
Beşiktaş-Fenerbahçe, nonostante tutto
Una fatica da vivere e giocare, ma le Beşiktaş-Fenerbahçe sono partite necessarie.
"Erasmus" è la rubrica del lunedì in cui vi raccontiamo una partita dal weekend di calcio internazionale. La Süper Lig vive un quarto di derby di Istanbul alla volta (semicit.): l'unico previsto per la 15° giornata, però, è uno dei più celebri. È Beşiktaş-Fenerbahçe. Per non perdersi nessun episodio di "Erasmus", questo è il link che fa per voi.
Kadıköy-Kabataş è un viaggio in traghetto dalla durata di 25 minuti. Nelle ore di punta - perché evidentemente a Istanbul non sono solo le vie asfaltate a essere attanagliate dalla piaga del traffico ma anche quelle acquatiche dello Stretto del Bosforo - la pausa tra un approdo e la successiva ripartenza è stimato attorno ai 300 secondi massimo, per garantire un andata&ritorno in poco meno di un'ora. La tratta, tuttavia, è garantita solo nei giorni lavorativi.
Per i feriali e i festivi si consiglia di sostituire il porto di Kabataş con quello di Beşiktaş, situato nel medesimo e omonimo quartiere: stessa durata, stessa tariffa, la percorrenza verso Sud di Dolmabahçe Caddesi invece dell'andare a Nord lungo Meclis-i Mebuisan Caddesi. Perché se si viaggia nel fine settimana dal più famoso quartiere asiatico di Istanbul al più prossimo distretto europeo della capitale turca l'obiettivo è uno e uno soltanto. È il Kartal Yuvası, il Nido, volgarmente conosciuto come Tüpraş Stadyumu, casa delle Kara Kartallar. Si arriva dall'Asia all'Europa con uno scopo: Beşiktaş-Fenerbahçe.
Non è la rivalità di Istanbul per antonomasia, non riguardando direttamente l'imperante Galatasaray, ma è forse quella più focosa anche in anni in cui si percepisce una sorta di alleviamento dei confronti più netti e, purtroppo, sanguinosi. I fatti del 19 aprile 2018 in Coppa di Turchia, con l'allora allenatore dei bianconeri Şenol Güneş colpito da un oggetto lanciato dai tifosi del Fener e 31 arresti negli scontri immediatamente successivi tra campo e spalti, portano con sé uno strascico non ancora concluso, dalla coda lunga anni. Da quel giorno il Beşiktaş è imbattuto in casa con i Sarı Kanaryalar, ma mai come quest'anno i Canarini Gialli paiono sul punto di violare il Nido.
A guidare la conferma o la rottura della recente tradizione ci sono due santoni del calcio bizantino. La sconfitta col Bodø/Glimt non è costata soltanto l'eliminazione del Beşiktaş dal girone di Conference League ma anche la panchina di Burak Yilmaz: sulla panchina bianconera è arrivato - o meglio, tornato per la terza volta dopo l'esperienza da vice nel 2001 e da traghettatore nel 2005 - di Rıza Çalımbay. 60enne di Sivas, con alle spalle 13 diverse panchine del calcio turco ma soprattutto 16 stagioni da giocatore del Beşiktaş. Il dirimpettaio non è meno esperto: sulla panchina giallonera è arrivato - o meglio, tornato per la terza volta da capo allenatore (2014/15 e 2022) dopo diverse stagioni da coordinatore del vivaio - İsmail Kartal: 62enne di Istanbul, 14 diverse squadre di Süper Lig allenate, una carriera da giocatore spesa per un decennio al Fener.
Fin dal calcio d'inizio è lapalissiano chi debba costruire la partita e chi voglia distruggerla, chi dovrà escogitare qualsiasi stratagemma per sovvertire le forze invisibili che governano una partita di pallone e chi vorrà affidarsi in toto alle stesse per compensare la disparità tecnica. Il tridente sulla carta del Beşiktaş rimane teorico, con Muleka largo a destra sulla linea dei centrocampisti e Rebic gettato sulla sinistra come unica parvenza di velleità offensive dei padroni di casa.
Come se impossibilitati ad allontanarsi dalla tradizione conservativa della propria storia, come se l'ispirazione reattiva che il calcio nostrano ha saputo esportare in giro per il mondo non si sia limitato agli effettivi contatti tecnici tra l'Italia e le Aquile Nere - allenate, tra Novecento e inizio di Nuovo Millennio, tra gli altri da Giuseppe Meazza, Leandro Remondini, Sandro Puppo e Nevio Scala - è dal fischio d'inizio di Atilla Karaoğlan che il Kartal Yuvası si trasforma in un fortino del sadomaso pallonaro, con Çalımbay a esaltare ed esaltarsi per ogni azione del Fenerbahçe, per l'irrazionale logica per cui ogni minima perdita del rivale è percepita come vittoria propria anche quando non si è guadagnato nulla. Ogni palla recuperata dal Beşiktaş si trasforma in proprietà esclusiva della coppia centrale Bailly-Amartey, impegnata ad anestetizzare qualsiasi fraseggio dei trequartisti del Fener e fagocitare ogni tentativo ipotetico di creare a propria volta qualcosa.
A differenza dei compagni di vetta della Süper Lig del Galatasaray, il Fenerbahçe non è squadra altrettanto aggressiva nel recupero del pallone: la presenza contemporanea di Džeko e Tadic permette sì di avere la maniacale consapevolezza di dove dirigere il possesso e come trovare gli spazi da attaccare, ma una volta perso il pallone non si può certo pretendere di avere una riconquista rapida. L'impossibilità di riaggredire da una parte e l'impossibilità di voler e poter impostare dall'altra rende l'atmosfera nervosa e densa, con lunghi minuti di frustrazioni alternati a momenti di sfogo emotivo. Succede pochissimo di interessante, ma quasi tutto di coinvolgente ed emozionante.

Rebic attacca lo spazio tra le spalle di Osayi-Samuel e il fianco destro di Akaydin, individuato come ventre molle della difesa del Fener, Miguel Crespo non segue il rimorchio di Gedson Fernandes - a cui è stato intitolato ufficiosamente, stando almeno a Google Maps, il Tüpraş Stadyumu - ma il traversone dell'ex Milan è leggermente arretrato rispetto alla linea di corsa del portoghese. Il colpo di testa arriva in caduta, col peso del corpo sbilanciato in avanti e con l'impatto conseguente che si impenna oltre alla porta di Livaković.
Alexander Djiku, difensore ghanese di Montpellier, arrivato in estate dallo Strasburgo, riceve un retropassaggio sulla propria trequarti. È visibilmente e comprensibilmente confuso: Cenk Tosun, un giocatore in maglia bianca, si trova a pochi metri da lui senza palla tra i piedi. Come può essere, dopo che per 20 minuti e 21 secondi la squadra di Çalımbay ha varcato la metà campo solo sul colpo di testa di Fernandes? Di che specie animale stiamo parlando? Cercando di ripartire dal proprio portiere, Djiku effettua un retropassaggio mancino con l'intensità da riscaldamento, come se Tosun non ci fosse.
Tosun non c'era mai stato prima, in quei 20 minuti e 21 secondi, e mai ci sarà nei successivi 89 - non è un refuso: tempo effettivo 51', gioco fermo per i restanti 58'39" - ma c'è ora: plana come un gabbiano sull'ignaro pesce a pelo d'acqua e intercetta con la gamba sinistra la traccia, si invola nella trequarti sguarnita ed entra in area di rigore. La diagonale di Akaydin è puntuale, ma ancor di più è il trascinamento della gamba destra di Tosun che, ritardandone il movimento, provoca il contatto con quella del difensore in recupero. Due abboccamenti consecutivi dei centrali del Fener regalano un tiro dal dischetto ad Alex Oxlade-Chamberlain. Palla all'angolino destro, troppo all'angolino per il tuffo di Livaković.
Basta.
313 parole, nomi e cognomi compresi. 1597 caratteri, 1909 spazi inclusi. 3 paragrafi per includere tutto ciò che ha prodotto il Beşiktaş in 109' di gioco del calcio. Non cambia di una virgola sapere che quello di Oxlade-Chamberlain è stato il rigore dell'1-1, perché a prescindere dal punteggio le Aquile Nere sono rimaste uguali a sé stesse. Sullo 0-0, prima del vantaggio ospite di Džeko. Sullo 0-1 come sull'1-1. Sull'1-2 come fino all'1-3 finale. Come se il risultato non importasse, o come se si negasse a priori lo sforzo di interpretare i momenti delle gare.

Un delirio sadomasochistico, inutilmente faticoso e sofferente da sopportare, che ha il doppio potere di risucchiare in un buco nero la poca luce che lo circonda e di affascinare perversamente chi pure si è prefisso inizialmente di seguire una filosofia diversa. Si perde qualsiasi spunto persino grottesco che la contemporanea presenza in campo nei minuti finali di un Salih Uçan non più affetto dai furori ipertricotici di Roma ed Empoli e Vincent Aboubakar da una parte e Jayden Oosterwolde, Cengiz Ünder, l'ex Michy Batshuayi e Mert Müldür dall'altra potrebbero dare. E si distorce anche il pensiero di una squadra raffinata ed estetica in fase di possesso come il Fenerbahçe, si insinua il dubbio.
In fin dei conti anche disporsi in due linee strette e compatte non è poi così male, no? Trasformare gli ultimi 46 minuti di gara - dall'1-2 di Tadić sino al triplice fischio - in un rimbalzo di responsabilità col pallone tra i piedi che nessuno vuole prendersi, che ne dite? Se si vince l'ultima gara di Conference League in casa con lo Spartak Trnava si passa un girone, complicato dopo le ultime disfatte con Ludogorets e Nordsjælland, perché non risparmiare energie psicofisiche?
Viene meno il piacere di raccontare.
La connessione tra Tadić e Džeko per il vantaggio. Il taglio di Kahveci e il sinistro al volo sulla traversa sul finire di primo tempo. Le occasioni sprecate da uno dei residuati bellici del centrocampo dello United di ten Hag, all'anagrafe Fred, a cavallo dell'intervallo. I poco meno di 2' di consulto VAR per il contatto tra Szymański e Bailly, i quasi 4' per la revoca del rosso a Bingöl e i 3' per individuare il frame in cui è il gomito di Bailly e non il busto a intercettare il cross. Il miracolo di Günok per tenere in partita il Beşiktaş sui diagonali di Džeko prima del novantesimo e sul rigore calciato da Tadić nel recupero. La commovente vicinanza del Nido alle proprie Aquile, che intona al fischio finale così come fatto all'ingresso delle squadre sul terreno di gioco il coro sulle note di Moliendo Café.
Nelle poco più di due ore di partita si sarebbe potuto fare benissimo altro. Ascoltare in loop per 40 volte la voce di Mina Anna Maria Mazzini saltellare sulle maracas e sul flauto, oppure farlo 20 volte e altre 20 preferire la versione con tromba e piatti della Doce del Boca o della Kapalı del Tüpraş Stadyumu, un classico delle curve del calcio globale grazie alla Catello Mari del Simonetta Lamberti in Cavese-Ancona 3-2 di un lunedì di fine settembre 2006. 4 corse della Kadıköy-Kabataş nelle ora di massimo traffico marittimo, minuto più minuto meno. Invece, con inutile fatica e sofferenza, saremo ancora disposti a vivere altri mille Beşiktaş-Fenerbahçe.
Extra time
(Tutto quello che non si è visto ma che non è passato inosservato)

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