
La Women's Champions League è cambiata per crescere
Una scelta necessaria dopo le eliminazioni di alcune squadre importanti.
0-9 è stato il risultato finale della partita di Women’s Champions League del 14 novembre 2023 tra Slavia Praga e Olympique Lione. Un risultato che ha avuto un peso impressionante pur avendo ben chiaro la disparità che poteva correre tra le due squadre.
Il Lione impiega meno di tre minuti a segnare il primo gol, con Sara Däbritz. L’azione inizia dal basso, Renard passa la palla a Le Sommer che, in ritardo, viene pressata da Veselá, terzina destra dello Slavia Praga, lasciando un vuoto alle sue spalle. Le Sommer, di prima, serve Däbritz che, nello spazio lasciatole sulla fascia sinistra, con un tocco, trova subito Morroni. Con un controllo orientato, Morroni si ritrova in area di rigore e restituisce a Däbritz che, leggermente arretrata, era rimasta sola. La tedesca arriva quasi scoordinata al momento del tiro, dando l’impressione di non avere il pieno controllo della palla. Invece, il suo tiro accarezza il secondo palo risultando imprendibile per la numero uno dello Slavia Praga, Lukašova.
Entro il venticinquesimo minuto del primo tempo, le francesi sono già avanti di cinque gol, archiviando in pochissimo tempo la pratica e più che a una partita di Champions League, l’impressione era di assistere a un’amichevole di precampionato: il Lione ha avuto il 70% di possesso palla, ha tirato ventotto volte, di cui quindici in porta, ha battuto dieci calci d’angolo, da cui sono arrivati tre dei nove gol complessivi. Hanno fatto bene a non risparmiarsi perché in queste competizioni conta ogni singolo dettaglio e la differenza reti è fondamentale: non bisogna mai dare nulla per scontato.

Non è la prima volta che su un campo di Champions League si vedono risultati così estremi – lo abbiamo visto anche per la controparte maschile – ma vedendo un simile squilibrio in campo, è forse anche legittimo farsi alcune domande. Innanzitutto, la Women’s Champions League ha il dovere di assicurare la competizione migliore possibile? Se sì, la presenza di questo divario tecnico nei gironi, la garantisce?
Come funziona l'accesso ai gironi?
Per comprendere come si è arrivata a questa situazione, però, è bene avere chiaro come si articola il percorso di qualificazione per i gironi di Champions. Il format attualmente in vigore è stato introdotto a partire dalla stagione 2021/22 e rimarrà un vigore fino alla stagione 2024/25 e prevede questo:
- Le prime sei federazioni del ranking UEFA (secondo i coefficienti per federazione a livello di club nel calcio femminile all’inizio della stagione precedente, ad esempio l’estate 2023 per il 2023/24) iscrivono tre squadre ciascuna. Le federazioni dalla settima alla sedicesima posizione ne iscriveranno due. Tutte le altre federazioni iscriveranno una squadra, ovvero la vincitrice del campionato;
- La fase a gironi è preceduta da due turni, suddivisi nei percorsi Campioni e Piazzate, per far sì che, nella fase a gironi, siano rappresentate almeno dieci federazioni;
- Il primo turno viene disputato sotto forma di minitornei con una semifinale, una finale terzo posto e una finale, mentre il secondo turno prevede una gara di andata e una di ritorno.
Come si articola, quindi, la strada per arrivare ai gironi? Sono previsti tre percorsi: campioni, piazzate e accesso diretto.
Una delle partite per l’accesso ai gironi è stata PSG-Manchester United. Una partita che aveva già il valore tecnico tipico delle fasi finali della competizione. A vincere è stato il PSG, con un risultato complessivo – tra andata e ritorno – di 4-2. L’allenatore del Manchester United, Marc Skinner, si è espresso in maniera molto critica nei confronti del format di qualificazione ai gironi: “Meritiamo di stare a questo livello. Ci sono squadre che stanno passando [ai gironi] e che non sono forti abbastanza”, ha detto. “È pazzesco che dobbiamo giocare contro il PSG in questo turno di qualificazione, […] spero che qualcosa cambi, vogliamo le migliori squadre nella Champions League, non solo la diffusione di squadre medie”.
Sicuramente neanche a DAZN, che ha i diritti per trasmettere la competizione fino al 2025, fa piacere che ci siano dei big match ancor prima dell’inizio della fase ai gironi, momento nel quale entra in gioco l’emittente.
Chi decide le squadre migliori?
Il campo ha sempre, senza dubbio, l’ultima parola; tuttavia, è impossibile non notare delle crepe in un format in cui due delle quattro semifinaliste (Arsenal e Wolfsburg, quest’ultima arrivata anche in finale) della scorsa edizione non sono nemmeno riuscite a qualificarsi per i gironi. Skinner non poteva certo essere imparziale dopo la sconfitta e, se avesse vinto, viene difficile pensare che avrebbe criticato così duramente il format di qualificazione. D'altronde, quando si perde, la colpa non può certamente essere delle regole del gioco. Tuttavia, a partire dal suo spunto si possono fare alcune considerazioni. Infatti, questa edizione ha messo in luce alcuni limiti di questo format.
Tra questi, certamente è da menzionare anche la prossimità con la fine del mondiale in Australia e Nuova Zelanda, verosimilmente un problema per la preparazione delle giocatrici che erano coinvolte. La finale del Mondiale tra Inghilterra e Spagna, infatti, si è giocata il 20 agosto, mentre le prime partite del primo turno di Champions League si sono giocate il 6 settembre, a distanza di appena diciassette giorni; per dire, Alessia Russo, attaccante dell’Arsenal, era in campo in entrambe le partite.
Un altro problema riguarda la commercializzazione del prodotto. Come riportato sopra, DAZN entra in gioco solo a partire dalla fase a gironi: in questo modo vengono tralasciate un gran numero di partite che potenzialmente hanno un grande appeal a livello commerciale, soprattutto per le grandi squadre che partecipano alla prima parte del torneo. Senza dubbio, però, la parte più interessante di una competizione come la Champions inizia ai gironi: è lì che subentrano i grandi incassi, sia per le presenze negli stadi sia per gli introiti pubblicitari.
I brand che pagano per la pubblicità, ovviamente, vogliono essere associati a partite importanti, con un gran numero di spettatori. Ed è qui che entra in gioco l’importanza di “trattenere” i grandi club all’interno della competizione. Sono loro che portano il grande pubblico a guardare una partita e, conseguentemente, attirano gli sponsor che investono nel prodotto. Quegli introiti sono fondamentali per la crescita stessa delle squadre, specie in un momento di evoluzione molto delicato per il calcio femminile europeo e il fatto che la UEFA stessa si sia attivata per ristrutturare la competizione ci dice qualcosa almeno sulle sue intenzioni future.
Cosa cambierà a partire dall’edizione 2025/26?
Durante la giornata di sabato, in occasione della riunione del comitato esecutivo UEFA ad Amburgo, sono stati annunciati importanti cambiamenti per il format della Women’s Champions League, nonché l’introduzione di una seconda competizione – una controparte dell'Europa League, per capirci.
Il nuovo format prevede la sostituzione degli attuali gironi a 4 squadre con un unico da 18. Ogni squadra giocherà sei partite – tre in casa e tre in trasferta – contro sei avversarie differenti prima della fase a eliminazione diretta. Il numero di squadre aumenterà, passando da 16 a 18, ottenendo il duplice risultato di aumentare il numero di partite totali senza aumentare quelle delle singole squadre. Tra queste 18, le prime 4 approderanno direttamente ai quarti di finale, mentre le classificate dal 5° al 12° posto si giocheranno l'accesso all'eliminazione successiva tramite spareggi andata e ritorno. L’accesso al girone unico a 18 squadre prevede comunque la qualificazione tramite percorso campioni e piazzate, con le squadre estromesse che retrocederanno nella seconda competizione, non troppo diversamente da quanto accade già tra la Champions ed Europa League.
La seconda competizione, di cui non è ancora stato deciso il nome, invece sarà interamente a eliminazione diretta, con sei turni da giocare e la vittoria finale che qualificherà al secondo turno del percorso campioni nella seguente Champions League.
Questi cambiamenti saranno migliorativi?
Nella puntata “Why the Women’s Champions League needs a shake up” del podcast di The Athletic “Full Time Europe”, il tema della necessità di cambiare format alla Champions è stato ampiamente trattato, analizzando in profondità tutti gli aspetti di questo dibattito. Già in quel momento c'era chi sosteneva che un possibile incentivo per migliorare la qualità del calcio femminile in Europa fosse inserire una seconda competizione. Come ha spiegato Charlotte Harpur nel podcast: “Ci dovrebbe essere sicuramente una competizione di secondo livello, non una copia carbone dell’Europa League – prendi Brighton o Aston Villa, per esempio. Per la crescita del gioco, una competizione di secondo livello è davvero importante.”
Insomma, un'ulteriore competizione permetterà, già dalla prossima stagione, anche alle squadre di metà classifica di puntare a una qualificazione europea anche senza dover competere per i primissimi posti, dove spesso si scontrano con squadre troppo più attrezzate.
La UEFA, come era auspicabile, ha preso una scelta mirata a incentivare la crescita dei club di fascia media, offrendo un trofeo in più da giocare invece di limitarsi alla lotta per un piazzamento che fa bene alle casse dei club più di quanto non lo faccia all'entusiasmo dei tifosi. Alla fine, lo scopo del calcio è vincere trofei, i tifosi non sono i commercialisti delle loro squadre, non tifano con la calcolatrice in mano. Al tempo stesso è bene ricordare che non è sempre valido il principio per cui in una competizione più partite corrispondono a più spettacolarità. Quello che è importante, invece, è creare una competizione accattivante, equilibrata e imprevedibile. A questo scopo è necessaria una crescita organica da parte di tutto il calcio femminile europeo.
In questo momento, i soldi che derivano dalla Champions sono fondamentali per i club e danno una spinta enorme, anche nell’ottica della competitività interna ai singoli campionati. Se però oggi sono le squadre che hanno investito prima e di più nel calcio femminile a giocare la Champions League e ad arrivare alle fasi finali della competizione, saranno sempre loro a incassare più soldi, aumentando il divario, appiattendo la competitività e rendendo monotoni i singoli campionati e la stessa Champions League. Un esempio di questo trend può essere il caso del Barcellona, campione in carica della Champions: prendendo in considerazione le ultime tre stagioni (2022/23, 2021/22 e 2020/21) di Liga, le blaugrana hanno vinto 91 partite su 94, segnando quasi 480 gol e subendone poco più di 30.
Avendo questo in mente, appare chiaro che l'idea deve essere quella di aprire le coppe europee a più squadre anche solo per evitare che si creino simili divari nei singoli campionati. Al tempo stesso, squadre come Arsenal, Wolfsburg e Juventus, che non hanno passato i turni di qualificazione, credibilmente non avrebbero preso nove gol dal Lione. Intendiamoci, lo Slavia Praga ha meritato di essere ai gironi e ha tutto il diritto di giocarsela e anche di perdere nove a zero: d'altronde, giocare contro squadre più forti è sicuramente utile nel percorso di crescita di queste squadre. E anche nel garantire la presenza di squadre di seconda fascia passa una crescita ulteriore del movimento.
Il caso della Roma può aiutare a mettere a fuoco il discorso. La Roma, nella scorsa stagione, ha partecipato per la prima volta nella sua storia alla Women’s Champions League, qualificandosi tramite il percorso piazzate: è partita dal primo turno ed è uscita ai quarti di finale contro il Barcellona, subendo sei gol tra andata e ritorno. L’esito della partita era già scritto, nessuno avrebbe mai pronosticato che la Roma potesse passare il turno. Tuttavia, quelle due partite hanno contribuito a una crescita del club giallorosso, in termini sia di esperienza internazionale che di consapevolezza dei propri mezzi.
Tutto ciò si è tradotto anche in una maggiore competitività interna al campionato, il cui culmine è stato raggiunto con la vittoria dello scudetto dello scorso anno e dalla conseguente interruzione del dominio della Juventus in Italia. Il percorso in Champions ha permesso alla Roma di aumentare gli introiti e di migliorare la sua rosa, prendendo calciatrici come Viens e Feiersinger e, soprattutto Saki Kumagai, che prima di arrivare nella Capitale aveva vinto cinque volte la Champions con il Lione e anche il mondiale con la nazionale giapponese. La parabola della Roma è quindi la testimonianza concreta che una crescita graduale e sana dei club si rivela più sostenibile economicamente e ha come esito un maggiore equilibrio nelle competizioni.
Insomma, la scelta della UEFA di ristrutturare la Champions League è stata una scelta intelligente e la speranza è che questi cambiamenti siano davvero utili ad aiutare una crescita organica del movimento. In fondo non è il massimo avere cinque delle prime undici squadre del ranking fuori dalla Champions ancor prima della fase a gironi, ma questo non è stato l’unico problema di quest’anno. È necessaria anche una comunicazione più efficace tra FIFA e UEFA affinché i mondiali non finiscano troppo a ridosso dell’inizio della stagione per club.
Le domande da porre al centro della discussione, quindi, sono due. Innanzitutto, bisogna stabilire se sia preferibile avere una crescita rapida al costo di sacrificare diverse realtà minori, oppure progredire step by step, distribuendo bene le ricchezze derivanti dalla Champions e cercando, per quanto possibile, di evitare disparità eccessive. Con la scelta di passare da 16 a 18 squadre, anziché arrivare già alle 32 della controparte maschile, la UEFA sembra aver seguito il secondo approccio, facendo un passo in avanti nella crescita della UWCL ma in maniera ragionata e non caotica. Alla fine, il prodotto deve rimanere sempre appetibile, e questo si può ottenere attraverso un mix tra attrattività dei club ed equilibrio competitivo, creando le basi per una competizione di alto livello e dove nulla è dato per scontato.
Uno dei passi più importanti, però, riguarda anche l'aspetto d'immagine della competizione: un passo ulteriore sarebbe pensare alle competizioni di calcio femminile in maniera indipendente dai corrispettivi maschili, anche se, almeno per ora, la UEFA sembra andare proprio in quella direzione. È fondamentale non puntare ad avere una copia dei tornei maschili ma, con l’auspicio di ripensare il calcio nella sua totalità, esplorare orizzonti diversi, magari più sostenibili economicamente, mantenendo intatto lo spirito dello sport e con un occhio di riguardo ai tifosi. Al contempo diventerà cruciale dare vita a un prodotto moderno, fruibile per tutti, che sappia dare adeguata rappresentazione alle grandi storie e alle qualità delle giocatrici.
Da un lato, migliorare il contesto di una competizione per arricchirne il contenuto, dall’altro esaltarla mettendo sotto la miglior luce possibile l’essenza del gioco del calcio.
Ti potrebbe interessare
Dallo stesso autore
Newsletter
Iscriviti e la riceverai ogni sabato mattina direttamente alla tua email.














