, 1 Dicembre 2023

Salah è un antidoto all'islamofobia


Da quando l'egiziano è arrivato a Liverpool i pregiudizi e i crimini d'odio contro l'islam si sono ridotti notevolmente.

If he scores another few
Then I’ll be Muslim, too.
If he’s good enough for you,
He’s good enough for me.
Sitting in a mosque,
That’s where I wanna be.

È fuori di dubbio che questi sei anni di Momo Salah al Liverpool siano stati anni di straordinari successi: dal suo arrivo, i Reds hanno giocato tre finali di Champions League (vincendone una nel 2019), sono tornati a vincere un campionato - la loro prima Premier League! - dopo vent’anni di digiuno, a cui si aggiungono una Coppa di Lega, una FA Cup, una Community Shield e una Coppa del Mondo per Club. Anche i risultati individuali di Salah sono stati strabilianti: l’egiziano è stato capocannoniere del campionato per tre volte (2017/18, 2018/19 e 2021/22), per due volte miglior giocatore della Premier e, tra i tanti premi, ha ricevuto anche il riconoscimento di miglior calciatore africano del decennio dalla CAF.

Un aspetto altrettanto importante per la comprensione della sua figura è che, oltre a essere un grande attaccante, Salah ha un fortissimo legame con la propria identità islamica. Un legame così forte ed esplicito che probabilmente non ha precedenti nel calcio d'élite.

Prima del suo arrivo, i tifosi europei non erano abituati a vedere giocatori prostrarsi a terra per una preghiera musulmana dopo aver segnato un gol, esultanza che lui ha completamente sdoganato. La sua popolarità, le esternazioni d’affetto del pubblico nei suoi confronti, la sua immagine da campione-bravo ragazzo, hanno creato un dibattito sui media britannici riguardo l’ipotesi che la sua figura, da sola, sia stata in grado di ridurre l'islamofobia tra gli Scousers. 

Alcuni esperti hanno sostenuto che Salah ha offerto al pubblico "immagini favorevoli dei musulmani, contribuendo a ridurre gli stereotipi e ad abbattere le barriere all'interno della comunità".

La possibilità che l'esposizione a Salah abbia ridotto l'islamofobia supporterebbe l'ipotesi del contatto parasociale – ovvero quella teoria sociologica per cui il contatto socio-culturale, mediato da celebrità appartenenti a un gruppo socio-culturale esterno, possa ridurre i pregiudizi nei confronti del gruppo esterno nel suo complesso. Nel nostro caso, che l’esposizione a un musulmano molto famoso, molto amato e percepito come “buono”, possa migliorare l’immagine che gli inglesi hanno dei musulmani in generale.

Nella Sportellata di oggi, proveremo a ripercorrere uno studio condotto da quattro ricercatori di Stanford, Yale e Colorado Boulder University in cui, per la prima volta nella storia, si tenta di dimostrare la validità dell’ipotesi del contatto parasociale non in laboratorio o attraverso test programmati, ma partendo da fatti reali. Per farlo, gli studiosi hanno affrontato tre ricerche parallele ma complementari: un'analisi dei crimini d'odio in Inghilterra, un'analisi dei tweet anti-musulmani tra i tifosi di calcio del Regno Unito e un sondaggio creato ad hoc.

Per prima cosa, analizzando i dati sui cosiddetti hate crimes provenienti da 25 dipartimenti di polizia provenienti da tutta l’Inghilterra e confrontandoli con quelli del Merseyside prima e dopo la firma di Momo Salah, risulta che nell’area di Liverpool il tasso sia calato del 16% dal momento del suo ingaggio.

Lo studio di oltre 15 milioni di Tweet scritti dai followers di importanti squadre di Premier, invece, ha fatto emergere un altro risultato importante: mentre fino al 2015/2016 la percentuale di messaggi razzisti e anti-islamici pubblicati dai tifosi del Liverpool era in linea con quella del resto del paese, dopo l’arrivo di Salah questi sono diminuiti di circa la metà. Se prima del suo arrivo il 7,3% dei Tweet inviati da tifosi Reds in cui si parlava di musulmani erano Tweet offensivi, razzisti o hate speech in generale, dal 2017 si sono ridotti al 3,8%.

L'andamento dei tweet islamofobici dei tifosi del Liverpool dopo l'arrivo di Salah,
In nero l'andamento dei tweet islamofobici dei tifosi del Liverpool dopo l'arrivo di Salah; in grigio quelli dei tifosi delle altre 19 squadre di Premier.

Per il sondaggio, invece, i ricercatori hanno intervistato 8060 persone che si dichiaravano “tifosi del Liverpool”; a una parte è stato chiesto se l’Islam fosse compatibile con i valori britannici, all’altra parte è stata fatta la stessa domanda dopo aver scambiato qualche parola su Salah e sulla sua identità religiosa. Anche in questo caso, le risposte degli intervistati hanno fornito risultati in linea con l’analisi social e quella dei crimini d’odio: soltanto il 18% dei tifosi a cui è stata rivolta direttamente la domanda pensano che l’Islam sia compatibile con i propri valori, mentre la percentuale sale oltre il 23% nei casi in cui è stato nominato Mohamed Salah.

In poche parole, l’esito dello studio parla chiaro: l’esposizione positiva a celebrità che appartengono a un gruppo etnico, sociale, culturale, politico o religioso che noi percepiamo come “altro”, ci aiuta a ridurre i pregiudizi, la diffidenza e l’odio nei confronti della comunità a cui appartiene. Potrebbe sembrare poco, potrebbe sembrare ovvio, ma avere una dimostrazione scientifica di questa ipotesi offre grandi possibilità di intervento alla politica, ai media, a chiunque si occupi di comunicazione e soprattutto rafforza l’idea che le star abbiano una responsabilità e un’influenza che va molto oltre sé stessi e che può avere ricadute enormi per la comunità in cui si vive e per quella, “altra”, a cui ci si sente di appartenere.

Questo "effetto Salah" probabilmente non è esclusivo di Salah. A lungo si è pensato che le celebrità considerate role model, per l’appunto, modellassero i l’atteggiamento delle persone e di conseguenza i comportamenti sociali. Quando nel 1947 Jackie Robinson, primo giocatore afroamericano a giocare in MLB, ruppe definitivamente la barriera razziale che aveva impedito fino a quel momento l’ingresso degli afrodiscendenti nel baseball professionistico, come ha scritto la storica e giornalista sportiva Doris Kearns Goodwin, i suoi sforzi vennero da subito considerati "un passo monumentale nella rivoluzione dei diritti civili in America. I [suoi] successi permisero agli americani bianchi e neri di essere più rispettosi e aperti l'uno verso l'altro".

L'esordio di Jackie Robinson in MLB

Un altro caso emblematico è quello della nazionale sudafricana di rugby nel periodo post apartheid, storia raccontata magnificamente da Clint Eastwood in Invictus. Nel 1995, circa un anno dopo il crollo del regime di segregazione e delle prime elezioni aperte a tutti i cittadini, bianchi o neri che fossero, il governo di Nelson Mandela si trovava a gestire una complicatissima transizione, segnata dal (comprensibile) odio atavico e dalla volontà di vendetta della maggioranza nera nei confronti della minoranza afrikaner. Simbolo di questa spaccatura della società sudafricana sono proprio gli Springboks, la nazionale di rugby, da sempre simbolo dell’orgoglio bianco e quindi odiata da gran parte dei sudafricani neri. Il lavoro di comunicazione compiuto da Mandela e la sua stretta amicizia con il capitano François Pienaar, insieme all’inaspettata vittoria in un mondiale giocato in casa, trasformarono il rugby sudafricano da sport bandiera della segregazione razziale a efficace (per quanto parziale) strumento di riconciliazione.

Gli esempi, insomma, non mancano. Gli autori dello studio sul caso Salah, per esempio, citano il caso di Nadiyah Hussain, cittadina britannica di origine bengalese, vincitrice del programma più visto della televisione britannica, The Great British Bake-Off. Secondo Patrick Wiliamssenior lecturer dell’Università di Manchester esperto in migrazioni, integrazione e disparità razziale, cucinando le sue torte Hussain “ha fatto di più per le relazioni britannico-musulmane di dieci anni di politiche governative".

Un altro caso di cui si è parlato fino alla nausea in estate e che ci riguarda più direttamente è quello di Jakub Jankto. Il centrocampista ceco, primo calciatore di una certa fama a dichiarare pubblicamente la propria omosessualità, potrebbe avere (e si spera avrà) lo stesso impatto indiretto ma tangibile sulla percezione che il pubblico italiano ha della questione. Il fatto che non si stia parlando di Jankto, quantomeno non in termini legati al suo orientamento sessuale, fa ben sperare.

Concludo citando le parole di Alrababa’h, Marmo, Mousa e Siegel, i quattro autori della ricerca sull’influenza di Salah contro l’islamofobia a Liverpool:

"Poiché la maggior parte delle persone raramente ha interazioni con i membri di gruppi sociali esterni al proprio, l'esposizione positiva a personaggi pubblici attraverso i media ha il potenziale per essere particolarmente influente […] e può mitigare comportamenti pregiudizievoli, crimini d'odio e bigottismo."

Mohamed Salah
A gift from Allah.
He’s always scoring,
It’s almost boring.
So please don’t take
Mohamed away.


Questo articolo è uscito originariamente su Catenaccio, la newsletter di Sportellate. Per ricevere Catenaccio gratuitamente o leggere i numeri arretrati, puoi cliccare qui

  • Genovese e sampdoriano dal 1992, nasce in ritardo per lo scudetto ma in tempo per la sconfitta in finale di Coppa dei Campioni. Comincia a seguire il calcio nel 1998, puntuale per la retrocessione della propria squadra del cuore. Testardo, continua imperterrito a seguire il calcio e a frequentare Marassi su base settimanale. Oggi è interessato agli intrecci tra sport, cultura e società.

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