
Tutti i chilometri di Federico Gatti
Quelli già percorsi, quelli ancora da percorrere.
In questo mondo di eroi, nessuno vuole essere Gatti. Detto così, cercando di parafrasare un noto cantautore pop, potrebbe sembrare un’invettiva, una sterile provocazione. In realtà, tutti vorremmo essere calciatori, difensori e titolari in pianta stabile della Juventus, ma nessuno vorrebbe essere nei panni di Federico Gatti.
Perché Gatti si è preso la scena praticamente da solo, in silenzio. Perché ha saputo aspettare il momento giusto, senza troppa fretta e soprattutto facendosi trovare pronto quando c’era da saltare su quel treno che passa una volta sola (anche se lui in primis deve ringraziare le seconde chance). Perché si è adattato, ha studiato e ha vissuto certe situazioni, che per osmosi l’hanno forgiato a calarsi agilmente in qualsiasi palcoscenico. Perché Gatti è stato paziente nel saper gestire quella fortuna che noi pensiamo essere a disposizione soltanto di alcuni. Gatti si è migliorato, senza bruciare le tappe, non rincorrendo qualcosa di irraggiungibile sin da subito, ma con pazienza e anche un pizzico di ossessione. Nessuno vuole essere Gatti, perché Federico è umano tanto quanto noi. Come chiunque abbia osato spingersi un pochino oltre i propri schemi.
Probabilmente non c'è bisogno di ripeterlo, ma Gatti è Pavarolo, Saluzzo, poi ancora Pavarolo, Verbania, Pro Patria, Frosinone e Juventus. Una di quelle parabole che nel calcio moderno si incrociano ormai di rado, eppure ancora realmente esistenti. Gatti è stato uno dei classici prodotti della Primavera (Torino nel suo caso), che non si sono saputi scontrare sin da subito con la realtà. Talenti mai esplosi, i bravi che non si applicano e soprattutto non si collocano. A 17 anni, in Promozione, fa il centrocampista, probabilmente neanche quello che si sogna la notte, ma comunque qualcosa per cui si applica, si adatta.
Per sfortuna del Pavarolo ed evidente fortuna di qualcun altro (verrebbe da dire del calcio in primis), i problemi economici dei biancorossi dilagano, la Juniores è costretta a fare da prima squadra e Federico, che da serramentista diventa anche difensore centrale e lo fa alla grande, portando anche il Pavarolo in Eccellenza. Da lì però se ne va molto presto, però, perché il suo talento viene notato proprio nella categoria superiore, con il Verbania
Un pezzo del suo cuore lo lascia a Pavarolo, le sue gambe, la sua forza e la sua intelligenza difensiva invece andranno a prendersi un’altra promozione, stavolta dall’Eccellenza alla Serie D, con la maglia biancocerchiata del Verbania. Chi l’avrebbe mai pensato che al ragazzone di Rivoli, ossessionato dagli attacchi alle spalle e dalla protezione dell’estremo difensore da qualsiasi pericolo, il dilettantismo gli sarebbe stato stretto?
Alla Pro Patria, nel girone A di Serie C, gioca 35 partite con mister Javorcic (un maestro dell'arte difensiva, come manifestato dal suo incredibile Südtirol) che fanno innamorare allenatori, appassionati e i taccuini degli esperti di tutt’Italia. La squadra lombarda non farà un campionato da sogno, si posizionerà quinta ed uscirà ai playoff con la Juventus Under 23. Ma Gatti non può restare neanche lì perché ha un altro passo, un’altra visione e un senso della posizione anomalo per la terza serie.
“Ne ho passate tante, esperienze positive e negative, tutto mi è servito a crescere e farmi diventare la persona che sono oggi” scrive sui social, dopo aver preso atto soltanto della sua prima esperienza da professionista a Busto Arsizio. Per lui, tutto quello che sta vivendo in quell’istante è già il massimo. E va bene così. Così come vanno molto bene le scelte conservative se restano efficaci e orientate alla crescita, come quelle compiute dalla società lombarda e dallo stesso difensore di prolungare la permanenza in Serie C e rinnegare, per una buona causa, la fretta del Frosinone di portarlo allo Stirpe già da gennaio.
In terra ciociara ovviamente ci andrà e verrà accolto come il ragazzo cresciuto con la fame dei grandi. Lo stesso Angelozzi lo abbraccerà calorosamente, etichettandolo come “Chiellini con i piedi di Bonucci”. Uno di quei paragoni che un ragazzo in rampa di lancio non sa e non può gestire, ma chi si è già sporcato di fango, ha ingoiato delusioni, ha già vissuto calcio autentico, ha tutte le carte in regola per stemperare.
A Frosinone, con Fabio Grosso, tecnico che parla la sua stessa lingua in termini di sacrifici in categorie minori, non solo conferma tutto quello che nella sua già lunga carriera aveva mostrato tra Promozione e Serie C, ma si incolla addosso un altro distintivo, quello di difensore con il vizio del goal. 35 presenze condite da 5 reti con la maglia gialloblù che, dopo appena una stagione, deve già lasciare prematuramente. Lo cerca la Juventus di Max Allegri, che lo strappa alla squadra con cui condivide la città. Il Torino, proprio quel Torino che gli aveva dato la speranza di emergere in fretta, senza ostacoli e peripezie. Adesso lo bramava nuovamente ma Gatti, per una volta, rifiuta e va avanti.
Abituarsi al cambiamento non è mai stato un gioco da ragazzi per nessuno. La carriera e la storia di Federico però dimostrano che una delle chiavi per il successo sia proprio quella. Se ogni volta che si fa un passo in avanti, non si dimostra di saper reggere quella posizione che si è guadagnata grazie a quel passo, ci si troverà costretti a sopperire e farne cento indietro. In questa altalena infinita subentrano gli stati d’animo, le paure, tremano le gambe e probabilmente non si riesce a reggere la costante pressione del giudizio a cui si è sottoposti. Da Pavarolo a Torino sono 25 chilometri, ma quelli che invece ha percorso Gatti con la sua testa e il suo fisico per migliorare sono migliaia di più.
Nel 2022 è arrivato in Serie A, ma l’attitudine a migliorarsi, ad aggiungere sempre un tassello per completare un mosaico coerente, non l’ha affatto persa. Neanche con il bianconero della Juventus addosso. E allora ha reso facile quello spaventosissimo upgrade che dovrebbe compiere qualsiasi buon difendente: il passaggio dalla difesa a 4 a braccetto nella collaudatissima difesa a 3. Ha smussato e affinato le doti tecniche, anche grazie a qualche errore di troppo. Ha difeso troppo alto, ha difeso troppo basso, ha dimostrato di essere capace di cavalcate e di scambi vincenti con gli esterni nel 3-5-2.
Gatti ha capito e sfruttato il patrimonio che la Juventus si è costruita in questi anni sui calci piazzati, diventando uno dei maggiori esponenti della categoria "goal di testa” e da rapinatore dell’area piccola. In poco più di una stagione ha anche compreso di dover cogliere il bello e il cattivo tempo dell’esperienza alla Juve: rispettare il prestigio, la mentalità e l’attitudine che il club ha nei confronti della vittoria, ma allo stesso tempo, prendersi cura del momento storico complicato in cui è invischiata. Gatti ha saputo cogliere l’opportunità ed è stato anche leader. E su questo, dati i trascorsi, c'erano pochi dubbi.
Come in ogni caso però, esiste sempre qualcosa in cui si può migliorare e su cui lavorare, soprattutto se nelle proprie corde. Gatti ha ancora ampi margini di miglioramento nell’impostazione dal basso, con cui la Juve fa sempre fatica a venirne fuori pulita. Sgrezzare le sue capacità tecniche, già tanto perfezionate rispetto al passato, gli permetterebbe di acquisire molta più fiducia nella gestione della sfera. Potrebbe abbandonare quella frenesia, che spesso, l’ha ingannato e condotto a giocate non all’altezza del suo ruolo. Gli errori del 4-2 con il Sassuolo, come qualche manata di troppo sferrata agli attaccanti avversari, parlano della foga. La foga di tentare la giocata e affondare l’intervento per recuperare palla. Perdere facilmente il controllo del corpo, fondamentale per la coordinazione soprattutto di un difensore.
Aspetti che Gatti può implementare da solo o continuare a contrattare con la Juventus, rispettando quel favoloso scambio di opportunità tra le parti, che per ora, ha garantito solo ottimi risultati.
Perché la Juventus gli ha aperto la finestra sulla Nazionale (in cui si è ambientato discretamente anche nella difesa a 4 di Spalletti) e Gatti le ha dato la zampata con lo Sporting e la girata vincente, allo scadere, contro il Siviglia. La Juventus gli ha donato o l’ha dato in pasto (a seconda dei punti di vista) ai grandi palcoscenici. Lui l’ha ripagata con lo straordinario salvataggio su Lautaro in un derby d’Italia e con una gara da cattedra universitaria su Leao, a San Siro. La Juve l’ha strappato dalle sabbie mobili della B per migliorarlo e migliorarsi, insieme, investendo sulla crescita di entrambi. E Gatti non ha potuto che raccogliere un’eredità così pesante e affascinante perché conscio di poter attraversare qualsiasi terreno impervio.
Ma allora perché spesso si dice molto bravo Gatti ma…, grande partita di Gatti, ma serve quello step in più? Forse perché non convince chiunque parta da così lontano per poi arrivare così in alto. Fa paura, almeno nel calcio odierno, che ci sia qualcuno che l’abbia fatto e ne sia uscito indenne, anzi rafforzato. Abbiamo il timore inconscio di ammettere che un ragazzo che oggi fa una buona prestazione, domani possa deludere con un autogol senza senso (come quello del Mapei Stadium) o con una lettura difensiva completamente sbagliata.
Quello che osserviamo di alcuni, tendiamo a nasconderlo o a non enfatizzarlo, o a smascherarlo evidenziandone gli aspetti negativi. L’ossessione genuina ha battuto il talento cristallino e si fa fatica a riconoscerlo. Federico è talmente vicino a noi che non riusciamo a vederlo e a sottolinearne la bravura. Eppure c’è, ed è tutto quello che vorremmo essere, ma non sappiamo riconoscerlo.
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