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Palazzina LAF

Palazzina LAF (2023) - Considerazioni Sparse


Taranto, l'assenza dello Stato e l'esordio in regia di Michele Riondino.

Mi sono sempre chiesto cosa prova la gente nel vedere su uno schermo rappresentata la propria città. I romani, si emozionano ancora guardando Roma? I milanesi, quando riconoscono il Duomo o Piazza Gae Aulenti, provano qualcosa? La mia è una città quasi invisibile, che si conosce grazie a rimasugli di nozioni di storia, una di quelle di cui conosci il nome ma dalla quale non sai cosa aspettarti. Negli anni mi sono quasi abituato all’idea che sarebbe rimasta tale, immobile nella memoria di chi l’ha conosciuta per un anno di militare, per nozioni di geografia, per amici o conoscenti.

Non ero pronto alla presa di coscienza alla quale mi sono dovuto abituare negli anni, ad affrontare il fatto che esiste qualcosa di peggiore dell’indifferenza. Le questioni ambientali - le coscienze ambientali, direi - negli ultimi anni hanno portato alla ribalta la mia città, presto passata dall’invisibilità a una notorietà scomoda. Quando dici Taranto, dici Ilva. Quando dici Taranto, immagini il siderurgico. Quando ragioni su Taranto, ragioni di malattia, morte, lavoro, ambiente.

È difficile – tanto difficile – spiegare Taranto a chi non la conosce. È difficile spiegarne le tradizioni figlie di un tempo lontano, l’autenticità figlia della distanza dal turismo e dall’omologazione. Difficile spiegare la profondità del legame col mare, la veracità dei suoi abitanti. Ancora più difficile è scindere tutto da quella presenza ingombrante che è il siderurgico. Se anche ci riuscissi, se anche una volta a tavola con chi la mia città non la conosce riuscissi a fargli comprendere cosa si prova quando si torna a casa, quando la si vive, non potrei farglielo provare sulla sua pelle senza inquinare la favola con la realtà.

Questo genera rabbia, sconforto, porta alla denuncia, porta allo scontro – anche solo ideologico. Sappiamo - nessuno sa come noi - che la città può vivere se il siderurgico non sopravvive. È da questa rabbia che nasce la necessità di raccontare l’incubo, perché svegliarsi e lasciarselo alle spalle è l’unico modo per sopravvivere.

La prima scena di Palazzina LAF è la Marcia Funebre del Venerdì Santo tarantino in sottofondo, mentre le immagini vengono intervallate da primi piani del mosaico della Chiesa del Gesù del Divin Lavoratore; le ciminiere, un operaio, un marinaio, un lavoratore degli arsenali navali, Gesù Cristo che benedice tutti dall’alto. Una scena manifesto del ‘900 tarantino apre l’esordio alla regia di Michele Riondino. Se non lo conoscessi, il mosaico, penserei a una creazione per il film: in realtà fu realizzato nel 1967, collocato lì per la chiesa costruita pochi anni prima in concomitanza con l’inaugurazione dell’Italsider. Una chiesa operaia, nel cuore del quartiere Tamburi di Taranto, a pochi passi dal siderurgico.

Lì, sulla piazza in cui si affaccia la Chiesa, è collocato anche il Minibar, dagli anni Sessanta il termometro degli umori degli operai e del rione. Al suo interno, mentre beve una birra e commenta la notizia dell’ennesimo morto in fabbrica, facciamo la conoscenza di Caterino Lamanna, operaio ILVA e protagonista del lungometraggio, interpretato dallo stesso Riondino. Per chi ha un po’ di dimestichezza con l’onomastica, il cognome Lamanna rimanda immediatamente a una provenienza pugliese mentre il nome di battesimo, Caterino, rappresenta una scelta stilistica ben precisa. Il rimando è, probabilmente, alla figura di Caterino Ceresa, ex operaio della FIAT: nel 1970 denunciò l’azienda dopo essere stato demansionato, affermando di esser stato costretto a redigere rapporti dettagliati relativi alle caratteristiche morali, ai precedenti penali e alla reputazione delle persone con le quali l'azienda avrebbe dovuto interagire.

Questo doppio piano presentato – locale e nazionale – è la forza del film: raccontando una storia tarantina, non fa che raccontare la storia di una moltitudine di lavoratori costretti a subire – impotenti – un sistema che li vede subordinati al padrone. Non mi soffermerò sui dettagli del film; non voglio raccontarne la trama, non voglio delineare le scene che più mi hanno colpito. Lascio a voi il compito di guardarlo, di comprenderlo, di apprezzarlo. Mi limiterò a sottolineare la qualità del lungometraggio, che poco fa pensare ad un esordio; la qualità della fotografia, il lavoro straordinario degli attori – non tutti tarantini – con accenti e cadenze; le qualità attoriali, ancora una volta, dimostrate da Riondino, particolarmente a suo agio in questo personaggio che – forse – ben conosce e sente vicino.

Quello che maggiormente mi preme analizzare è la potenza del messaggio, supportata da piccoli dettagli che un occhio poco esperto rispetto alle vicende tarantine potrebbe faticare ad apprezzare. Palazzina LAF racconta la Taranto di ieri e di oggi, con una continuità spaziale e temporale resa dall’utilizzo di immagini dalla grande potenza comunicativa: “ILVA is a killer”, che appare scritto su un plexiglass alla fermata dell’autobus, è lo slogan - che in tempi più attuali rispetto a quelli in cui le vicende di Lamanna si sviluppano - che invade la città, che si urla a gran voce nelle manifestazioni, manifesto di quella parte di città che nel siderurgico riconosce la matrice dei maggiori problemi che affliggono Taranto; l’immagine della pecora che muore rimanda alla storia di Vincenzo Fornaro, allevatore e imprenditore agricolo tarantino, che nel 2008 assiste impotente all’abbattimento dei suoi capi di bestiame in seguito alla rilevazione di un tasso troppo alto di diossina nel latte delle sue pecore.

Il grande merito di Palazzina LAF non è solo quello di aver portato alla luce una vicenda giudiziaria tanto importante da essere considerata l’inizio del riconoscimento del reato di mobbing, quanto quello di aver attribuito un nuovo valore ai risvolti psicologici che ambienti lavorativi malsani infliggono ai propri lavoratori. Palazzina LAF mette in scena l’alienazione di chi si sente privato della propria professionalità, il progressivo logoramento cui va incontro chi vede sottrarsi gradualmente il rispetto e il valore. A Riondino va riconosciuto il merito del coraggio di mettere in scena un film politico, di aver rappresentato senza sconti e idealizzazioni l’ignoranza e l’assenza di mezzi di chi rende possibile il successo dei padroni, essendo al contempo vittime e carnefici.

Con Palazzina LAF ho visto, per la prima volta, rappresentata la mia città. Ne ho riconosciuto le strade, le voci, le persone. Ho intuito le storie dietro ai simboli, il destino dietro ai colpi di tosse. Per la prima volta ho visto su uno schermo le immagini della Settimana Santa, ne ho ascoltato le musiche, ne ho riconosciuto i riti. Io sono figlio di una città schiava dei ricatti di uno Stato che dimentica che il diritto al lavoro è sacrosanto, ma il diritto alla vita lo è di più.

Sono figlio di una città che per anni ha aspettato, invano e impotente, che qualcuno si fermasse a riconoscerne la bellezza per poi decidere di lottare per essa. Sono figlio di una città che non sarà lo Stato a salvare, a salvare i suoi abitanti, e che dovrà fare tutto da sola. Sono fratello di chi, come me, ha capito tutto questo e ha deciso di metterci la faccia, l’impegno, la voce per far sì che qualcosa cambi.

E allora grazie Leogrande, grazie Argentina, grazie Diodato, grazie Riondino. Sono sicuro che, prima o poi, mi siederò in una sala ad ammirare su uno schermo la bellezza della mia città: mi lascerò incantare dall’azzurro del mare, accecare dal bianco delle colonne doriche, godrò della luce del sole, del vento caldo di scirocco, della voce dei pescatori e – quando succederà – sarà anche grazie a voi che avete perseguito “Questo sogno fatato che ci tiene legati con tutto l’amore alla terra”.

  • Umanista. Ama il Sud: d'Italia, d'Europa, del mondo.

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