
La pastorale brasiliana di Luis Suárez
A Porto Alegre sembrava che il Pistolero giocasse a fare Dio con gli uomini.
Nelle pagine di Jubiabá (1935), Jorge Amado descrive l'amabile ingenuità di un adolescente del sottoproletariato della regione di Bahia de Todos os Santos, Antonio Balduino. È uno dei primi romanzi di Amado, in cui l'autore compendia una visione radicale del bioma brasiliano e dei suoi sviluppi all'inizio del Novecento. C'è un momento in cui il narratore esamina la malinconia di Baldo: ogni sera il ragazzo si ferma su un dirupo per scrutare da lontano le luci di una città irraggiungibile. «Si sedeva sempre sul medesimo dirupo, all'ora del crepuscolo, e da lì attendeva, ansioso come un amante, che le luci si accendessero», facendo immergere il lettore nella povertà di speranze di Antonio Balduino e allo stesso tempo in quello sguardo trasognato, che lo aiuterà a fondare un sistema etico assolutamente peculiare. Forse è esagerato ma, affacciandomi ai video delle lacrime docili di Luis Suárez nel giorno in cui ha dato il saluto finale ai tifosi del Grêmio, ho pensato al nodo allo stomaco che mi ha provocato quel passaggio di Jubiabá.
Porto Alegre è la città più grande del Rio Grande do Sul, uno stato che, pur confinando a nord con lo stato brasiliano di Santa Catarina, si apre al mondo a est: il porto – dove attraccano solo piccole navi – pulsa come un'arteria di multiculturalismo aperta verso l'Oceano Atlantico. L'etnia degli abitanti è quasi del tutto europea, per la maggior parte di origine italiana e tedesca. A sud, invece, il Rio Grande confina interamente con l'Uruguay. Chissà se Luis Suarez ha pensato a questo eterno richiamo di casa, finendo per essere irretito nel fascino di Porto Alegre, del suo lato profondamente sudamericano, polo meridionale dei tre paesi calcisticamente più importanti del continente, proprio lì dove si incontrano per scappare nel mare aperto.
Nel 2022 Luis Suarez, dopo un quindicennio europeo di stress fisico e mentale, aveva scelto la squadra con cui aveva debuttato, il Nacional di Montevideo, per mettere a riposo le ginocchia consumate, per invecchiare con il lusso di non accorgersene. Ecco perché ci siamo stupiti vedendogli accettare l'offerta del Grêmio. Cosa voleva dare ancora al calcio, Luis Suarez? Uno di quei casi in cui un giocatore non sa riconoscere la sua finitezza, forse, troppo impegnato a ricordarsi la sua visione giovane e bella.
Oggi sappiamo che non era solo una questione di legacy – una parte che ha comunque contribuito all'ennesima scelta competitiva anziché ristorativa nella carriera di Suarez. Forse il modo in cui era stato scaricato dall'Atletico Madrid, dopo due anni in cui aveva segnato 32 gol in 67 presenze e portato una leadership necessaria per la vittoria della Liga nel 2021, unito ai successivi salti mortali che ha dovuto compiere per firmare con il "suo" Nacional, non avevano appagato del tutto la sua sete di intensità agonistica.
«Ovunque tu sia, sarai per sempre IMMORTALE!» ha scritto il Grêmio sui social per ringraziare Luis Suárez dopo il saluto dell'Arena-do-Grêmio del 4 dicembre. Un temporale biblico ha accompagnato le lacrime di Suárez. Se possibile, le ha persino rimarcate. Sugli spalti i tifosi si sono presentati alla partita contro il Vasco da Gama con le maschere che ritraevano il volto del Pistolero, con la sua maglietta addosso. Alla fine dei 90 minuti Suárez, che ha anche segnato il gol vittoria per il Grêmio, è rimasto in campo e – abbracciato dai figli Lautaro, Benjamin e Delfina – non ha trattenuto l'emozione nel guardare 50mila persone che gridavano in coro: «Resta, Suárez!».
Per tutta la carriera è stato un giocatore divisivo, demoniaco, odiato e amato con la stessa ferocia. Il suo istinto da serial killer è sfociato in gol eccezionali e in gesti calunniosi per la loro antisportività. Per qualcuno il nome di Luis Suarez riecheggia per la 'S' che ha donato alla MSN, forse il tridente più incredibile nella storia di questo sport; per altri è quello dei morsi a Bakkal, a Ivanovic, a Chiellini. In Brasile, per uno strano ossimoro, è stato un fuorilegge ecumenico: Luis Suarez che al tramonto sembra un personaggio di Jorge Amado, per l'appunto. Uno che, pur ripudiando ogni morale, ti suscita l'empatia di un amico che non senti da tempo, di un parente stretto a cui non riesci a non voler bene.
Il contratto doveva scadere a dicembre 2024, ma per giocare anche solo questi undici mesi, Luis Suárez ha dovuto autoflagellarsi, dilapidare le ultime energie che il suo fisico dissimulava. I pre-partita sono diventati un costante bollettino medico: in un'intervista a Radio 890 Sport ha detto di ingoiare tre pillole e subire un'iniezione al ginocchio prima di ogni impegno. «Altrimenti non posso giocare, sono zoppo». Suárez ha vissuto un profondo diniego della morte sportiva, ha resistito alla lacerazione delle sue gambe per segnare 27 gol con il Grêmio. Salvo poi non riuscire neanche a giocare con suo figlio.
Luis Suárez has his brace!
— CBS Sports Golazo ⚽️ (@CBSSportsGolazo) December 7, 2023
A cheeky panenka from the veteran striker. 🥶 pic.twitter.com/b8CNtelUbv
I tifosi del Grêmio si sentono legati a Suarez non tanto e non solo per ciò che hanno visto in campo. Non vincevano il Brasilerao dal 1996 e due anni fa il Gremio è retrocesso in seconda divisione. Quello di Suarez è un acquisto che in parte ha suturato la delusione dei tifosi trìcolor, almeno secondo i piani della dirigenza. Gli abitanti di Porto Alegre hanno individuato in Luis Suarez un messia terreno – qui il video dell'accoglienza riservatagli all'aeroporto il 3 gennaio 2023 – e il fatto che la sua esperienza si concluda dopo un anno è stato accolto con tristezza più che con odio o rassegnazione. Un giocatore che apparteneva a un'altra dimensione e che aveva rinunciato ai benefit del calcio europeo e alla comodità di giocare in Uruguay, per donare loro una parte di sé.
(Ho chiamato in causa gli abitanti e non solo i tifosi del Grêmio anche perché da pochi giorni Suárez è cittadino onorario di Porto Alegre, altra prova dell'empatia generata in Brasile).
Dal giorno del suo arrivo in Brasile, anche prima di saziare la fame dei tifosi con una quantità eccezionale di giocate utili e tecnicamente splendide, Suárez è diventato un patrimonio nazionale. Il consigliere comunale di Porto Alegre, Airto Ferronato, lo ha ringraziato per la «visibilità donata alla città». Grazie al suo nome il Grêmio ha potuto rifocillare le casse societarie attraverso nuovi abbonamenti allo stadio e un incremento spropositato dei ricavi dal merchandising. Per i tifosi il suo nome, per quanto effimero, sarà scolpito nel simbolo della rinascita dalle ceneri della retrocessione. Una svolta inattesa, almeno non così presto, non così in grande.
Luis Suárez è il quarto miglior marcatore in attività ed è un particolare a cui si crede facilmente appena si guardano le sue partite nel Brasileirão. Fino al derby contro l'Internacional della settima giornata il suo bottino era stato magro: un solo gol segnato nel pareggio per 3-3 con il RB Bragantino, la prima partita in cui aveva indossato la fascia di capitano. Col passare del tempo, però, Suárez ha indurito il suo gioco, finendo per chiedere da se stesso la stessa intensità di quando era uno dei migliori centravanti d'Europa. Contro l'Internacional, dopo 6', il suo spettro ha cominciato a infestare la difesa avversaria. Isolato intorno ai trenta metri, Luis Suárez si avvinghia intorno al pallone per proteggerlo, dà le spalle alla porta: come nei suoi gol più belli, un attimo prima del raptus assassino con cui maciulla il pallone e segna un gol a cui nessuno poteva pensare, il tempo e gli esseri umani intorno a lui sembrano congelarsi. È lo stesso arresto del circostante che circonda il corpo di Suárez nel tacco impossibile contro il Mallorca – che nel 2019 gli ha permesso di arrivare tra i finalisti del Premio Puskas – o nel pallonetto al Tottenham, o ancora nel tiro al volo con cui ha provato a distruggere la porta dell'Everton. Il tiro che scocca dal suo piede ha quello stesso codice genetico: un bolide da fuori area manifesto di un'onnipotenza feroce.
A pensarci bene, i gol più rivelativi della natura di Luis Suárez al Grêmio – 27 in totale, conditi da 17 assist che lo rendono il giocatore coinvolto in più reti – partono da ben oltre la lunetta dell'area di rigore. Come se, non potendo sforzare a lungo le ginocchia consunte in campo aperto, per spirito di sopravvivenza avesse inconsciamente cominciato a pensare a tirare sempre di più da posizioni difficili.
Renato Gaucho, ritornato al Grêmio nel 2022 e altro artefice del lungo percorso che ha portato il Tricolor al secondo posto alle spalle del Palmeiras – un traguardo festeggiato a lungo sui social, perché non sarà una vittoria ma significa pur sempre ritorno in Copa Libertadores – ha forgiato una squadra reattiva, che appena in possesso aveva l'obiettivo di appoggiarsi a Suárez e ripartire con l'elasticità di una fionda. Questo ha reso ancora più evidente l'arte del mestiere del Pistolero: partendo dal centro-sinistra non era raro vedere Suarez farsi largo tra tre o quattro difensori avversari come se fosse posseduto. Poi ci sono i gol à la Suarez, come l'esterno collo con cui ha spiazzato la difesa del Cruzeiro e incastonato la palla sotto l'incrocio, ancora da fuori area; lo sparo volante che ha trafitto il RB Bragantino; la violenza del bacino con cui ha diradato le maglie del San Paolo prima di calciare.
Le sue statistiche hanno rotto ogni paragone possibile con gli altri attaccanti del campionato. Secondo Sofascore, quest'anno Suarez ha capitalizzato al massimo le occasioni ricevute (ha segnato 17 gol da 13.8xG) rivelandosi al contempo il fulcro della manovra del Grêmio e il suo migliore assistman: ha totalizzato in media 1.6 passaggi chiave a partita e chiuso la stagione con 11 assist effettuati contro i 6.6 attesi. È la dimensione del talento, quella inspiegabile capacità a estendere i rami del possibile. Su 17 gol totali, Suarez ne ha segnati 6 con il "piede debole", il mancino, ed è stato coinvolto nel 40% dei gol del Grêmio. «Lui è una cosa diversa» ha detto il suo allenatore, Renato "Gaucho" Portaluppi.
Il periodo più prolifico è stato l'inizio autunno, tra settembre e ottobre, quando, con la fascia di capitano e l'andamento ciancicato, ha segnato ininterrottamente a Cruzeiro, Cuiabà-MT, Fortaleza e Internacional (al ritorno) a cui ha rifilato anche un assist. Anche questa volta non sono mancati momenti in cui i suoi gesti in campo hanno sfidato il decoro sportivo, in cui Suárez ha rivelato la sua natura demoniaca. A febbraio, durante il campionato gaucho, ha mandato in porta Cristaldo mentre i giocatori dell'Avenida erano nelle vicinanze dell'arbitro a protestare per un fallo subito. «Un colpo di malizia» come ha scritto Salvatore Riggio sul Corriere della Sera, che gli avversari hanno preso come una grave provocazione. Alla fine sono dovuti intervenire agenti di polizia in tenuta antisommossa per placare i tafferugli seguiti a quel gesto irrispettoso, immorale.
Vederlo giocare con quell'entusiasmo e a quella velocità, nonostante i problemi alle ginocchia, deve spingerci a ricordare la sua grandezza. Come se ci fossimo abituati al suo gioco istintivo, abbiamo finito per dare per scontata la sua presenza a livelli così alti. Tutte le volte che è stato squalificato per la sua violenza in campo – l'ultima, per il morso a Chiellini ai Mondiali 2014, gli è costata i primi nove mesi di Barcellona – ci ha mostrato una nuova versione di sé. Per certi versi gli anni migliori di Luis Suarez sono stati scanditi da un amaro gusto per la rivincita, come ha dimostrato con l'esultanza polemica a ottobre di due anni fa contro Ronald Koeman. Eppure questo rancore sotteso - del pubblico, della stampa, degli avversari - è stato un motore incessante per lo spirito di Suárez. Con il suo modo riottoso di giocare a calcio, quasi tendente alla follia e alla violenza, il Pistolero è stato il nemico pubblico numero uno dell'etica calcistica. Il portavoce di un mondo dai principi ribaltati.
D'altronde Luis Suárez è sempre stato a suo agio nelle crespe del regolamento, nella zona invisibile che separa l'antisportività dall'efferatezza vera e propria. Parliamo di un giocatore così scaltro da aver eliminato il Ghana dal Mondiale con quella famigerata parata di pugno sulla linea. «Stavolta la Mano de Dios ce l'ho io» disse subito dopo la partita come per rinnovare l'idea malefica che abbiamo di lui. E ancora, con la stampa alle calcagna dopo un decennio, a dicembre dello scorso anno ha chiarito di non voler scusarsi, stillando svariate gocce di veleno nella ferita ancora non completamente cicatrizzata del Ghana: «Il giocatore del Ghana (Gyan Asamoah, ndr) ha sbagliato il rigore, non io».
13 years ago to the day, Luis Suarez saved a certain Ghana goal with his own hands in the 2010 World Cup. 👐 pic.twitter.com/e1zXbJHBic
— PurelyFootball ℗ (@PurelyFootball) July 2, 2023
È servito che Luis Suárez abbandonasse il punto focale del calcio mainstream affinché intorno alla sua figura si sviluppasse un affetto trasversale. Era successo già con il ritorno al Nacional, in Uruguay: Suárez applaudito e rispettato su ogni campo uruguagio, custode dei valori della nazionale e suo ambasciatore nel mondo. La sua epopea si è trasformata da gangster-movie diretto da Francis Ford Coppola a quella di un romanzo di Borges: la realtà che si avvita su se stessa fino a diventare la sua negazione. Suárez così vituperato da finire per essere il calciatore più amato in Sudamerica.
Quando a fine novembre gli hanno consegnato la cittadinanza onoraria, Suárez ha tenuto un discorso estremamente diplomatico: «Sono molto grato per l'amore della gente, non solo la gente del Grêmio, che so quanto mi vuole bene e quanto apprezza il lavoro che faccio in campo, ma anche la gente rivale, dell'Internacional». Lo stesso Luis Suárez, che ha costruito la sua vita giocando sul filo dell'imbroglio, pronto a ordire congiure contro i suoi stessi club, oggi è così sereno da ringraziare i tifosi rivali, con una cortesia sfacciata che non gli avremmo mai riconosciuto.
In Brasile abbiamo ritrovato le vestigia di Suárez. Non era prevedibile vederlo giocare così bene, dopo aver già trascinato il Grêmio alla vittoria di Campeonato Gaúcho e Coppa delle Coppe nella prima parte di stagione. Il dolore alle ginocchia era così lacerante da indurre i giornalisti a ipotizzare un ritiro anticipato di Suárez, un suo addio trionfale dal Grêmio prima dell'inizio del Brasileirão. Così non è stato e oggi pare aver trovato il giusto compromesso tra consunzione atletica e calcio giocato: da gennaio dovrebbe essere un giocatore dell'Inter Miami, per smettere definitivamente nella tranquillità della MLS, magari circondato dal tepore speciale della bromance con Messi.
Ha chiuso la sua pastorale brasiliana con una doppietta contro il Fluminense appena laureatosi campione del Sudamerica. E, se il primo gol era stato il solito atto di spacconeria – un rigore segnato facendo il cucchiaio – è nell'asciuttezza della sterzata con cui dribbla Fábio e calcia a porta vuota che Suárez ha inciso la sua ultima firma su questo unico Brasileirão della sua storia. Un gol che ha qualcosa di vintage: quanto è anni Novanta scartare il portiere prima di segnare? È uno di quei gesti istintivi eppure così studiati, l'efficacia pura che si trasforma in un arte della scaltrezza. I centravanti, piccoli Diabolik dell'area di rigore, che rubano lo spazio al portiere, deformano lo scorrere del tempo per prendere la scelta più pazza ma indiscutibile.
Anche in questo, Luis Suárez è stato un maestro.
«È stato come guardare un alieno giocare a calcio con gli umani» ha detto Leonardo Oliveira, storico giornalista dell'ambiente Grêmio e firma del giornale brasiliano Zero Hora. In alcune partite è davvero difficile sottrarsi a una verità del genere: contro il Botafogo, con la squadra sotto nel punteggio 3-1 a inizio secondo tempo, Suárez ha segnato una tripletta in 19 minuti. A quel punto della stagione al Botafogo bastavano poche vittorie per mettere le mani su un titolo che manca dal 1995. Se, alla fine, è arrivato quinto dopo aver ottenuto 4 punti in 5 giornate, è anche a causa della lugubre notte del 10 novembre.
Purtroppo per il Glorioso, Luis Suárez ha trasformato quella partita compromessa per il Grêmio in una performance splatter. Il primo e il secondo gol sembrano gemelli: in entrambi i casi il Pistolero bazzica la zona destra dell'area di rigore come un vecchio disilluso, ricorda una Rolls Royce piena di ammaccature. Eppure gli basta un attimo per trasformare due palloni vaganti – sempre su passaggi languidi di Cristaldo – nel pareggio che distrugge la psiche dei giocatori del Botafogo. Il gol della tripletta è un piccolo capolavoro del singolo che si irradia sul collettivo. Suárez dribbla un avversario e si incunea in una feritoia al limite dell'area, chiama il triangolo, riceve il filtrante e incrocia il gol della vittoria. Non sono passati neanche venti minuti ma Luis Suárez ha già battuto il Botafogo con la sola aura del suo talento. A 36 anni, con problemi cronici al ginocchio, non avrebbe potuto mostrarci una versione migliore in questi ultimi scampoli di carriera.
Come ha scritto Globo dopo il saluto di Suarez ai tifosi del Grêmio nell'Arena, il suo è «un addio che vivrà a lungo nella memoria dei tifosi» per ciò che ha mostrato in campo e per il sacrificio a cui è stato costretto. Quest'anno Luis Suarez ha giocato 54 partite, più che in ogni singola stagione agonistica europea. È giunto a Porto Alegre non per chiudere i conti, ma per aprire un nuovo solco nella nostra percezione dei suoi colpi, della sua natura da centravanti violento, baciato da un talento leggendario. Da Montevideo ha compiuto pochi chilometri, ma era come se Luis Suarez provenisse in realtà da un pianeta remoto su cui gli attaccanti nascono completi.
Forse è un caso ma i brasiliani parlano del centravanti accostandolo semanticamente a un uomo violento, che va in guerra, un cacciatore spietato: la parola è «arthillero». Per uno con il soprannome di Suárez, non potevano trovare una definizione più calzante. Al Grêmio in fondo è stato proprio questo: capitano, simbolo di rinascita, centravanti.
O meglio: arthillero.
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