Copertina John Kennedy
, 30 Novembre 2023

John Kennedy ha mentalizzato


E così ha segnato il gol più importante della storia del Fluminense.

La storia di John Kennedy, l'ennesima storia del calciatore brasiliano cresciuto nelle favelas, può suonare come uno stereotipo tanto comune quanto stucchevole del racconto calcistico contemporaneo. Oltre gli stereotipi, però, si nascondono spesso storie individuali che meritano di essere approfondite. L’impatto di John Kennedy Batista de Souza con il calcio professionistico non è stato esplosivo e precoce come quello di Neymar, o dei nuovi wonderkid Endrick e Vitor Roque, ed è forse solo grazie all’incontro con il tecnico Fernando Diniz che, a 21 anni, è arrivato a ritagliarsi un ruolo da protagonista nella cavalcata verso la vittoria della Copa Libertadores.

Secondo l’Enciclopedia Treccani, l’autosuggestione “è una forma di suggestione e precisamente quella suggestione che è determinata dal soggetto sopra sé stesso” e si differenzia dell’eterosuggestione, in cui vi è “una influenza in forza della quale il soggetto cessa d'essere completamente libero”. Fernando Diniz - che tra la fine della carriera da calciatore e l’inizio di quella da allenatore ha conseguito la laurea in psicologia con una tesi dedicata al ruolo dell’allenatore nel calcio - conosce molto bene il funzionamento della mente umana e, nel momento in cui John Kennedy si apprestava a entrare in campo a pochi minuti dalla fine dei tempi regolamentari, gli ha profetizzato che sarebbe stato lui a segnare il gol della vittoria.

Una profezia incredibilmente coerente con il contenuto di alcuni audio che lo stesso giocatore aveva inviato su WhatsApp ad alcuni amici nei giorni precedenti, ostentando una sicurezza nei propri mezzi (e nel proprio destino) ai limiti della megalomania: “sarò io a risolvere la partita - aveva garantito tra slang e parolacce - è mentalizzato, quando lo dico mi vengono i brividi, questo c***o di gol sarà mio!”. Spingendosi ulteriormente nel misticismo, aveva poi aggiunto “è questione di onore, è questione di tempo, il gol sarà mio, diventerò un idolo”.

Dopo la partita, JK ha ribadito più volte che nel corso della settimana continuava a mentalizzare l’idea che avrebbe segnato la rete decisiva, e che la sua fiducia in sé stesso era tale che si sentiva “molto tranquillo, senza ansie”.

La sua convinzione si era alimentata nel corso dei turni precedenti: agli ottavi aveva deciso la sfida contro l’Argentinos Juniors con un assist e un gol nei minuti finali; ai quarti aveva aperto le marcature nella gara di ritorno contro l’Olimpia; in semifinale, aveva guidato la rimonta contro l’Internacional segnando il gol del pareggio e propiziando quello della vittoria di Germán Cano con un velo.

Arrivati al giorno della finale, la suggestione aveva assunto una dimensione collettiva: alla lettura delle formazioni, la tifoseria Tricolor aveva cantato a lungo il suo nome, nonostante non fosse tra i titolari. Io stesso, nella preview della partita, mi ero sentito di indicarlo come possibile sorpresa della partita.

John Kennedy d’altronde si era sempre distinto nelle partite più importanti. Conosciuto come carrasco (“giustiziere”) del Flamengo per aver deciso diversi derby (tra cui alcune finali) nei tornei giovanili, alla prima occasione con la prima squadra tenne subito fede alla sua fama, segnando una doppietta agli arcirivali nell’ottobre del 2021. L’allenatore Nelson Júnior, che lavorò con il ragazzo dal 2009 al 2016 al Clube Tropical di Itaúna - cittadina nello stato di Minas Gerais dove è nato e cresciuto - ricorda che “segnava di sinistro, di destro, di testa, era molto veloce” e soprattutto “fin da piccolino era molto competitivo e non sentiva le partite più importanti, nelle quali anzi alzava il suo livello”.

Crescita

Se in campo questo stile marrento (sfacciato, irriverente) gli portava soprattutto elogi, alcuni episodi della sua vita privata hanno inciso negativamente sulla sua reputazione e sullo sviluppo della sua giovane carriera.

Dopo aver alternato per un paio di stagioni le apparizioni con l’Under 20 e con la prima squadra, all’inizio del 2022 c’erano grandi aspettative per la sua consacrazione; durante le vacanze, però, giocando a calcetto si procurò una frattura del quinto metatarso del piede destro. Un paio di mesi dopo, un’auto di sua proprietà fu fermata dalla polizia con un suo amico senza patente alla guida e dieci grammi di marijuana all’interno.

Niente di particolarmente grave, ma nell’epoca dell’iperprofessionismo è abbastanza per dubitare della compatibilità del suo carattere con una carriera di alto livello.

La pressione mediatica sui calciatori in Brasile può essere molto feroce, e nel caso di John Kennedy cavalca i pregiudizi con cui buona parte della società “perbene” osserva un ragazzo nero, favelado, che gira coi capelli platinati e la musica funk ad alto volume: per molti, l’identikit di un buono a nulla, un cittadino di serie B da guardare con sospetto. Quella stagione è scivolata via con una manciata di presenze, e all’inizio del 2023 il Fluminense ha deciso di metterlo alla prova mandandolo in prestito alla Ferroviária, club minore del Campionato Paulista, dove JK ha risposto segnando 6 gol in 11 partite e convincendo Diniz a riportarlo alla base nonostante avesse delle offerte dalla MLS.

Successo

Un flash-forward ci riporta alla sera di sabato 4 novembre, a quel gol meraviglioso e al commovente abbraccio tra lui e l’allenatore, che poi lo porta in trionfo davanti alla curva.

Chi segue Fernando Diniz, sa quanto lui ritenga inscindibile lo sviluppo umano dei propri calciatori con la loro crescita professionale.

Dopo la partita, il tecnico è tornato più volte sull’argomento: “abbiamo perso per strada tanti John Kennedy e continuiamo a perderne; questo è un difetto gigantesco del calcio brasiliano”, aggiungendo poi che farà di tutto per fornire al ragazzo degli strumenti che lo aiuteranno non solo nella vita da calciatore, ma anche in seguito, ed elogiandolo per la maturazione che ha dimostrato negli ultimi mesi.

Il giorno dopo la partita, John Kennedy è stato ripreso mentre festeggiava girando in moto per una favela di Rio de Janeiro. Tornano in mente le parole dell’Imperatore Adriano, che a The Players’ Tribune disse di non aver mai smesso di essere “il ragazzo della favela”, fuori dalla quale “è tutto così serio”. 

Un luogo in cui all’anagrafe non battono ciglio se decidi di chiamare tuo figlio con nome e cognome di un presidente americano, e il figlio stesso ammette di non essere mai andato a fondo nella questione, limitandosi a dire che “mio padre è sempre stato molto interessato alla storia americana”.


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