, infliggendo a Medvedev la seconda sconfitta consecutiva in pochi giorni: un trionfo arrivato al termine di una partita violenta come un incontro di pugilato, che ci aveva anche rassicurato sui notevoli progressi fisici compiuti da Sinner nel giro di pochi mesi. E pazienza se nel frattempo le ATP Finals di Torino, dominate da Jannik fino alla finale persa da Djokovic (battuto e poi graziato dall’eliminazione in Round Robin), trasformavano l’immensa, e un po’ gelosa, soddisfazione degli appassionati presenti sul carro dolomitico dal giorno 1 nel delirio carotesco che oggi satura gli spazi pubblicitari di ogni rete manistream e invade la timeline dei nostri social.

Nient’altro che piacevoli effetti collaterali. Perché se il trionfo in Davis degli Azzurri è figlio di un movimento in crescita da anni e si può essere d’accordo con chi mette in guardia da una narrazione Sinner-centrica della vittoria di Malaga, proprio le analogie tra il Panatta deluxe del ’76 e l’ultimo Jannik ci ricordano il peso specifico del fuoriclasse in quello splendido paradosso che è la Coppa del Mondo di Tennis, massima competizione a squadre di uno sport individuale. Un torneo in cui d’altra parte, è chiaro, niente accadrebbe senza l’apporto di buoni o ottimi comprimari. All’epoca Paolo Bertolucci, Corrado Barazzutti, Tonino Zugarelli. Oggi Lorenzo Musetti, Lorenzo Sonego, Matteo Arnaldi. Senza dimenticare Simone Bolelli, a Malaga mai sceso in campo, e soprattutto Matteo Berrettini, il nostro n° 2 naturale, che la lungodegenza ha relegato al ruolo di uomo spogliatoio e tifoso d’eccezione.

Se pensiamo che quasi tutti i nostri migliori giocatori sono ancora nel pieno della crescita, non è velleitario sperare di bissare il titolo nei prossimi anni. Ma sarebbe un errore credere che questa Davis ci appartenesse di diritto. L’impresa epocale degli Azzurri è arrivata, al contrario, al termine di un percorso tortuoso, fatto di snodi imprevedibili, maratone, doppi decisivi, ribaltamenti di fronte, e imperniato sul ritorno ossessivo del tre, il numero perfetto per eccellenza. Tre come i set di ogni partita e le partite di ogni sfida, tre come i match point sciupati da Arnaldi, tre come quelli salvati da Sinner. Un percorso che una penna poetica direbbe fosse scritto nel destino o nelle stelle, e che ha avuto come discrimine cruciale la sera del 25 novembre 2023, quella in cui un figlio delle Dolomiti dai capelli rossi si è preso sulle spalle l’Italia battendo per due volte di fila e in circostanze inedite il tennista più forte della storia.

E allora riavvolgiamo il nastro, tappa dopo tappa, fino alla scena consegnata ai posteri: l’esplosione di coriandoli, Don’t Stop Me Now in filodiffusione, il trofeo d’argento sui tre piedistalli e i nostri colori a fargli da cornice.

Italia-Olanda 2-1

B. van de Zandschulp-M. Arnaldi 6-7 6-3 7-6
J. Sinner-T. Griekspoor 7-6 6-1
Sinner/Sonego-Griekspoor/Koolhof 6-3 6-4

Sarà che abbiamo ancora negli occhi le scintillanti serate del Pala Alpitour di Torino. Sarà che la squadra olandese ha due singolaristi bravi ma anodini, che fanno tutto benino ma niente benissimo. Sarà che si profila all’orizzonte un incrocio Italia-Serbia che ci regalerebbe la rivincita dell’atto conclusivo delle Finals tra Sinner e Djokovic. Alla vigilia dei quarti di finale contro l’Olanda nessuno pensa davvero che gli Azzurri possano abbandonare la competizione prima del tempo.

Il regolamento prevede che il secondo singolare sia giocato dai numeri uno dei rispettivi Paesi, quindi Sinner e Griekspoor. Prima però, contro Botic van de Zandschulp, Volandri manderà in campo uno tra Musetti, Sonego e Arnaldi. È una partita potenzialmente decisiva, perché il vero pericolo degli Oranje sembra essere Wesley Koolhof, doppista di alto livello, n° 4 al mondo nella specialità. La scelta del capitano ricade alla fine su Arnaldi: Sonego non è al meglio fisicamente, mentre le condizioni indoor appaiono indigeste al tennis liftato e dalle ampie aperture di Musetti. 

Non ci sono precedenti tra il tennista sanremese e l’olandese n° 51 del ranking, un regolarista bianchiccio e dallo sguardo atterrito, con un buon servizio e discreti colpi da fondo; un giocatore alieno a imprese epocali ma scomodo per chi non sia in grado di sovrastarlo sul ritmo. Un’oretta dopo vediamo Arnaldi incassare al tie-break un brutto primo set e ci chiediamo per quanto ancora potrà funzionare il suo tennis di contenimento contro un avversario che, non appena si sarà sbarazzato della tensione, tamponerà di certo quest’emorragia di gratuiti. In effetti nel secondo set, perso 6-3, il peso della maglia della Nazionale si fa sentire anche per Matteo, che pure abbiamo imparato a conoscere quest’anno come un tennista accorto e speculativo, un Bautista Agut in fieri che compensa i limiti strutturali del suo gioco alzando il livello quando conta. 

Nel 2023, il suo primo anno nel circuito maggiore, Arnaldi è il settimo giocatore al mondo per Under Pressure Rating, un indicatore statistico calcolato sommando le percentuali di palle break convertite e salvate, di tie-break e di set decisivi vinti. Come si ripete spesso, però, la Davis è una competizione a parte. Un torneo in cui un tennista come Arnaldi fa esattamente quello che meno ci aspetteremmo da lui: perdere lucidità negli snodi cruciali del match, inciampare sul sottile crinale che separa la vittoria dalla sconfitta. Nel tie-break del terzo, il ligure si arrende a van de Zandschulp non prima di aver sprecato tre match point sanguinosi. Sul secondo assistiamo a uno scambio che incapsula perfettamente l’andamento complessivo della partita: Matteo avrebbe più volte l’opportunità di aggredire sui colpi interlocutori dell’olandese, ma continua a scambiare da fondo per poi tentare una smorzata estemporanea che finisce in corridoio. Per qualche minuto sembra che nessuno dei due abbia la forza di fare un passo dentro al campo per prendersi la partita. Ma alla fine, aiutato soprattutto dal mismatch sul servizio, è van de Zandschulp a prevalere.

Così, mentre sui social cominciano i processi per direttissima ad Arnaldi e a capitan Volandri, reo di averlo schierato, Jannik Sinner prepara il suo show. Di fronte ha Tallon Griekspoor, già battuto a inizio 2023 nella semifinale del torneo indoor di Rotterdam. Per un po’ la partita sembra ricalcare quel precedente, un match tiratissimo, vinto da Jannik 7-5 7-6. Ma è solo questione di tempo prima che Griekspoor ceda di schianto, dopo un primo set sfiancante, giocato al di sopra delle sue possibilità e comunque perso al tie-break. Il secondo parziale ci ricorda l’enorme divario che passa tra un campione e un buon giocatore, e lo fa a tratti in modo impietoso. Non c’è aggettivo migliore di «debordante» per descrivere il livello di gioco mostrato da Sinner negli ultimi mesi: un tennis da potenziale n° 1, forgiato con pazienza negli anni e di recente acuminato nella ribollente fucina delle Finals. La velocità di crociera tenuta da Sinner a Torino per battere i migliori giocatori del mondo risulta adesso mostruosa al cospetto del discreto olandese: vedere Jannik martellarlo senza tregua per il 6-1 finale è come guardare una monoposto di Formula 1 sorpassare una Panda in autostrada.

C’è il marchio indelebile di Sinner anche nella vittoria del match di doppio. Che avremmo evitato volentieri, ma che ora, sull’onda dell’entusiasmo, fa meno paura. Con l’altoatesino scende in campo Sonego, che nella specialità è discreto e con Jannik ha un ottimo feeling, dentro e fuori dal campo. Al fianco di Koolhof ricompare invece uno scoraggiato Griekspoor. Paolo Lorenzi in telecronaca su Sky appare fiducioso: "sempre meglio avere in squadra il n° 4 del mondo di singolare che il n° 4 di doppio", potendo scegliere. E, in effetti, Sinner è così dominante al servizio e nei colpi a rimbalzo che il nuovo match sembra semplicemente la prosecuzione del precedente. È sufficiente aggiungere alla ricetta la consistenza di Sonego e i limiti di Griekspoor nel gioco di volo per cucinare l’esito dell’incontro: 6-3 6-4 per gli Azzurri, che, come previsto, se la vedranno con la Serbia guidata da Novak Djokovic, nel frattempo vittoriosa sulla Gran Bretagna.

Italia-Serbia 2-1

M. Kecmanovic-L. Musetti 6-7 6-2 6-1
J. Sinner-N. Djokovic 6-2 2-6 7-5
Sinner/Sonego-Djokovic/Kecmanovic 6-3 6-4

La sfida tra Italia e Serbia ci ha ricordato con forza l’ineluttabile individualismo del tennis. In una giornata esaltante che ci ha tenuti per ore incollati allo schermo, Novak Djokovic e Jannik Sinner hanno piegato una semifinale di Davis a palcoscenico allargato della loro personale questione privata, trasformando le rispettive Nazionali in drappelli ancillari votati al loro culto.

Nel primo singolare Miomir Kecmanovic è entrato in campo con gli occhi iniettati di sangue, la determinazione di un legionario chiamato a battersi sotto lo sguardo del suo Cesare. In un contesto così ferocemente agonistico il tennis da disinteressato esteta di Lorenzo Musetti è parso subito fuori posto. Eppure, almeno all’inizio, le morbide pennellate del carrarino hanno in qualche modo assorbito l’irruenza del serbo, che la distanza di Musetti dalla riga di fondo rendeva quasi sempre libero di colpire in condizione ideale, da fermo e con i piedi dentro al campo. Al termine di un primo parziale, vinto al tie-break grazie a qualche clamoroso coniglio dal cilindro, abbiamo osservato Musetti ricevere i complimenti di Volandri e ci siamo chiesti se il drago spara fiamme fosse ormai asservito agli incantesimi del mago. 

La risposta è arrivata nel sesto game del secondo set, il momento in cui il gioco dell’italiano, alla battuta sotto 2-3, si è afflosciato di colpo come un pallone bucato. Sfibrato dalla costante ricerca del vincente da posizioni proibitive, un piano gara che aveva dato i suoi frutti nel primo parziale ma insostenibile sul lungo periodo, Musetti ha ceduto di schianto, finendo per perdere quattro game consecutivi al servizio. Come se non bastasse, un fastidio muscolare emerso nel terzo set, a partita comunque già compromessa, gli ha impedito un tentativo di rimonta disperata su un Kecmanovic apparso, in ogni caso, in una delle sue migliori versioni dell’anno.

Sulla panchina serba si respira a questo punto un discreto ottimismo. Novak Djokovic non perde un singolare di Davis sul campo dal 2009 e dopo la finale di Wimbledon di quest’anno ha vinto 23 partite su 24. L’unica sconfitta è arrivata proprio contro Sinner, ma è stata una sconfitta indolore, nella fase a gironi delle Finals, che non gli ha impedito alla fine di sollevare anche quel trofeo. Inoltre, proprio la finale di Torino, l’ultimo incrocio tra i due, sembra aver ristabilito le gerarchie in modo autoritario. La forza mentale del 36enne Djokovic sta anche nella capacità di estinguere con strisce di vittorie dittatoriali queste rare sconfitte, facendole sembrare poco più che semplici e irripetibili incidenti di percorso. È quest’aura di inviolabilità del serbo la ragione per cui alla fine del primo set, dominato 6-2 da Sinner ma giocato da un Djokovic forse al 50%, sentiamo che l’inerzia del match è comunque destinata a cambiare. 

Così accade. Nole alza all’improvviso i giri del motore e chiude 6-2 un secondo parziale inquietantemente prossimo alla perfezione. Il terzo set si rivela fin da subito un calvario: Djokovic che tiene il servizio senza sudare, Sinner costretto a spremersi fino all’ultima goccia per annullare palle break e mantenere il punteggio in parità. Nell’ormai leggendario decimo game del terzo, Djokovic si procura tre match point in risposta. Con la finale a un passo, la panchina serba è incontenibile, pare sul punto di sconfinare in campo. È qui che si consuma il miracolo. Sinner che guarda il basilisco dritto negli occhi, e lo pietrifica. Come quelli «della razza / di chi rimane a terra» della poesia di Montale, lo ammiriamo volare sul baratro e atterrare indenne dalla parte opposta. Un simile shock frastorna persino uno come Nole, che subito dopo perde il servizio e la partita per 7-5. Adesso tra Italia e Serbia è clamorosamente 1-1. 

Il tennis è forse lo sport in cui l’inerzia psicologica incide maggiormente sul risultato finale. Come nella sfida contro l’Olanda, il doppio che decreterà la squadra finalista appare in gran parte l’appendice del match che si è appena concluso. Vediamo Sinner e Sonego dividere il rettangolo per fronteggiare i due serbi già scesi in campo e troviamo impossibile non pensare all’andamento del doppio di due giorni prima. Va tutto come previsto, persino il punteggio è identico al match contro gli olandesi. Uno score che in un certo senso è persino bugiardo, data la differenza tangibile che percepiamo tra i meccanismi oliati del gioco di Jannik e Lorenzo e le difficoltà di incastro tra Kecmanovic e Djokovic, ciascuno dei quali si ostina, anche a costo della sconfitta, a giocare la partita come se fosse un nuovo singolare, come se i corridoi non esistessero.

Italia-Australia 2-0

M. Arnaldi-A. Popyrin 7-5 2-6 6-4
J. Sinner-A. De Minaur 6-3 6-0

L’atto finale contro l’Australia, una sfida per cui i pronostici della vigilia ci vedono nettamente favoriti, non riserverà emozioni degne del turbinio della semifinale. La vittoria della seconda Coppa Davis della storia italiana arriverà in modo pacificamente anticlimatico, come se l’abile sceneggiatore delle Finals di Malaga avesse già esaurito tutti i suoi espedienti narrativi nel racconto della palpitante sfida contro la Serbia. 

C’è tempo però per escogitare un’ultima trovata, la firma sul cartiglio di un pittore cinquecentesco: il punto della vittoria, riservato giustamente a Jannik Sinner (da giorni un uomo in missione), arriva infatti contro Alex de Minaur, non un tennista qualsiasi. De Minaur è tra i migliori amici di Jannik nel circuito, ma soprattutto è diventato negli anni una specie di genio tutelare dell’altoatesino, testimone diretto degli snodi fondamentali della sua ascesa. L’australiano è stato l’avversario di Sinner nella finale delle Next Gen ATP Finals, l’ultimo tennista a essere battuto da Jannik prima della separazione da Piatti dopo l’Australian Open 2022, il contendente finale del primo 1000 vinto in carriera da Sinner, quest’anno a Toronto. In cinque precedenti, l’italiano ha concesso a de Minaur un solo set, nel 2020. Da allora, ha vinto contro di lui nove parziali consecutivi.

Per questo, a poche ore dall’inizio della finale è chiaro che a fare da ago della bilancia sarà probabilmente il primo singolare, ovvero il match tra Matteo Arnaldi e il n° 40 del mondo Alexei Popyrin. Il primo proverà a regalare al compagno un match point da non fallire, il secondo a rimandare tutto al terzo match, nel quale l’Australia partirebbe leggermente avanti grazie al doppio collaudato Ebden/Purcell, campioni di Wimbledon 2022. Arnaldi e Popyrin sono entrambi nel periodo migliore della carriera, ma nessuno dei due ha l’esperienza che serve per attraversare le fluttuazioni di una finale di Davis senza lasciarsi soffocare dalla tensione.

La partita si rivela esattamente quella che era lecito attendersi: povera da un punto di vista tecnico, interessante come saggio di psicologia applicata al tennis. Arnaldi ha vinto in volata il primo set, ma i fantasmi della rimonta patita contro van de Zandschulp tornano a concretizzarsi nel secondo parziale, quando lo vediamo avvitarsi su se stesso tra doppi falli in sequenza, dritti fuori di metri, rovesci fermati dal nastro. Adesso è l’australiano a sbagliare di meno, ed è ancora lui a tentare l’allungo nel set decisivo. Complici anche le sue incertezze, però, Arnaldi ha la forza di annullare otto palle break. Come Sinner contro Djokovic, Matteo rimane aggrappato al cornicione. Ed è ancora il decimo game quello fatidico: l’italiano risponde bene, capitalizza sulle paure dell’avversario, infine ha bisogno di un solo match point per chiudere con imprevedibile cinismo.

Tra la fine della partita di Matteo e l’ingresso in campo di Sinner, negli studi Rai  si consuma l’ideale passaggio del testimone. Adriano Panatta benedice il proprio successore consegnandoci una previsione affatto scaramantica: “al 99% la Coppa Davis sarà dell’Italia.” Non ha torto. Il match con de Minaur è fin dall’inizio una passerella d’onore, il degno epilogo di un mese di tennis celestiale, la conferma stucchevole di una superiorità schiacciante. Sinner è semplicemente troppo forte, tracimante, feroce, un’incarnazione perfetta del suo primo soprannome (il Peccatore) che comincia persino a spaventarci come potenziale successore del mefistofelico Djoker. De Minaur è il n° 12 del mondo, ma è presto ridotto al ruolo di sparring partner, condannato all’impotenza, educatamente accompagnato sull’orlo di una crisi di nervi. Il match termina in poco più di un’ora 6-3 6-0, con un bagel spietato come un’esecuzione. C’è tutto Sinner in questa dissonanza tra la violenza glaciale dei colpi e l’impeccabile gentilezza del modo di stare in campo.

L’ultimo, disperato tentativo dell’australiano è largo. Jannik Sinner allarga le braccia, sfodera una delle sue esultanze umili e schive, amabilmente riluttanti. È grazie a questo giovane alpigiano che l’Italia è sulla cima del mondo.


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  • Nasce a Firenze nel 1996, pochi giorni dopo il mitico “Irina, te amo!” di Gabriel Omar Batistuta. Ama la letteratura americana, il Fantacalcio e citare a sproposito i film di Nanni Moretti. Tifa per la Fiorentina come forma di psicoterapia. La sua idea di paradiso è un campo da tennis cinto di palme, illuminato da un tramonto losangelino. Nella vita reale fa il docente, ma parte ancora dalla panchina.

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