Petr Cech, storico portiere di calcio costretto a portare il caschetto dopo un grave scontro di gioco.
, 5 Dicembre 2023

Storia del rapporto tra calcio e demenza


Un rapporto controverso ma che ha alla base i colpi di testa.

Se c’è una pellicola che ha segnato in modo indelebile il mondo dello sport, questa è senz’altro "Concussion". Un lungometraggio pluripremiato, scritto e diretto dal regista e artista Peter Landesman. Il film racconta il conflitto tra il neuropatologo nigeriano Bennet Omalu e la NFL, che comincia una battaglia legale coinvolgente. Il medico dedica la propria vita allo studio del cervello di quei soggetti affetti da malattie croniche che colpiscono il cervello.

A seguito dell’autopsia dell’ex campione di football, Mike Webster, il protagonista viene a conoscenza della causa del decesso, che sarebbe riconducibile a delle forti emicranie di cui questi soffriva da tempo. Webster, infatti, era stato colpito da una malattia neurodegenerativa, ridenominata in seguito encefalopatia traumatica cronica (ECT), che porta a una forma di demenza i pazienti colpiti; dagli studi, è poi emerso che Webster aveva sviluppato questa condizione a causa degli innumerevoli colpi alla testa ricevuti durante la sua carriera nel football.

Come lui, molti altri giocatori di NFL hanno sviluppato malattie simili, lamentando, tra le altre, stati confusionali, episodi di insonnia e alcune forme di labirintite. L'ex safety, Dave Duerson, per esempio, finirà col suicidarsi a seguito delle complicazioni dell'ECT, donando poi il suo cervello alla scienza per studiare la malattia. "Se rimedi una commozione cerebrale, devi essere tirato fuori dal campo. Se lo nascondi ne paghi le conseguenze il giorno dopo," ha dichiarato il fullback dei Washington Redskins, Mike Sellers.

D'altronde, che il football sia uno sport pericoloso è cosa nota, ma il calcio non è sicuramente da meno; in particolare quando a essere coinvolti sono i colpi di testa. David Curtis, professore onorario dell’UCL Genetics Institute, ha affermato: "Sembra plausibile che colpire ripetutamente la palla di testa in allenamento produca danni cerebrali che nel tempo possono sfociare in demenza."

La recente scomparsa di Sir Bobby Charlton per una forma di demenza ha riaperto un tema molto sentito in Inghilterra, quello dei campioni del Mondo del 1966. Come Charlton infatti, altri 5 giocatori di quella squadra – suo fratello Jack, Martin Peters, Ray Wilson Nobby Stiles – hanno sviluppato varie forme di demenza, con un'incidenza quasi 5 volte superiore a quella tipica per persone in quella fascia d'età. Geoff Hurst, ultimo superstite di quella squadra, ha ricordato in varie interviste che in quella squadra era prassi allenarsi a colpire il pallone di testa.

L'inghilterra non è però l'unico paese che ha avuto a che fare con problemi simili. Infatti, secondo un recente report del Karolinska Institutet, pubblicato da Lancet, i calciatori che hanno giocato in Svezia mostrano una maggiore incidenza di demenza rispetto a quelli degli altri campionati europei. L'analisi, finanziata da alcuni enti svedesi, ha infatti identificato l'Allsvenskan come un campionato particolarmente problematico in questo senso. Inoltre, sempre in questo studio è emerso che a essere maggiormente affetti sarebbero esclusivamente i giocatori di movimento: "Il rischio più elevato di demenza è stato riscontrato solo nei giocatori di movimento, non nei portieri," spiega Peter Ueda del Karolinska Institutet. "Non possiamo inoltre trarre conclusioni sul rischio che corrono i migliori giocatori maschili e femminili di oggi, né quelli amatoriali e giovanili."

Tornando in Inghilterra, nel 2021, in osservanza di uno studio del Brain Injury Group dell’Università di Glasgow, la Football Association ha raccomandato di limitare i colpi di testa, con l'obiettivo, si intuisce, di ridurre i traumi cranici che, sul lungo termine, possono favorire l'insorgenza di malattie neurodegenerative. In Inghilterra non sono poche le iniziative che vogliono cercare di tutelare i giocatori in questo senso. Su tutti, Luke Griggs, direttore di Headway, fondazione benefica che si occupa di infortuni alla testa, ha promesso di voler spingere la Football Association a "limitare le esercitazioni sui colpi di testa per gli adulti e vietarle completamente ai bambini."

Soprattutto negli anni della crescita, quindi nella tarda infanzia e nell'adolescenza, il cervello risulta particolarmente fragile e la presenza di traumi ripetuti può intaccare il processo di sviluppo che, spiegano gli esperti, coinvolge aree importanti per i comportamenti sociali e intellettuali futuri. Questo è uno dei principali motivi per cui molti, hanno spinto per vietare i colpi di testa nei campionati inglesi under 12, riuscendoci non senza incontrare opposizioni abbastanza forti, come da parte di chi invocava l'uso di caschetti protettivi, come hanno in passato alcuni giocatori vittime di infortuni alla testa come Cristian Chivu e Petr Cech.

La Premier League, nel concreto, ha attivato dei protocolli più stringenti per i colpi alla testa, introducendo due cambi aggiuntivi per i giocatori coinvolti e vietando il ritorno in campo senza il benestare dello staff medico in campo. Inoltre, già da qualche anno, il regolamento prevede che l'arbitro debba fermare il gioco in caso di un colpo alla nuca derivante da un contrasto aereo. Inoltre, il CEO della FA, Marc Bullingham, ha comunque fatto notare che "il numero di scontri aerei si è già ridotto in modo significativo nel corso degli anni, con il passaggio a campi più piccoli e a un calcio basato sul possesso." Un dato, quest'ultimo, confermato da un effettivo trend in diminuzione per quanto riguarda i cross effettuati negli ultimi anni di Premier League.

Per quanto non ancora rigidi come quelli in vigore negli sport americani, i protocolli della Premier League sono sicuramente i primi in Europa a prendere una direzione chiara nella tutela dei giocatori, nonostante alcuni personaggi coinvolti continuino a nascondere la polvere sotto al tappeto, sostenendo, per esempio, che malattie come il Parkinson si possono parzialmente prevenire proprio con l'attività sportiva. Ovviamente, questo presuppone un'attività in cui il cervello non viene sottoposto a traumi ripetuti, come spiega anche uno dei direttori scientifici di Alzheimer’s Society, Carol Routledge: "Le prove suggeriscono che una buona salute del cuore è la medicina migliore per mantenere il cervello in salute, quindi, se si gioca in sicurezza, una partitella con gli amici rimane un valido modo di essere mentalmente e fisicamente attivi."

Ciononostante occorre notare che, ai sensi della legislazione e giurisprudenza britannica, la demenza non costituisce una malattia professionale e non dà accesso ad alcuna tutela, nonostante sia accertato che la ripetizione dei colpi di testa provochi dei lievi traumi cranici. Per esempio, secondo il Centers for Disease Control, organismo del governo statunitense, la ripetizione di questi micro-traumi cranici è proprio una delle cause principali proprio di quell'encefalopatia traumatica cronica che ha colpito Webster. Inoltre, uno studio condotto nel 2017 ha evidenziato che su un campione di sei ex calciatori colpiti da demenza, quattro avevano sviluppato sia l'Alzheimer che la stessa encefalopatia traumatica cronica.

Alcuni studi epidemiologici sull'impatto che il calcio ha sulla salute degli ex giocatori, soprattutto in relazione ai casi di demenza, hanno mostrato, inoltre, che i casi di neuro-infiammazioni che conducono a neuropatologie croniche sono tutt'altro che rari. Da un campione di più di 6mila ex calciatori, insomma, emerge che questi hanno un rischio più che triplicato di soffrire di queste malattie rispetto al resto della popolazione. Inoltre, come evidenziato da Michael Grey, ricercatore dell'East Anglia University di Norwich, un altro aspetto particolarmente critico del tema è quello degli sport femminili, in cui i dati sulle concussion sono estremamente ridotti ma in cui, spiega, è verosimile che ci sia un rischio ancora più elevato di contrarre patologie neurologiche.

Malgrado le numerose prove a sostegno di questa teoria, non si è ancora arrivati a una conclusione chiara e definita sul tema. Nonostante le numerose prove a disposizione, non è ancora pacifico che calcio e football possano avere ripercussioni sulle capacità cognitive degli atleti – ignare vittime di un gioco che potrebbe rovinare le loro vite.

Risonanze magnetiche di cervelli maschile e femminile dopo un colpo di testa.
Uno studio pubblicato su Radiology ha mostrato che il cervello femminile è più interessato dai colpi di testa rispetto a quello maschile.

Nel 2009, lo Scottish Football Museum, congiuntamente ai membri dello Scottish Heritage Network, ha promosso un’iniziativa a sostegno di Alzheimer's Scotland, con lo scopo di far recuperare alcuni ricordi perduti dalle persone affette da demenza. Lo storico Michael White, per esempio, è riuscito a coinvolgere un ex giocatore scozzese, Willie Corbett, poi scomparso pochi mesi dopo. Spiega White: "Willie è stato convinto a unirsi al nostro gruppo e presto rivelerà la sua incredibile storia di come, a 19 anni, era stato il migliore in campo di Scozia-Inghilterra a Wembley nell'ottobre 1942."

Ammetto di essere particolarmente toccato da questo discorso: mio padre è affetto da Alzheimer da più di quattro anni e non è stato facile accettarlo. Jeffrey Ruoff, in un articolo su The Atlantic ha riassunto in poche semplici parole il vissuto emotivo di un figlio, che osserva – impotente – il proprio genitore, incapace di sventare l’inevitabile: “It takes time to forget a lifetime”, "Ci vuole tempo per dimenticare una vita." Senza nulla togliere a noti medici o esperti ricercatori, come dimostrato da un articolo pubblicato nel 1984, la FIFA rimane conscia delle implicazioni pratiche dei colpi di testa. Va da sé che bisogna preservare la salute degli atleti e se per salvaguardare la loro integrità psichica e mentale occorre vietare i colpi di testa, forse è ora di farlo.

  • Articolista a tempo perso, calciofilo ma ama tutta la narrativa sportiva. Tifa Inter e per questo vive nell'incertezza del futuro

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