, 14 Dicembre 2023

Antonio Juliano, una vita per il Napoli


Nessuno ha incarnato l'anima del Napoli come lo storico capitano degli anni Settanta.

«Un tipo tosto, persona autentica, con
un temperamento da condottiero»
– Dino Zoff su "Totonno" Juliano

La storia del Napoli, come tutte quelle che ravvisano l'avvento di un Dio rivelatosi agli esseri umani in carne e ossa, è divisa in due parti: per comodità possiamo chiamarle Avanti Diego (AD) e Dopo Diego (DD). È una partizione vera, materiale, che non si limita agli almanacchi sportivi. Con il passare degli anni – e dei decenni, e delle vittorie, e del fallimento, e della rinascita, e poi ancora della vittoria – il corso degli eventi che ha preceduto l'avvento di Diego Maradona è finito per essere dimenticato. Sessant'anni indistinti, ormai grigi e inespressivi. Fotografie vecchie, ingiallite, che si ostinano a raccontarci di qualche Coppa Italia vinta, di un glorioso secondo posto, di campioni del Mondo passati in città.

Potrebbe arrivare un Savonarola a bruciare le reliquie che testimoniano l'esistenza del Napoli fino al 1984 – una enciclopedia fatta di giornali che non esistono più e figurine panini ammuffite, qualche maglia slabbrata, ancora colma di macchie di fango: ce ne accorgeremmo davvero? Forse no, se non fosse per Antonio "Totonno" Juliano, roccaforte di una storia che non abbiamo vissuto, che non ci appartiene, e che però pulsa ancora nei ricordi dei nostri padri, dei nostri nonni. Napoletani lontano dallo stereotipo, con il carico di anni scolpito su un volto truce, piegato dalla sofferenza di una vittoria mancata per trentatré anni.

Ci sono generazioni intere di tifosi del Napoli che non hanno fatto in tempo a vedere uno Scudetto. Altre che ce l'hanno fatta per un pelo, altre ancora i cui migliori anni della vita sono stati scanditi da quel rimpianto perenne e ciclico: quando avremmo vinto, se avremmo vinto? Totonno Juliano ha giocato nel Napoli dal 1962 al 1978, a 23 anni è diventato capitano di un club che non vinceva niente, e che ha dovuto trascinare fuori dall'inferno della Serie B per due anni di fila. È rimasto a lungo il calciatore con più presenze nella storia del Napoli – 505, oggi è terzo dietro a Giuseppe Bruscolotti e Marek Hamsik. Ha giocato per la Nazionale italiana, laureandosi campione d'Europa nel 1968 e vice-campione del Mondo due anni dopo.

Antonio Juliano non era uno come tanti. Faceva il regista a centrocampo su campi dissestati, in stadi che in larga parte non esistono più. Anni di un calcio neo-realista: i giocatori con le magliette senza sponsor sul petto e cognomi sulla schiena, con i capelli irrigiditi da un senso di ordinarietà perenne, tutti scolpiti di un volto tragico dell'Italia degli anni Settanta. Brera scriveva del suo stile elegante e pacato con affetto: «I devoti gregari gli portano la palla con assoluta diligenza. Il capitano azzurro fornisce, anche se a flebile ritmo, prestazioni stupende».

Pochi minuti dopo la sua morte, il Napoli di De Laurentiis – che ha sempre predicato la sua estraneità al passato e alla storia, in una cosmogonia narrativa che parte nel 2004 – ha scritto un tweet laconico e grave per ricordare Juliano, con le parole di un figlio che annuncia la morte di un genitore: «È una delle giornate più brutte della storia del Napoli». Al di là della retorica sulle bandiere di una volta, è emozionante vedere l'affetto che si è scatenato intorno alla sua figura in queste ore. I tifosi del Napoli che ricordano il suo rifiuto alle grandi del Nord, che a detta di Juliano stesso gli è costato una buona carriera in Nazionale; la sua centralità nel gioco totale ancora ricordato del Napoli di Vinicio; l'opera di tenacia con cui nel 1984 strappò Maradona al Barcellona.

Senza Juliano, reintegrato come direttore generale da Ferlaino dopo il licenziamento del 1981, non ci sarebbe stato il Napoli dell'età dell'oro (1986 --> 1991). Ma è da giocatore-simbolo che oggi viene ricordato. Juliano al prime era un regista tecnico d'alta classifica, eppure con il Napoli ha vinto solo due Coppe Italia (1962, 1976) e un altro paio di trofei che oggi paiono fantasy: una Coppa delle Alpi (1966) e una Coppa di Lega Italo-Inglese (1976). Non ha lasciato il Napoli neanche in Serie B: aveva 24 anni e tutta la carriera davanti. In Serie A ha guidato la squadra a due storici secondi posti: quello del 1968, dietro il Milan di Rocco, e quello maledetto del 1975.

«In campo giocava un calcio concreto, senza egoismi e teatralità, senza le mattane dei funamboli perché aveva altre grandi virtù» ha scritto Mimmo Carratelli in un articolo di dieci anni fa sul Napolista. Il calcio di Juliano rispecchiava la sua attitudine alla vita: sobrio, efficace, lontano dalla ribalta. Nel 1970 giocò gli ultimi minuti della finale del Mondiale contro il Brasile. Cinque anni dopo guidò il Napoli a una spietata lotta Scudetto contro la Juventus. «Noi non abbiamo niente da perdere, andremo a giocarcela» disse Juliano alla vigilia dello scontro diretto a Torino. Parlava come scendeva in campo, senza alzare i toni, con lo sguardo vitreo.

Al Delle Alpi fu lui a pareggiare il gol di Causio, che aveva portato in vantaggio la Juve al diciannovesimo. Un bel tiro da fuori area, colpito con l'esterno del piede destro, che finì nell'angolo indifeso della porta di Dino Zoff, suo ex compagno. Mancava mezz'ora e pochi minuti dopo ancora Juliano impensierì la Juventus con un tiro diretto all'incrocio dei pali: stavolta Zoff gli negò il gol vittoria. «Avrebbe significato scudetto» ha ammesso dieci anni fa Juliano, contratto da un pizzico di rammarico. A due minuti dalla fine, un gol di José Altafini spostò l'equilibrio a favore dei bianconeri.

Nonostante quella sconfitta Juliano ha conservato fino alla fine un ricordo geloso di quel Napoli: «Furono i miei anni più belli in maglia azzurra». Si riempiva d'orgoglio perché con Vinicio in panchina e l'applicazione di pressing e marcatura a zona il Napoli stupì tutti. Juliano era lontano dall'archetipo della napoletanità venduto e consumato nel mondo. Zoff scrisse nella sua autobiografia: «è un napoletano atipico».

Lontano dalla ribalta di cui gode oggi il club, e della struttura che lo tiene ancorato ai vertici del calcio internazionale, non possiamo dimenticare che per quasi vent'anni, con la fascia da capitano sul braccio, Juliano è stato il Napoli.


  • Nato a Giugliano (NA) nel 2000. Appassionato di film, di tennis e delle materie più disparate. Scrive di calcio perché crede nella santità di Diego Maradona. Nel tempo libero studia per diventare ingegnere.

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